Frammenti Nomadi

Rete e News: Tempo

Pubblicato su Uncategorized by sparkaos su Aprile 26th, 2008

Rete e news

Macro-effetti della rete sulle notizie

Spazio/tempo:

Le dimensioni spazio temporali delle notizie sono state completamente stravolte dall’avvento della rete.

Il tempo è da sempre la dimensione fondamentale dell’informazione. Le news sono per definizione qualcosa di nuovo (anche se per nuovo spesso si intende qualcosa di insolito, non visto). La rete restringe e dilata il tempo delle notizie.

La competizione per lo scoop, per essere i primi a dare una notizia è sempre più serrata. La notizia in rete diventa subito obsoleta. La notizia in rete rincorre il tempo. La rincorsa continua svilisce la notizia, la rende spesso vuota. Il giornalismo rinuncia a quel ruolo di contestualizzazione del fatto nella realtà sociale, di inquadramento culturale. O meglio, cerca sempre, e anche forse con maggiore intensità, di fornire schemi mentali, frame interpretativi, in cui inquadrare e comprendere l’avvenimento, ma lo fa in modo superficiale e poco profondo. Questo è vero, però, solo per alcuni tipi di notizie e siti. La rete oltre che restringere il tempo contemporaneamente lo dilata, perché nessuna notizia prima della rete era fruibile per così tanto tempo. Gli archivi fioriscono. Le notizie restano lì nei server a disposizione, la loro vita si allunga e su questa possibilità nascono iniziative giornalistiche che mirano ad offrire contenuti più approfonditi e durevoli nel tempo, avvicinando ancor più il giornalismo ad una sorta di storia del presente.

Il tempo si de-massifica. Nella società industriale il tempo era socialmente organizzato per favorire i tempi dell’industria sia nel corso della giornata che nell’arco dell’anno. Oggi gli orari, le ferie, i periodi di veglia e di sonno sono molto più diversificati. La rete offre notizie 24 ore su 24 senza interruzione e rispettando i tempi di fruizione individuale, la TV a determinati orari giornalieri e il giornale addirittura una sola volta al giorno. La rete incontra il nuovo tempo personale e la notizia è costretta a divenire un fluire ininterrotto, ma in questo fluire ancora una volta va perso qualcosa e guadagnato altro.

L’uomo è finalmente libero a qualsiasi ora del giorno e della notte di farsi un idea di ciò che lo circonda, ma perde (ancora una volta) quel comune accordo su ciò che accade, che i media di massa offrivano ad un popolo. Il popolo, che sempre si fondò su una memoria condivisa, svanisce nelle volatili comunità di rete e non sembra aver trovato la forza di farsi virtuale, per essere reale.

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Rete e news: Spazio

Pubblicato su comunicazione, cultura, giornalismo, media, politica e società by sparkaos su Aprile 24th, 2008

Rete e news

Macro-effetti della rete sulle notizie

Spazio/tempo:

Le dimensioni spazio temporali delle notizie sono state completamente stravolte dall’avvento della rete.

Lo spazio si è allargato all’improvviso. La maggiore facilità di trasmissione favorisce il diffondersi di notizie a livello globale, proprio mentre la rete stessa contribuisce a creare maggiori connessioni spaziali ed insieme a destabilizzare la concezione geografia di vicino e distante meramente spaziale. Vicino molto spesso è ciò che è simile, ciò che interessa indipendentemente dalla sua posizione fisica. L’America è più vicina della Turchia. Questo processo è precedente alle reti digitali, ma esse lo amplificano e lo portano alle estreme conseguenze. Oggi una persona può vivere sapendo tutto di ciò che succede in Cina e nulla del proprio quartiere

Ma al contempo lo spazio si è ristretto. In rete le poche testate professionali che producono guadagni sono quelle locali, che possono sfruttare le reti sia per raggiungere pubblici interessati ma distanti dalla località di cui si parla (es. migranti), sia per offrire contenuti più specifici in modo economicamente sostenibile e che favorisce la creazione di un senso di comunità che è alla base di ciò che il marketing definisce fidelizzazione[1] del cliente.

In pratica la notizia in rete diventa più glocal e il lettore è in grado di vivere virtualmente dove vuole, anche in un mondo che lui stesso crea fatto di piccoli frammenti di informazione in una sorta di collage post-moderno. Questo offre certamente possibilità informative che vanno incontro maggiormente agli interessi delle persone, ma insieme spezza il filo di un discorso pubblico e disconnette le identità da uno specifico ancoraggio territoriale o al contrario le incastra in localismi risorgenti. Ancora una volta la rete offre possibilità liberatorie e nuovi drammi. Nella dissoluzione di una minima narrazione condivisa, le basi stesse su cui le persone riflettono divengono fortemente differenti e il particolarismo esplode. L’idea di un identità nazionale o di una storia nazionale, il classico racconto della giornata dei TG svaniscono lasciando il posto ad un nomadismo in apparenza senza confini, ma segnato da fratture linguistiche, culturali ed economiche. (per il Digital Divide cenni qui). Insieme si formano nuove comunità con concetti spaziali dirompenti per l’attuale organizzazione politica. Che si tratti di comunità locali o totalmente virtuali, il principio di appartenenza ad esse è quanto minimo in contrasto con quello su cui gli stati oggi si basano.

Ma l’effetto più profondo delle reti digitali sulle notizie da un punto di vista spaziale è la possibilità per chiunque (abbia gli strumenti) di trasmettere flussi dati da qualsiasi luogo. Ci sono due aspetti principali che derivano da ciò. Il primo è mostrato in tutta la sua potenza dai video dei telefonini che diventano notizie riprese dai TG o dalla giornalista che trasmette in diretta con il telefono satellitare i bombardamenti di Bagdad. Ovunque l’occhio elettronico è virtualmente presente e nulla che accade può più sfuggire. E si arriva alla seconda conseguenza. I media da sempre tendono a restringere la sfera privata, lontana dagli occhi del pubblico. La rete rendendo tutti produttori di informazione estremizza questo processo.

