Frammenti Nomadi

Il Governo Ombra del Mondo

Pubblicato su X-Files, curiosità, geopolitica, giornalismo, politica e società by sparkaos su Maggio 8th, 2008

Molto spesso si parla dello strapotere delle multinazionali private e di potenti famiglie di baroni economici. Alcuni ricercatori sono da anni convinti che alcune associazioni private siano una specie di organo di governo ombra del Mondo. C’è chi cita un organizzazione che si riunisce in Svizzera annualmente, dove numerosi ex presidenti Americani si sono recati un anno prima di essere eletti. C’è chi più generalmente parla di apparato industriale e militare americano. C’è chi parla di un organizzazione che tra l’altre cose sarebbe legata ed interessata a manufatti alieni. C’è chi parla del Gruppo Bilderberg. C’è chi si spinge molto più in là.

La maggioranza delle persone solitamente prendono queste come stupidaggini da ragazzini fissati, anche perchè di teorie cospirative ne fioriscono così tante e così strambe da screditare tutti quelli che si occupano di simili ipotesi. Spesso, però, si dimentica che chi formula queste teorie a volte ha incarichi professionali di tutto rispetto in cui viene ritenuto persona intelligente e fidata. E che queste teorie, spesso scarse di prove, sono, però, almeno in alcuni casi, del tutto logiche e del tutto immaginabili nell’evoluzione storica della società attuale. E’ tempo di cercare di guardare al mondo con occhi più smaliziati, aperti all’insolito e senza pregiudizi, perché il punto fondamentale non è se queste teorie sono errate, ma quanto sarebbe grave se fossero vere.

Uno dei nomi che ricorre più spesso nelle teorie complottistiche di ogni genere è quello dei Rockefeller, potente famiglia di capitalisti americani. David Rockfeller, nel 1973, ha fondato la Trilateral Commission (Commissione Trilaterale), il cui documento costitutivo spiega: «Basata sull’analisi delle più rilevanti questioni con cui si confrontano l’America e il Giappone, la Commissione si sforza di sviluppare proposte pratiche per un’azione congiunta. I membri della Commissione comprendono più di 200 insigni cittadini, impegnati in settori diversi e provenienti dalle tre regioni». Proprio quest’anno sono state ammesse la Cina e l’India. Creata per il declino del think tank americano Council on Foreign Relations (a causa del suo sostegno alla guerra del Vietnam che scontentò molti americani) è un organizzazione dall’ideologia mondialista che molti vedono come la vera regia della globalizzazione.

Quindi si tratta di un gruppo di privati cittadini tra i più influenti al mondo che si riunisce per discutere delle vicende fondamentali del mondo. Fin qui niente da dire, ma c’è da considerare: la segretezza delle riunioni a cui i pochi giornalisti ammessi sono membri della Trilaterale, che come tutti gli altri non parlano delle riunioni; e la grande influenza dei membri. (qui un articolo con indiscrezioni sulle decisioni di quest’anno)

P.S. se vi fate un giro in rete sui Rockfeller, spesso in combutta con altri nomi noti come i Bush, trovate un mare di indizi di collegamenti con ogni genere di cosa, dai nazisti, agli alieni, alla rivoluzione agricola che ha cambiato il mondo, all’eugenetica etc. E’ evidente che tante di queste cose sono solo chiacchiere ed invidia, ma se avete pazienza di inoltrarvi in questo mondo scoprirete che alcune cose se non provate sono supportate almeno da forti indizi.(due esempi qui e qui)

P.S.2: per un esempio di persone di tutto rispetto (ministri ed ex ministri) che alle teorie del complotto credono tanto da rischiare la propria faccia un es. qui

P.S.3:ho trovato quest’altro articolo interessante sul prezzo del petrolio e il Gruppo Bilderberg–>qui

X-Files

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La destra avanza in Eruopa e i Laburisti Inglesi vengono travolti

Pubblicato su curiosità, geopolitica, politica e società by sparkaos su Maggio 2nd, 2008

Per la prima volta da 40 anni Il New Labor è il terzo partito del paese. Nelle elezioni amministartive ha subito una sonora sconfitta riuscendo a farsi superrare non solo dai Conservatori, che esultano in vista delle politiche, ma anche dai Liberal Democratici. (reuters) Forse però il sindaco laburista di londra, Ken Livingstone, potrebeb ottenere un terzo mandato, ma il testa a testa con Boris Johnson è ancora serrato.