Goffman insegna che la vita è un po’ come il teatro con un palcoscenico e un dietro le quinte. Il telone è caduto e il dietro le quinte oggi è la materia principale che sul palcoscenico globale rimbalza. Il processo borghese di esaltazione della vita privata, in una sorta di paradosso proprio mentre la privacy svanisce, trova un immane propagatore nella visibilità mondiale di mille vite private vendute in pubblico. Il privato scaccia il pubblico dal palcoscenico. E la dimensione pubblica, comunitaria della vita si privatizza sempre più. Mentre l’uomo non è mai più solo, perennemente interconnesso.

P.S. tre articoli interessanti su giornalismo, citizen journalism e crisi dei modelli economici da LSDI. Qui, qui e qui.


[1] Per fidelizzazione si intende riuscire a rendere stabile il rapporto tra azienda e cliente, proprio per ottenere ciò le aziende adottano approcci più attenti alla qualità, alla partecipazione attiva del consumatore e all’assistenza pre e post vendita.

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Kilombo inizia a puzzare

Pubblicato su comunicazione, cultura, curiosità, media, politica e società by sparkaos su Aprile 19th, 2008

Stamattina mi ritrovo tre email della redazione.

La prima, perfettamente condivisibile, chiede ad un blogger di inserire una verifica ad un post in cui si afferma che tutta la comunita LGBT appoggia Rutelli sindaco. Cosa evidentemente falsa dalle dichiarazione della comunità stessa e dai giornali: ognuno per me è libero di scrivere quello che vuole se parliamo di opinioni, ma esiste anche regole minime di verità per un post che non possono che ispirarsi a quelle del giornalismo se riporti fatti non opinioni. per di più un aggregatore serve a stimolare una discussione che non può mai nascere da una così evidente menzogna. Quindi condivido pienamente la richiesta.

Guardo bene e trovo l’email di risposta dell’altro redattore incriminato. e siamo alla burocrazia pura che sinceramente non so stabilire minimamente se sia stata rispettata o no, ma ritengo superiore un minimo criterio di realtà che in  questo caso ha poco a che fare con procedure burocratiche  e molto col fatto che chiunque non vuole fingere sa che ha scirtto una cavolata. Tanto più che anche all’interno di Kilombo e della bloggosfera, come dell’associazionismo, la voce della comunità si fa sentire fortemente contro rutelli. Una rettifica è la minima correttezza per restare se no per me ti possono pure cacciare perchè un conto sono le opinioni Valerio, che non condivido ma difendo la tua libertà di esprimerle qui e altrove, un conto è mentire e pretendere di parlare per altri.

Poi leggo la terza. La redazione esprime solidarietà per qiualcosa che è accaduto. (per me di gravità inaudita) Ma kilombo mi sa che non è la dittatura di chi viene eletto, così che possa portare avanti le sue opinioni. Kilombo è un luogo di discussione dove la redazione garantisce un minimo di coordinamento e correttezza, questo significa che per solidarietà o altre iniziative a chiaro carattere politico la redazione non ha alcun diritto.

Se  a questo ci aggiungiamo che negli ultimi giorni anche oggi noto che alcune persone aggregano più di un post costantemente, quando ciò è vietato. (a me è capitato la prima volta e subito email e una volta per errore e subito secnda email) (il bello è che per me si potrebbe anche stabilire una regola più flessibile ad una persona può capitare di avere due cose interessanti da dire, ma non che chi comanda ne mette di più degli altri)

Allora mi chiedo, ma questo è un posto per discutere o per imporre le proprie idee ad altri?

Da una parte si scontra una parte di Kilombo quasi di destra e bugiarda dall’altra un’altra parte che ha temi molto più condivisibili, che però porta avanti in modi che io non condivido per niente e sfiorano il fascismo.

Kilombo deve essere vicino al Circolo Mario Mieli? per me dovremmo mettere un bel bannere grande quanto una casa, ma prima dobbiamo votarlo o dobbbiamo cambiare la carta e fare della redazione una sorta di comitato politico. Io non sarei d’accordo perchè deve essere un posto dove chiunque può discutere senza fazioni, ma se proprio le volete allora fondiamole su un procedimento approvato e condiviso di funzionamento “democratico” non sull’arbitrio del potere e gli interessi politici o personali dei singoli.

Io sono per votare su temi come questi. inserire sondaggi ci vogliono due minuti e se no, più semplicemente lo facciamo per email chi risponde in un certo tempo almeno 36 ore vota chi no si frega. Ma altri arbitri del potere vi prego basta o questo aggregatore diventa di destra non per i temi per il concreto comportamento delle persone. Questo sarebbe dialogo? che cazzo sperate di ottenere così? io mi sto proprio rompendo.

Kilombo puzza di marcio come la sinistra che è stata sconfitta sempre più. Ognuno chiuso nella sua verità assoluta da difendere in ogni modo anche contro l’evidenza dei fatti nudi e crudi.

Valerio la comunità LGBT non è un’ astrazione sono persone concrete e quelle ti smentiscono, quindi hai torto marcio.

Alla redazione altra mi sono rotto della vostra gestione personalistica del potere.

In ogni caso se ricevo altre simili email mi inaczzo sul serio. I litighetti da bimbi fateli altrove non nella mia casella email.

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Nazirock, Forza Nuova e il fallimento della sinistra

Pubblicato su cinema, comunicazione, cultura, giornalismo, media, politica e società by sparkaos su Aprile 17th, 2008

Stasera ho visto il documentario sull’estrema destra Italiana cha di recente Forza Nuova è riuscita a bloccarne la proiezione, con un’azione legale per presunte lesioni di immagine.

Ho letto in rete commenti vari e tutti alla fine sottolineavano lo sdoganamento del Ventennio Fascista e del Nazismo; a me ha colpito tutt’altro. Sara perchè di amici di estrema destra, per puro caso, ne ho avuti diversi e una cosa già da un pò mi è estremamente chiara. Proprio l’aver impedito una libera espressione di opinioni fasciste, per tanti anni, ha contribuito a creare verso quei simboli un potenziale di aggregazione della rabbia sociale; sono puri, non corrotti, dallo schifo del mondo attuale, il passato è un mondo lontano facile da reinventare e si portano dietro un aura di puro e duro ideale.

La svastica non è più un dogma da tanto, anche, per chi ha idee diverse resta una compagna casuale di viaggio che si incontra in giro casomai con fastidio o a volte con una sorta di fascino per il simbolo, quasi slegata dalla sua storia. Per altri la svastica è il simbolo tagliente di qualcosa di profondamente diverso. Ma la svastica, infondo, è marginale, nel semplice senso che per tanti Skin va benissimo la croce celtica; ma insieme nella rinuncia, nel portarla più nascosta, diventa ancora più forte la rabbia di sentirsi non voluti, discriminati.

Come non è stata una novità scoprire che la vita concreta di un attivista di Forza Nuova è molto simile a quella che un tempo era la vita di un attivista della sinistra extraparlamentare. Vita in comune ed impegno politico. La nuova destra copia la sinistra estrema nelle forme di organizzazione; copia i centri sociali a Roma, copia gli stili musicali alternati, da cui il documentario prende il titolo. Organizza campeggi e struttura la vita quotidiana degli attivisti con impegni quotidiani e settimanali. Li istruisce in modo evidente su come parlare alle telecamere; gli fornisce i libri attraverso case editrici amiche, magliette, spille ed ogni altro gadget per creare comunità e simboli di riconoscimento. Tutto ciò che la sinistra ha rinunciato a fare chiudendosi nei palazzi.

Ma sono anche più furbi e avanti. Mentre tutti noi stiamo a scombattere su che Europa deve essere, loro ne hanno una precisa idea del tutto coerente e una rete di alleanze internazionali ben fornita; più ovviamente gli inevitabili nemici: dagli storici ebrei, comunisti e omosessuali agli immigrati, i vigliacchi, ovvero comunisti e politicanti vari, e agi Americani che diventano, in un certo senso, il collante per trasformare il nazionalismo in Nazionalismo Pan-Europeo andando a braccetto con Neo-Nazi tedeschi, Falangisti Spagnoli e Rumeni. Ma le alleanze e i nemici sono definiti anche ad un livello extraeuropeo ad es. con la Falange Cristiana Libanese e una certa vicinanza alla causa palestinese. (N.B. croce di cristo sempre presente in simili luoghi)

Offrono risposte chiare e semplici, radicate nella sottocultura Italiana, ma insieme aggiornate e moderne; e lo fanno in un contesto di allegra aggregazione di giovani. La gioventù Italiana è frustrata e loro gli offrono tutto ciò che serve per sfogare la rabbia e sentirsi parte di una grande e calda famiglia.

Fanno quello che la sinistra non fa più: raccogliere la rabbia sociale e farla esprimere. Si parla di estrema destra, ma il documentario mi ha colpito per quello che lascia capire dell’Italia in generale a partire dalle colpe senza fine dello Stato, a quelle della scuola e al perchè la sinistra è sempre più vecchia e lontana dalla realtà. Colpisce tanto l’intelligenza del tutto, di come è organizzato, di ciò che propone ai militanti e di come sono riusciti a ricreare una cultura, in un qualche senso, coerente su cui fondare un’identità ancorata nel passato, ma nuova e dinamica. Più di tutto colpisce l’aria che si respira.

Al nocciolo: da una parte, per chi vive la cosa da dentro, c’è calore, risposte, gruppo, identità e libero sfogo della rabbia in un contesto che non solo la giustifica, ma l’esalta come strumento di distinzione, liberando dal senso di colpa; dall’altra vuoto, dogmi morali assoluti e nessuna risposta. Nessuno sfogo di rabbia nella sinistra imborghesita e pacifizzata è concesso. Per strada la rabbia c’è.

Come mi è capitato di avere diversi amici Skin?

Perché vagamente skin ce ne sono tanti. Perchè erano (e quelli con cui sono ancora in contato sono) alcune delle persone più straordinarie che abbia mai conosciuto. Fermarsi all’idea assurda, all’atto casomai sbagliato o ignobile che possono aver compiuto è facile; a me non è stato concesso; semplicemente erano là e per ragioni che non contano non potevo evitarli e li ho conosciuti. Chi erano? Ragazzi più sensibili della media con tanta rabbia in corpo, quasi sempre nata per giustissimi motivi o semplicemente per l’aria pesante che si respira nelle strade un pò più in là di via Veneto; che un giorno erano stati colpiti da un simbolo tagliente, da una risposta sicura e semplice o dalla semplice voglia di fare a cozzotti e “gli skin fanno a cazzotti”.

Ciò significa che giustifico certe idee o azioni?

No neanche per idea, ma vedere solo la svastica e non le ragioni è comportarsi come Bush e bombardare l’intero Afghanistan per non guardare in faccia le ragioni del terrorismo.

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La sinistra è morta

Pubblicato su cultura, curiosità, giornalismo, politica e società by sparkaos su Aprile 14th, 2008

La sinistra in Italia è sparita, sembra che forse resterà addirittura fuori dal parlamento.

Sono triste, ma insieme non mi dispiace tanto. La sinistra raccoglie i frutti del suo seminare.