La destra avanza in tutta Europa e le ragioni sono strutturali riguardano le sfide economiche  e politiche che gli Europei si rifiutano di affrontare votando il populismo nazionalista, ma proprio facendo ciò in così tanti paesi contemporaneamente dimostrano l’ineluttabiulità delle’Europa.

Da decenni i governi europei tendono sempre maggiormente ad avere colori politici simili. Con ciò non significa che la realtà nazionale non ha influenza, tanto è vero che non c’è ancora mai stato un periodo in cui tutti i governi avessero lo stesso colore; ma che ha sempre meno peso sulle scelte degli elettori che casomai inconsapevolmente, ma si trovano a vivere problemi sempre più simili e comuni e a reaggire in maniera sempre più coordinata invoilontariamente.

E’ ora che l’inconsapevole diventi consapevole e che i movimenti politici si rendano conto di ciò e aggreghino il consenso o il idssenso in un orizzonte ideale Europeo.

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Rete e News: Tempo

Pubblicato su Uncategorized by sparkaos su Aprile 26th, 2008

Rete e news

Macro-effetti della rete sulle notizie

Spazio/tempo:

Le dimensioni spazio temporali delle notizie sono state completamente stravolte dall’avvento della rete.

Il tempo è da sempre la dimensione fondamentale dell’informazione. Le news sono per definizione qualcosa di nuovo (anche se per nuovo spesso si intende qualcosa di insolito, non visto). La rete restringe e dilata il tempo delle notizie.

La competizione per lo scoop, per essere i primi a dare una notizia è sempre più serrata. La notizia in rete diventa subito obsoleta. La notizia in rete rincorre il tempo. La rincorsa continua svilisce la notizia, la rende spesso vuota. Il giornalismo rinuncia a quel ruolo di contestualizzazione del fatto nella realtà sociale, di inquadramento culturale. O meglio, cerca sempre, e anche forse con maggiore intensità, di fornire schemi mentali, frame interpretativi, in cui inquadrare e comprendere l’avvenimento, ma lo fa in modo superficiale e poco profondo. Questo è vero, però, solo per alcuni tipi di notizie e siti. La rete oltre che restringere il tempo contemporaneamente lo dilata, perché nessuna notizia prima della rete era fruibile per così tanto tempo. Gli archivi fioriscono. Le notizie restano lì nei server a disposizione, la loro vita si allunga e su questa possibilità nascono iniziative giornalistiche che mirano ad offrire contenuti più approfonditi e durevoli nel tempo, avvicinando ancor più il giornalismo ad una sorta di storia del presente.

Il tempo si de-massifica. Nella società industriale il tempo era socialmente organizzato per favorire i tempi dell’industria sia nel corso della giornata che nell’arco dell’anno. Oggi gli orari, le ferie, i periodi di veglia e di sonno sono molto più diversificati. La rete offre notizie 24 ore su 24 senza interruzione e rispettando i tempi di fruizione individuale, la TV a determinati orari giornalieri e il giornale addirittura una sola volta al giorno. La rete incontra il nuovo tempo personale e la notizia è costretta a divenire un fluire ininterrotto, ma in questo fluire ancora una volta va perso qualcosa e guadagnato altro.

L’uomo è finalmente libero a qualsiasi ora del giorno e della notte di farsi un idea di ciò che lo circonda, ma perde (ancora una volta) quel comune accordo su ciò che accade, che i media di massa offrivano ad un popolo. Il popolo, che sempre si fondò su una memoria condivisa, svanisce nelle volatili comunità di rete e non sembra aver trovato la forza di farsi virtuale, per essere reale.

CONTINUA

Rete e News: Spazio

Stampa e giornalismo nell’epoca della comunicazione digitale

Media

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Rete e news: Spazio

Pubblicato su comunicazione, cultura, giornalismo, media, politica e società by sparkaos su Aprile 24th, 2008

Rete e news

Macro-effetti della rete sulle notizie

Spazio/tempo:

Le dimensioni spazio temporali delle notizie sono state completamente stravolte dall’avvento della rete.