La sinistra dovrebbe rappresentare gli interessi dei più deboli, ma da anni questi votano la destra e dare la colpa di ciò solo al populismo di destra e alla falsa coscienza è miope.

La sinistra Italiana è Bertinotti, il vecchietto ben vestito che parla a nome di poveri e giovani.

La sinistra Italiana è conservatrice. Tutela gli interessi di chi è alla fame, ma infondo sta già un po’ meglio e lo fa come vivessimo nell’ottocento. “Tutelare il posto di lavoro ad ogni costo”, poi se l’Alitalia fallisce e non lavora più nessuno è meglio.

La sinistra Italiana è snob, roba da professionisti ed intellettualoidi, non di certo da borgata.

La sinistra Italiana è premoderna, legata a idee ottocentesche in economia come in tutto il resto. Anche sul Marxismo si deve essere persa tutto quello che è stato scritto dopo Lenin. Per non parlare di andare, fosse solo un minimo, oltre questo. Niente di buono esiste fuori dal Marxismo, almeno a parole.

La sinistra Italiana è antagonista. Ma che diavolo significa? Siete per la rivoluzione? Siete per migliorare gradualmente la società? Che cavolo siete?

La sinistra Italiana è priva di idee e capacità di innovazione che non si traducano in slogan trituri. Inaccettabile e no le sue parole d’ordine.

La sinistra Italiana è ambientalista. Si, ma glielo hanno spiegato che il mondo è uno e non lo puoi salvare limitando le scelte economiche e le infrastrutture solo in Italia? se no forse il pianeta starà meglio, ma non lo vedremo perché saremo morti di fame. A me sembra più bucolica, sembra ispirasi a quelle poesie bucoliche e conservatrici che anelano ad un ritorno allo stato “naturale”.

La sinistra Italiana è pacifista. Ma non eravate rivoluzionari? E che fate? andate a dire ai Nazisti: Oh vedi che la violenza è sbagliata, metti un fiore nel cannone? Fanculo, la violenza esiste e se siete troppo pulitini per ammetterlo state a casa che se no i nazi vincono. Ah ma la risposta più bella me l’ha data un ex deputato di Rifondazione. I nazi li avrebbe combattuti perché che centra mica pacifista e non violento significa questo. Allora che cazzo significa pacifismo e non violenza con cui tanto vi riempite la bocca? Che solo le guerre che piacciono a voi sono giuste?

La sinistra Italiana è come i martiri cattolici votata alla pura testimonianza, priva di senso, di ideali fuori dal tempo e dalla storia ritenuti assoluti e giusti che non stanno ne in cielo ne in terra.

La sinistra Italiana è moralista e settaria. Parte da concetti assoluti e pretende di imporli a tutti nella certezza che siano giusti.

La sinistra Italiana è morta perché ha perso la capacità di stare nella società reale, non quella dei salotti o dei quartieri bene e più di tutto ha perso la capacità di immaginare una società radicalmente diversa. (il bello che di idee in giro ce ne sono sempre più ma la sinistra Italiana parla di partecipazione ed ha le strutture di partito più chiuse di tutti, ancora divise in correnti su dispute ideologiche di nessun importanza oggi) ( lo sapete dove sta la sede della sinistra? A via Veneto che come tutti sanno è uno storico quartiere operaio )

P.S. ma prima o poi ci sveglieremo dall’incubo di apatia e messe da parte le stronzate forse ci rendermo conto che al mondo esiste un oligarchia che domina tutti e che è la naturale nemica di qualsiasi sinistra

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Risultati delle elezioni e rete

Pubblicato su comunicazione, cultura, curiosità, giornalismo, media, politica e società by sparkaos su Aprile 14th, 2008

A volte mi rendo conto che la rete è un mondo a parte.

Fuori dalla finestra la vita cointinua e gli echi delle elezioni sono infondo fievoli.

In rete una spasmodica corsa all’ultimo dato a chi lo pubblica per primo. Non ne capisco il senso.

La rete dicono dovrebbe essere la liberazione democratica, ma a volte mi sembra che tenda semplicemente a portare agli eccessi la spettacolarizazione delle notizie e la superficialità.

Tutti a seguire la corsa dei cavalli impazziti e le dichiarazioni dei personaggi da operetta che spopolano tanto sui media Mainstream, che sulla rete a cui tanto piace presentarsi come nuova.(intanto parla delle stesse cose e con gli stessi linguaggi)

La vita intanto scorre rumorosa in strada… e la rete resta lo strumento di falsa liberazione che dà solo un nuovo palcoscenico a una ristretta minoranza, superficiale quasi sempre, in cerca di 15 minuti di fama.

Sto sputando nel piatto dove mangio? Beh a voi il giudizio. Io mi rifuto di associarmi a questa vuota frenesia dei numeri e di quotazioni da scommesse.

Cazzo costruiamo una rete che serva a pensare non a mandare altre teste al macero?

P.S. lecitissimo pensare che io sia più superficiale di tutti

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La responsabilità sociale dei media

Pubblicato su comunicazione, cultura, giornalismo, media, politica e società by sparkaos su Aprile 10th, 2008

La responsabilità sociale dei media

Stampa e giornalismo nell’epoca della comunicazione digitale (2)

In risposta ad un mercato dei media sempre più monopolistico e fazioso nel 1947 negli USA fu istituita una commissione d’inchiesta privata che resta alla storia per aver formulato la Teoria della Responsabilità Sociale dei Media. Contro l’idea di un libero mercato delle idee completamente deregolamentato, si afferma la specificità del ruolo dei media che, vista la loro particolare influenza sociale, devono attenersi a principi deontologici e professionali e la pssibilità dello stato di intervenire per impedire la formazione di monopoli e garantire la correttezza dell’informazione.

La stampa per la commissione deve:

· Fornire un “resoconto completo, fedele ed esauriente e intelligente degli avvenimenti quotidiani in un contesto che renda possibile la loro comprensione”. Con questa affermazione si sottolinea insieme: una forte critica al sensazionalismo e alla confusione tra notizia ed opinione; e insieme il dovere della stampa di non fermarsi al mero resoconto dei fatti, ma di renderli comprensibili inserendoli in una cornice più ampia che gli doni senso.

· Fungere datribuna per lo scambio di opinioni e critiche” e da “veicolo dell’opinione pubblica

· Rappresentare la complessità della realtà sociale” e diffondere “gli obiettivi e i valori della società “. Qui si sottolinea il dovere della stampa di selezionare le notizie in modo da rappresentare tutta la realtà sociale senza discriminazione di classe, razza etnia o religione; e il suo compito di integrazione sociale che, attraverso la diffusione dei valori e di una narrazione condivisa, crea la comunità.(emblematico il caso della Rai e dell’identità anche linguistica nazionale)

Questa nuova teoria sul ruolo della stampa pone, soprattutto, l’accento sulla professionalità del giornalista e sul fatto che la libertà di stampa non può essere intesa come mera libera proprietà privata. Anticipa molti dei dibattiti più attuali: ad es. quello in corso sul se sia più giusto rivendicare il diritto dell’informazione, cioè dei media ad essere indipendenti, o all’informazione, cioè dei cittadini ad essere informati in modo adeguato. Sulla scorta di questa teoria fiorirono le TV Pubbliche Europee che si proponevano di rispondere proprio a questo diritto all’informazione del cittadino, affinché possa partecipare attivamente alla vita politica del paese.

L’avvento della rete ha posto molte sfide, anche, a questa concezione della stampa.

In primo luogo mette in questione la professionalizzazione della notizia. Le nuove opportunità di accesso al dibattito pubblico, i media non professionali, sono una possente sfida ai professionisti della notizia e al codice deontologico, che dovrebbe assicurare un informazione veritiera ed obiettiva. Le notizie sono sempre meno veritiere, nel senso di sempre meno verificate: questo sia perché un non professionista non è tenuto, e quasi mai lo fa, a verificare le fonti e ciò che scrive; sia perché la raccolta delle informazione è fatta sempre da meno soggetti professionali internazionali con una restrizione delle possibilità di verifica comparativa; sia per la tendenza in atto ad affidarsi, sempre più, al lavoro delle fonti produttrici di informazione (partiti, enti associazioni, istituzioni) senza alcuna verifica; e infine anche perché la crisi economica delle redazioni professionali ha portato a grossi tagli di personale, rendendo più difficoltosa un’accurata verifica delle soffiate ed indiscrezioni che finiscono per diventare notizie, prevedendo già la possibilità di una rettifica nella loro furbesca presentazione “fonti non confermate…”. Si diffonde così un idea di media come canali da offrire a chiunque per veicolare i propri messaggi senza alcuna verifica o intermediazione, facendo passare per fatti la ricostruzione di una delle parti in causa. Così, si arriva al nocciolo dell’annosa questione sull’obiettività della notizia. Dibattito vasto e contrastato tra fieri difensori di tale valore deontologico e chi non crede sia un obiettivo raggiungibile. Oggi si diffonde negli ambienti giornalistici più d’avanguardia una definizione di obiettività come resoconto il più completo e veritiero possibile, da più punti di vista possibili. Di certo la rete, aprendo a tutti la possibilità di lanciare notizie rischia di affossare completamente qualche minimo criterio professionale e come già avvenuto di favorire la diffusione di notizie false non controllate.

Proprio in questo sta una delle grandi possibilità del giornalismo nell’epoca delle reti e del sovraccarico informativo. Il giornalista da semplice produttore di informazione si fa mediatore culturale che seleziona e garantisce i contenuti, una riedizione del classico ruolo di gatekeeper in nuova versione. Un tempo il giornalista selezionava dalla realtà e da fonti di informazione grezza (agenzie stampa, uffici istituzionali etc) cosa era notiziabile, degno di interesse pubblico; ora svolge questo ruolo di selezione da un più ampio ventaglio di alternative in cui si restringono le fonti professionali giornalistiche (concentrazione proprietaria delle agenzie stampa), si restringe il suo accesso diretto alla realtà (sia per i tagli ai corrispondenti e ai giornalisti di strada, sia per l’allargarsi delle prospettive culturali/geografiche dovuto alla globalizzazione) e si allarga a dismisura il suo accesso a fonti di informazione di prima mano, non professionali o semiprofessionali, che anche se in genere intrattengono con le testate un rapporto simbiotico e parassitario che tende più a rubare che a fornire notizie, spesso si propongono anche come testimonianze dirette di un evento.

La diretta, l’occhio globale sono il paradigma della moderna obiettività. Non è più la verifica delle fonti a rendere una notizia veritiera e obiettiva, ma l’esserci, il riportare fonti di prima mano e più di tutto l’immagine fotografica e, ancor di più, il video. La rete spezza la sequenzialità del telegiornale, le stesse informazioni sono contenute in un solo colpo d’occhio alla home page di Google News o di un qualsiasi portale informativo. Ma favorisce la diffusione virale della cultura dell’immagine testimone in apparenza neutro, nel suo nascondere lo sguardo da cui prende forma la realtà. I video in presa diretta, professionali e non, rimbalzano impazziti nella realtà virtuale. Gli eventi si slegano dall’interpretazione immediata della voce off e restituiscono la polifonia della vita riflessa nello schermo di YouTube. I discorsi dei politici arrivano diretti, nella pienezza sensoriale del video, al cittadino riconquistando una parte del controllo perso in favore della mediazione giornalistica e la possibilità di diffusione di discorsi più ampi di un sound bite. Chiunque con pochi mezzi può produrre video notizie e mini documentari, l’altro grande vincitore della sfida della rete (In tutto il mondo i consumatori di documentari sono in aumento e si assiste dopo anni di crisi ad una ripresa delle produzioni; questo perché la rete è un canale di distribuzione adatto a prodotti specializzati con audience specifiche).