Lo spazio si è allargato all’improvviso. La maggiore facilità di trasmissione favorisce il diffondersi di notizie a livello globale, proprio mentre la rete stessa contribuisce a creare maggiori connessioni spaziali ed insieme a destabilizzare la concezione geografia di vicino e distante meramente spaziale. Vicino molto spesso è ciò che è simile, ciò che interessa indipendentemente dalla sua posizione fisica. L’America è più vicina della Turchia. Questo processo è precedente alle reti digitali, ma esse lo amplificano e lo portano alle estreme conseguenze. Oggi una persona può vivere sapendo tutto di ciò che succede in Cina e nulla del proprio quartiere

Ma al contempo lo spazio si è ristretto. In rete le poche testate professionali che producono guadagni sono quelle locali, che possono sfruttare le reti sia per raggiungere pubblici interessati ma distanti dalla località di cui si parla (es. migranti), sia per offrire contenuti più specifici in modo economicamente sostenibile e che favorisce la creazione di un senso di comunità che è alla base di ciò che il marketing definisce fidelizzazione[1] del cliente.

In pratica la notizia in rete diventa più glocal e il lettore è in grado di vivere virtualmente dove vuole, anche in un mondo che lui stesso crea fatto di piccoli frammenti di informazione in una sorta di collage post-moderno. Questo offre certamente possibilità informative che vanno incontro maggiormente agli interessi delle persone, ma insieme spezza il filo di un discorso pubblico e disconnette le identità da uno specifico ancoraggio territoriale o al contrario le incastra in localismi risorgenti. Ancora una volta la rete offre possibilità liberatorie e nuovi drammi. Nella dissoluzione di una minima narrazione condivisa, le basi stesse su cui le persone riflettono divengono fortemente differenti e il particolarismo esplode. L’idea di un identità nazionale o di una storia nazionale, il classico racconto della giornata dei TG svaniscono lasciando il posto ad un nomadismo in apparenza senza confini, ma segnato da fratture linguistiche, culturali ed economiche. (per il Digital Divide cenni qui). Insieme si formano nuove comunità con concetti spaziali dirompenti per l’attuale organizzazione politica. Che si tratti di comunità locali o totalmente virtuali, il principio di appartenenza ad esse è quanto minimo in contrasto con quello su cui gli stati oggi si basano.

Ma l’effetto più profondo delle reti digitali sulle notizie da un punto di vista spaziale è la possibilità per chiunque (abbia gli strumenti) di trasmettere flussi dati da qualsiasi luogo. Ci sono due aspetti principali che derivano da ciò. Il primo è mostrato in tutta la sua potenza dai video dei telefonini che diventano notizie riprese dai TG o dalla giornalista che trasmette in diretta con il telefono satellitare i bombardamenti di Bagdad. Ovunque l’occhio elettronico è virtualmente presente e nulla che accade può più sfuggire. E si arriva alla seconda conseguenza. I media da sempre tendono a restringere la sfera privata, lontana dagli occhi del pubblico. La rete rendendo tutti produttori di informazione estremizza questo processo.

Goffman insegna che la vita è un po’ come il teatro con un palcoscenico e un dietro le quinte. Il telone è caduto e il dietro le quinte oggi è la materia principale che sul palcoscenico globale rimbalza. Il processo borghese di esaltazione della vita privata, in una sorta di paradosso proprio mentre la privacy svanisce, trova un immane propagatore nella visibilità mondiale di mille vite private vendute in pubblico. Il privato scaccia il pubblico dal palcoscenico. E la dimensione pubblica, comunitaria della vita si privatizza sempre più. Mentre l’uomo non è mai più solo, perennemente interconnesso.

P.S. tre articoli interessanti su giornalismo, citizen journalism e crisi dei modelli economici da LSDI. Qui, qui e qui.


[1] Per fidelizzazione si intende riuscire a rendere stabile il rapporto tra azienda e cliente, proprio per ottenere ciò le aziende adottano approcci più attenti alla qualità, alla partecipazione attiva del consumatore e all’assistenza pre e post vendita.