Il ruolo del giornalista resta ampio se sa porsi come specialista in grado di selezionare i contenuti più validi e di offrire paradigmi interpretativi per nulla obiettivi, ma sempre più di parte, visto che la maggiore disponibilità di accesso ai media permette la formazione di comunità di pensiero in competizione e che gli utenti spaesati dalle troppe possibilità di informazione dimostrano sempre più il desiderio di una guida che li aiuti ad orientarsi e che rispecchi il proprio punto di vista sul mondo. Ciò, ovviamente, configura, insieme ad un allargamento della quantità di informazione, rischi per la sua qualità e il forte rischio di formazione di piccole cricche chiuse in un pensiero ideologico, con punti di vista ristretti sostanzialmente selezionati da leader d’opinione e sedicenti gurù. (se ne parla meglio dopo). Ma insieme rende evidente che i giornalisti, per quanto costretti a cedere una parte del monopolio, conservano un grande potere di selezione e framing della realtà. Il loro ruolo resta quello di intermediazione culturale, nonostante le tendenze tecnologiche spingano verso una disintermediazione della realtà ed un accesso più diretto alle informazioni.

La forte critica al sensazionalismo dei media, contenuta nella teoria della responsabilità sociale, ha subito, anche essa, un profondo attacco dall’avvento della rete . Il gossip, che già aveva iniziato a contaminare tutte le forme di notizia, ha avuto un ulteriore spinte propulsiva. I Media di Massa per accaparrasi teste da vendere ai pubblicitari hanno solleticato i pudori inconfessabili degli spettatori per decenni. Questi, abbrutiti da decenni di diseducazione di massa, quando hanno avuto la possibilità di farsi essi stessi produttori di contenuti, hanno spesso scelto il genere rosa, il sensazionalismo, lo scabroso e il pruriginoso; allo stesso fine di accaparrarsi contatti, che sempre più spesso anche questi rivendono ai pubblicitari. I media di massa sensazionalistici hanno creato i blogger dediti al gossip o il pubblico interessato al pruriginoso ha spinto i media prima e i blog dopo verso il sensazionalismo? E’ un po’ il paradosso dell’uovo e della gallina. I due processi sono entrambi giusti e inseriti in una spirale di decadimento culturale che si autoalimenta. Ma proprio dalla rete arriva la sfida ai tanti tabloid. Sempre più spesso gli scoop vengono lanciati da siti non professionali spesso tenuti dagli stessi fans (fanzine). In un campo, in cui la rapidità conta tantissimo e l’accuratezza dell’informazione è storicamente scarsa, la rete ha mostrato tutte le sue dirompenti possibilità come canale di diffusione di notizie. E’, anche, uno dei campi in cui singoli professionisti sfruttando la rete sono riusciti a raggiungere un alto numero di contatti e a svincolarsi dalla dipendenza da redazioni e proprietari dei media, divenendo editori di se stessi.

Contemporaneamente, la rete ha offerto le migliori opportunità proprio a riviste specializzate e di approfondimento, che hanno trovato in essa un canale di distribuzione economico ed in grado di creare una comunità fidelizzata di lettori; permettendo un rilancio di questo tipo di pubblicazioni un tempo in profonda crisi. Le testate più attente hanno coinvolto i lettori in comunità di discussione sui temi trattati, anche in qualità di produttori di contenuti, ed hanno offerto servizi di consulenza e formazione (da cui alcune oggi ricavano la fetta maggiore di guadagni).

La rete ha favorito sia il sensazionalismo che l’approfondimento e in molti casi ha permesso a tanti non giornalisti, con competenze specifiche in un campo, di offrire approfondimenti specialistici da un punto di vista professionale, favorendo l’ingresso del mondo del lavoro e della cultura nel dibattito pubblico.

Il web è senza dubbio un veicolo privilegiato dell’opinione pubblica, ma a ben guardare si dovrebbe stare attenti a non lasciarsi andare ad apologie di democrazia diretta.

Una delle cose da tenere più fermamente in mente è che la rete favorisce il dialogo e lo scambio culturale, ma in media non la critica sociale o politica. E’ evidente che offre un qualche palcoscenico anche alla critica, ma in rete vincono i contenuti più banali e conformistici. Questo sia per lo strapotere che, anche in rete, le istituzioni dominanti mantengono quasi inalterato; sia per la scarsa alfabetizzazione mediale e le scarse capacità di critica dovute ad una scelta deliberata e di convenienza dei poteri politici (per mantenere il potere l’ignoranza del popolo è molto conveniente) e dei media (più economico e facile attirare con contenuti sensazionalistici che spiegare la realtà; e più conveniente da un punto di vista politico ed economico vista la vicinanza al potere e il pieno appartenere dell’industria culturale al capitalismo). Gli interventi critici tendono ad essere marginalizzati (se pur più presenti) nella realtà virtuale sempre più commercializzata ed asservita ai grandi interessi dominanti.