CONTINUA

Stampa e giornalismo nell’epoca della comunicazione digitale

Media

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Politica estera Americana

Pubblicato su economia, geopolitica, guerra, link, media, politica e società by sparkaos su Aprile 20th, 2008

Link:

Un interesante analisi dell’evoluzione della politica estera e del suo rapporto con il diritto internazionale, con particolare riguardo agli USA. Geopolitica e diritto internazionale nell’epoca dell’occidentalizzazione del pianeta

Una raccolta di articoli tradotti sul medioriente e la politica americana nell’area, che restituiscono parola ad analisti e degli osservatori della stampa mediorientale – ed araba in particolare; in un contesto in cui i media occidentali riportano raramente altre voci locali diverse da quelle dei fanatici. QUI

Le bugie della coalizione Americana e Britannica in Iraq sono infinite. Qui

Ma la politica estera è strettamente intrecciata all’economia. La stampa riporta un articolo interessante sull’evoluzione del mercato cinese e la sempre crescente guerra economica tra Europa ed USA, che già da anni su molti temi economici sono molto lontane. QUI

MONDO
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Sfera pubblica e New Media

Pubblicato su comunicazione, cultura, giornalismo, media, politica e società by sparkaos su Aprile 13th, 2008

Sfera pubblica e New Media

Stampa e giornalismo nell’epoca della comunicazione digitale (4)

La prima formulazione del concetto di sfera pubblica si deve ad Habermas, da allora spopola in ogni libro sui media e nei discorsi pubblici dei non esperti.

La sfera pubblica è semplicemente lo spazio metaforico in cui i cittadini discutono sugli argomenti di interesse pubblico, anche al fine di esercitare un controllo attivo sull’ operato del governo. Sin dall’inizo (anche se Habermas si riferiva della sfera pubblica borghese dei caffè del XVIII secolo) il ruolo dei media è stato di fondamentale importanza; sia come stimolo e socializzazione della conversazione, sia come segnalazione dei temi più importanti, sia come fornitori di argomentazioni e punti di vista. Proprio per questo Hebermas è scettico sulla democrazia moderna. “… i media tendono a manipolare il loro pubblico piuttosto che aiutarlo nella formazione di un’opinione razionale…”

I media costituiscono la principale fonte di informazione per i cittadini e con l’avanzare della mediatizzazione della società si è iniziato a parlare di Sfera Pubblica Mediatizzata o, con l’ingresso dei nuovi media interattivi, di Sfera Pubblica Dialogica. Proprio chi ha abbracciato questa teoria del ruolo dei media ha, spesso, visto nella rete l’occasione di rinascita di forme più avanzate di democrazia; grazie alla più libera e cosciente partecipazione dei cittadini e allo sfaldarsi del falso dialogo unidirezionale dei Media Tradizionali, sostituito dal polifonismo della società civile che riacquista facoltà di parola.

Molti hanno invece criticato gli apologeti della rete per svariate ragioni, tacciandoli di ottimismo. (le principali)

La critica più forte riguarda il fatto che un dialogo non è mai paritario, ma intriso del potere sociale, dello status e delle capacità culturali dei diversi partecipanti. In rete si riproducono gli squilibri di potere della società e le elite mantengono nel dialogo virtuale il potere fondamentale di definire la realtà. Ovviamente si creano anche opportunità di definizioni oppositive, ma vale anche in questo caso il discorso del Digital Divide (qui) e della difficoltà ad ottenere contatti.

C’è poi da considerare che, anche se molti possono prendere la parola, tutti formano le proprie opinioni cmq in base ad informazioni ed opinioni (frame) provenienti dai media professionali. (la quantità di realtà che esperiamo direttamente è sempre più ridotta, osserviamo il mondo quasi solo attraverso la finestra dei media)

Ancor più, c’è da considerare il differente potere dei media (e delle elite) rispetto ai comuni cittadini di influire sulla scelta dei temi all’ordine del giorno (per cenni approssimativi sulla teoria dell’Agenda setting). L’agenda discussa nella sfera pubblica ricalca quasi in pieno quella dei media (di solito in confronto competizione con quella dei politici), mentre per i comuni cittadini risulta difficile, anche in rete, imporre un tema e per di più, di solito, confermando il rapporto parassitario che ci intrattengono, i siti non professionali tendono a strutturarsi secondo la stessa agenda proposta dai media professionali. Quindi, a limite, la rete aumenta le opportunità di discussione per tutti, ma i temi in discussione sono ancora fortemente decisi dalle solite minoranze e dai media mainstream. Molti invece credono che la possibilità di diffusione virale della rete abbatta questo meccanismo e portano esempi eclatanti di temi nati dal basso che alla fine sono riusciti ad entrare in agenda. Sembra poco probabile che una modalità di diffusione, che raggiunge la grande massa dei cittadini solo in rarissimi casi, possa davvero sbilanciare questo rapporto di potere almeno nell’immediato (sono fortemente scettico anche sul più lungo periodo).

E, forse, c’è da considerare che, come afferma la Teoria della Spirale del Silenzio, le persone tendono ad esprimere più facilmente le opinioni personali che sembrano maggioritarie nella società e deducono il clima di opinione principalmente dalla presentazione che i media fanno dell’opinione pubblica. Questo significa che in rete si troveranno molti più interventi di persone che condividono gli atteggiamenti dominanti che di persone fortemente critiche.

La rete ha anche un forte impatto sul controllo che l’opinione pubblica e i media possono avere sul governo. Da una parte l’amministrazione deve stare molto più attenta ai suoi utenti, che sono tutti potenziali creatori di scandali; quindi il cittadino può direttamente controllare l’efficacia dell’azione di governo e dell’amministrazione. Dall’altra i media professionali più che a controllare il governo, spinti anche dalla crisi delle redazioni, rinunciano al tradizionale ruolo di cani da guardia del potere (watchdog) e sposano più che altro la filosofia del “bad news, is good news” alimentando il cinismo e rinunciando ad un reale controllo dell’operato del potere, molto più impegnativo. Inoltre, affidandosi sempre più a fonti partitiche e di parte, come fossero fonti obiettive, si fanno strumento di propaganda, anche involontaria, del potere e di certo non di suo controllo (alcuni parlano di stretta fratellanza tra giornalisti e politici). Tutto questo precipita a cascata sul dibattito pubblico che assume i contorni dell’antipolitica e del cinismo, in cui, anche, i produttori indipendenti, spesso, scadono; finendo per passare dal controllo allo sfogo vuoto e cinico o alla pura difesa cieca di interessi di nicchia. Anche in considerazione del fatto che la precarizzazione della professione giornalistica e i licenziamenti rendono rarissimi i casi di inchieste approfondite e specializzate sull’amministrazione, che difficilmente possono essere sostituite dal generoso impegno di tanti professionisti che mettono la loro esperienza a disposizione degli altri in rete sia dall’interno delle istituzioni che da posizione lavorative che offrono uno sguardo privilegiato sullo stato (uno dei fenomeni più interessanti della rete che offre approfondimenti da punti di vista interni e specializzati)

Sommando tutti i limiti della sfera pubblica mediatizzata, si può certamente affermare che il differente potenziale di influenza sul dibattito pubblico resta sostanzialmente invariato, si assiste semplicemente ad un lieve spostamento verso classi sociali non appartenenti direttamente alle elite, ma cmq già privilegiate e inserite nel dibattito pubblico.

Colpisce il risultato di una ricerca Americana che, qualche anno fa, ha indagato sull’uso che i giovani dei ghetti facevano delle postazioni pubbliche di accesso alla rete. La maggioranza ne faceva un occasione ulteriore di chiacchiera con amici e simili o di raccolta di informazione su temi già di suo interesse come la musica o anche il quartiere da cui non erano mai usciti. A queste condizioni, oggi, sembra del tutto ideologico voler vedere nel web una grande occasione di partecipazione e democratizzazione. (e non abbiamo ancora toccato il presupposto implicito, alla base di quasi tutte le teorie trattate, del cittadino informato che tratteremo più avanti)

CONTINUA PROSSIMAMENTE


Stampa e giornalismo nell’epoca della comunicazione digitale (1)

La responsabilità sociale dei media (2)
La giustificazione della censura e del controllo culturale (3)

Media e Società

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La giustificazione della censura e del controllo culturale

Pubblicato su cinema, comunicazione, cultura, curiosità, geopolitica, giornalismo, guerra, media, politica e società by sparkaos su Aprile 11th, 2008