Ma, anche, come semplice mezzo di espressione dell’opinione pubblica si è rivelata un canale molto parziale. Ha dato voce ad una ristretta minoranza privilegiata e competente, offrendo ad essi un potenziale maggiore di influenza e creando una nuova forma di esclusione sociale (per il Digital Divide vedi i cenni nel post precedente) e, con un ennesimo paradosso, una maggiore possibilità di presa di parola che in realtà si traduce in una rappresentazione ancora più parziale della complessità sociale (mentre per quanto riguarda l’ultimo punto sulla diffusione dei valori sociali si rimanda ai prossimi post)

In conclusione si può dire che la teoria della responsabilità sociale dei media per quanto teoricamente ancora valida è in forte crisi per due principali fenomeni. Il primo è l’avvento della rete e di produttori diffusi di contenuti non professionali e il secondo l’etica liberista imperante sempre più diffidente verso la proprietà pubblica. Ma è anche capace di offrire profondi spunti di riflessione riguardo la natura della professione giornalistica e il suo futuro. Quest’ottica teorica mostra gli evidenti limiti di qualsiasi dichiarazione di fine del giornalismo professionale o di esaltazione della presa di parola diretta.

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Stampa e giornalismo nell’epoca della comunicazione digitale (1)

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Stampa e giornalismo nell’epoca della comunicazione digitale (1)

Pubblicato su comunicazione, cultura, giornalismo, media, politica e società by sparkaos su Aprile 8th, 2008

Da quando la rete è nata, uno dei temi più dibattuti è la possibile scomparsa dei giornali cartacei e le trasformazione che questa ha imposto alla professione giornalistica e alle “news” in quanto tali. (ne parla, anche, un articolo molto interessante su The New Yorker, sintetizzato al massimo in italiano qui)

Il dibattito tocca alla larga temi vastissimi e di importanza vitale per la società. Quindi non bisogna perdere di vista le poche certezze che si hanno. Una di queste è che, attualmente: anche i giornali cartacei, che hanno per primi e con migliori risultati accettato la sfida della rete, stanno affrontando profonde crisi economiche; perché gli introiti provenienti dalla rete come pubblicità (e in alcuni casi tariffe d’accesso) non compensano la perdita degli introiti che un tempo provenivano dalla vendita delle copie e dalla pubblicità su carta (questo nonostante i maggiori investimenti in pubblicità on-line da parte delle aziende, ma nel solco di tante aziende che in rete dopo primi trionfi stentano a trovare un modello economico che senza chiudersi alla forma aperta e collaborativi della rete sia sostenibile da un punto di vista di bilancio).

In una sorta di paradosso, le notizie delle testate on-line spesso trovano una diffusione ampissima, rimbalzano sui blog e aprono discussioni accese, ma non generano profitti. Hanno la possibilità di raggiungere una quota potenziale di lettori molto più vasta; ma, anche nei casi in cui riescono in questa diffusione virale, raramente generano introiti per il produttore sufficienti a coprire le spese e guadagnarci abbastanza perché i capitali restino investiti in simili attività economiche. Spesso generano molti più profitti iniziative di giornalismo partecipativo che prevedono il diretto intervento dei lettori e che privi di una propria struttura di raccolta informativa si appoggiano alle grandi testate, come fonti primarie, e ai contenuti dal basso. Alcuni fanno notare che blog e siti sociali per la maggioranza non fanno che commentare e rilanciare il contenuto dei giornali o dei media in generale e che sono come dei parassiti che sopravvivano rubando il lavoro di altri.

Storicamente la professione del giornalismo ha generato grandi dibattiti, visioni deontologiche ed ideali opposte e discussioni accese sul ruolo stesso della professione da cui sono discesi diversi tipi di giornalismo, che emergevano quasi sempre in concomitanza di grandi cambiamenti sociali o tecnologici. Cosa debba essere un giornalista, è un tema molto dibattuto perché dalla risposta, che si da a questa domanda, discendono visioni opposte di società e democrazia. Una delle poche certezze, di cui parlavo, è che dalla qualità della stampa dipende la qualità della vita politica e del suo strutturarsi in una sfera pubblica di discussione sempre più mediatizzata e virtuale.

Una delle prime teorie sul ruolo della stampa può essere riassunta sotto l’etichetta generale di Libertà di Stampa, Quarto Potere o Mercato delle Idee. Affonda le radici nella filosofia politica liberale e utilitaristica. In questa ottica la libera stampa è il fondamento della democrazia, in cui il cittadino informato, dalla stampa, può tutelare i suoi interessi. Il libero mercato delle idee e delle opinioni farà di certo trionfare la verità sull’errore. Questa visione idealistica stava per essere abbandonata definitivamente, quando qualche apologeta della rete ha annunciato l’avvento imminente (grazie al web, al giornalismo partecipativo, alla sfera pubblica dialogica della realtà virtuale moderna) di questo libero mercato delle idee, dimenticando come i suoi ottimistici predecessori parecchie cose.

La più scontata e antica critica a questo presunto libero mercato delle idee è che di libero non ha proprio niente.

Nell’epoca della comunicazione di massa generalista la poca libertà del mercato delle idee era reso evidente dal flusso verticale ed unidirezionale della comunicazione. Poche redazioni selezionavano per tutti quale parte del mondo doveva divenire “news”, cioè acquisire importanza sociale, e dava i primi imput su come la notizia doveva essere interpretata. Cioè come si direbbe oggi offrivano (ed offrono) la cornice culturale, il quadro cognitivo, la narrazione generale in cui inquadrare il singolo evento (framing). Per di più, l’appartenenza sociale degli operatori delle redazioni molto diversa dalla composizione sociale della popolazione, il contesto aziendale che presuppone la sopravvivenza dell’azienda, cioè del mercato e del capitalismo; gli introiti pubblicitari che condizionano la redazione e la proprietà dell’azienda con propri interessi personali e di classe/gruppo sociale; erano (e sono) un pesante condizionamento che crea una sorta di monopolio dell’informazione, contro l’ideologia del libero mercato

L’avvento della rete spezza la verticalità e favorisce la partecipazione del lettore senza alcun dubbio, ma contro ogni apologia la realtà resta un monopolio o al massimo un oligopolio. La selezione di ciò che avviene nella realtà affinché divenga notizia è forse ancora più faccenda di ristrette elite di prima. E’ ovvio che la rete offre a chiunque di lanciare un tema, ma il punto è farlo diventare notizia.

Eloquente a riguardo la storia del Watergate, uno dei più grandi scandali e successi della stampa statunitense. Per mesi i due reporter scrissero della vicenda sul Washington Post senza suscitare grandi reazioni. Solo grazie alla caparbietà dei due e del giornale, alla fine, il tema entro nell’agenda pubblica e divenne rilevante per l’opinione pubblica portando alle dimissioni del presidente Americano.

Non basta scrivere qualcosa perché si tratti di notizia: primo deve rispettare criteri professionali che ne garantiscano la qualità; secondo deve essere percepita come una notizia vera, scritta da una fonte affidabile; e terzo acquisire di una certa visibilità, pena il diventare uno sfogo personale che nessuno ha letto. La rete da accesso a molti ad uno spazio, ma in questo spazio continuano a valere le regole del mondo esterno, semplicemente deformate/forzate dalle caratteristiche proprie del mezzo. In questo spazio contano i contatti, senza contatti non esisti. La maggioranza dei contatti, di utenti che cercano news, va verso grandi motori di ricerca e siti professionali di testate on-line, che spesso sono il volto immateriale di versioni cartacee. In questo spazio, che di per se sarebbe tendente a quel libero mercato, si formano nuovi oligopoli informativi basati sulla capacità di attrarre, infinitamente superiore se si possiede un marchi storico di riconosciuta affidabilità e professionalità, capitali ingenti e professionisti del marketing. La possibilità di farsi diffusore di notizie viene in gran parte vanificata dalla difficoltà di attrarre contatti.

La rete si dimostra a volte più efficace nell’attività di framing e commento interpretativo, che oggi è quanto minimo un dialogo a più voci. Ma un dialogo è un atto intriso di potere e il potere resta nelle mani delle grandi Media Company, nonostante la brutta situazione economica in cui versano.

Per di più la raccolta informativa, chi sceglie per primo i pezzi di mondo da rendere disponibili e da illuminare, è un attività sempre più chiusa e spartita tra poche grandi agenzie mondiali. Da queste poche fonti tutti gli altri scelgono e commentano. Queste fonti, sempre più, si affidano agli uffici PR di enti ed associazioni, che per proprio carattere intrinseco hanno natura pubblicitaria e non informativa, e senza alcuna verifica o analisi fanno passare i comunicati di parte come notizia oggettiva. Questi due processi messi insieme ed amplificati dalla crisi economica delle redazioni, che hanno reagito tagliando ulteriormente le informazioni raccolte di prima mano e i corrispondenti, portano quasi ad una restrizione della pluralità delle fonti di informazione ed ad una moltiplicazione infinita di commenti ed opinioni nel cui mare magnum diventa sempre più difficile orientarsi. Ciò resta vero nonostante la tendenza crescente di siti non professionali che riescono a dare notizie in esclusiva o rilanciare notizie passate quasi inosservate.

La rete non è una soluzione neanche per i condizionamenti dovuti alla pubblicità, sia per il crescente fenomeno di siti non professionali che guadagnano da essa, sia per il già citato aspetto della grande quantità di siti non professionali che tendono a rilanciare temi presi dai grandi media e che quindi hanno già subito l’influenza commerciale (anche maggiore visto che ora la pubblicità è l’unica antrata di aziende che prima si finanziavano anche con l’acqisto della copia cartacea).

Riesce invece ad offrire una platea maggiore, con i limiti già detti, a temi contrari al sistema economico vigente, che difficilmente grandi aziende possono mettere in dubbio senza una certa tendenza suicida. Ma i limiti restano nella difficoltà di emergere dal caos in un contesto in cui pochi continuano ad accaparrarsi la maggioranza degli sguardi.

Forse però la delusione peggiore della rete è la mancata realizzazione di quella partecipazione, presa di parola per tutti, che tanti avevano annunciato come certezza.

Il Digital Divide è una realtà e sembra che tenda a stabilizzarsi. Il Digital Divide riguarda, si, la differente possibilità di accesso alla tecnologia e ai media, ma, nelle sue più avvedute formulazioni, riguarda anche la capacità di usare quelle tecnologie. Oggi il Digital Divode riguarda più il diverso uso che della rete fanno i diversi gruppi socio-culturali. La maggioranza delle persone naviga in rete attraverso pochissimi nodi, quasi sempre di grandi multinazionali, e tende a vedere nella rete un mezzo per fruire di video e musica attraverso nuovi canali, ma con metodi tradizionali e poco interattivi; o un mezzo per coltivare piccole discussioni di nicchia, spesso superficiali e simili alla chiacchiere di quartiere e al gossip. In rete quello che va è il sesso, il gossip e il pruriginoso. Solo una piccola fetta di utenti sfrutta pienamente le potenzialità rivoluzionarie della rete, e questa fetta di utenti ha specifiche caratteristiche in termini di età, condizione economica, residenza ed istruzione. La sfera pubblica mediatizzata della rete, oggi , è quasi più classista. Esclude totalmente una parte delle persone e offre maggiori potenzialità di influenza a cittadini già privilegiati, che di solito erano già attivi prima e disponevano già di influenza sociale.

Continua prossimamente –>qui

P.S.un bell’articolo sui media condivisi da Pourparler

P.S.un altro articolo interessante sull’accordo tra il NYTimes e Google Earth che va verso la diffusione dei contenuti attraverso piattaforme e canali molteplici e la piena accettazzione e valorizzazione del Web da parte di uno dei giornali più attivi in rete –> qui

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