La giustificazione della censura e del

controllo culturale

Stampa e giornalismo nell’epoca della comunicazione digitale (3)

Ogni società ha il diritto di preservare la pace e l’ordine pubblico, e quindi ha il buon diritto di proibire la diffusione di opinioni tendenzialmente pericolose” (Samuel Johnson)

Con questa affermazione lo scrittore inglese dà una definizione alta dell’approccio autoritario alla stampa e una giustificazione morale delle censura. Tali concetti sono alla base delle politiche in fatto di media di tutti i governi autoritari, sia di destra che di sinistra. (es. recente le censure cinesi sul Tibet)

Il concetto fondamentale di questa teoria, conosciuta come Teoria Sovietica, è che i media devono favorire l’integrazione sociale. Funzione per altro riconosciuta anche dalla teoria della responsabilità sociale, ma portata alle estreme conseguenze. Come sintetizza McQuail (Sociologia dei media, il Mulino) la stampa deve “contribuire alla costruzione di una coscienza comune e di un identità socialmente condivise e a una reale coesione della comunità, nel suo insieme e a livello dei gruppi che la compongono”. A questo fine, per chi condivide l’approccio autoritario, la censura di opinioni e valori in dissenso e la diffusione dei valori ed obiettivi sociali dominanti è quasi un dovere.

Nell’era delle reti globali la censura è sempre più difficile. Questo è l’effetto più promettente della rivoluzione digitale. Anche con tutti gli accorgimenti e gli investimenti fatti, la Cina non è riuscita ad esercitare del tutto la censura. Ma ci sono due spetti interessanti da sottolineare.

Il primo riguarda la censura interna, cioè impedire la circolazione all’interno di un determinato territorio. La Cina è la prova evidente che è una forma di censura ancora praticabile. Per quanto il web ha permesso ad alcuni cinesi di informarsi in modo più completo e di diventare, a loro volta, fonti di informazione; il governo riesce ancora a controllare le informazioni che riceve la stragrande maggioranza della popolazione e i forti investimenti in sicurezza degli ultimi anni sembra daranno nuovi strumenti di censura alle elite mondiali. Ciò che sembrava scontato, la fine della censura, trova nuovi mezzi per esercitarsi e nuovi più sottili metodi, come l’autocensura dovuta alla paura, la marginalizzazione o nuovi e più potenti strumenti software; ma insieme sembra sempre più difficile riuscire in un tentativo di piena censura, che allo stato attuale sarebbe possibile solo bloccando totalmente l’accesso alle reti, cosa molto improbabile anche per gli effetti economici; e che con l’arrivo di più economici e diffusi sistemi satellitari diverrà ancora più irrealizzabile.

Il secondo aspetto da sottolineare è che, anche, la diffusine di informazioni all’estero è più difficilmente controllabile. I media occidentali, per quanto esclusi dalle zone della protesta, hanno rilanciato informazioni di seconda mano ed analisi, impedendo alla Cina di mettere tutto a tacere. Ma è davvero così impossibile per un paese riuscire a controllare la propria immagine? Nessuna organizzazione, istituzione o persona, oggi, è in grado di darsi un immagine in piena autonomia senza che altri influiscono su di essa, ma al contempo, e in controtendenza, la professionalizzazione delle Pubbliche Relazioni e le moderne tecniche di marketing tendono ad aumentare il controllo sulla propria immagine, soprattutto per chi ha dalla sua l’apparato statale e grandi fondi. Nel caso della Cina impedire la diffusione delle immagini sul Tibet è stato possibile solo in modo parziale perché i media sono stati prontissimi a rilanciarle. Ma se non ci fosse stato questo interesse da parte dei media professionali occidentali? Beh probabilmente visto il grande interesse pubblico le immagini si sarebbero diffuse in rete in modo virale, finendo per costringere i media a riprenderle. Ma, in casi in cui l’interesse dell’opinione pubblica e dei media (per convenienza o poca vendibilità) è molto più basso, non è da escludersi che un paese riesca a controllare la propria immagine pubblica impedendo la diffusione su vasta scala di immagini negative, che finirebbero per esistere, ma sconosciute ai più.

Storicamente uno dei ruoli dei media è stato quello di creare un senso di comunità (di solito intesa come nazionale) favorendo la diffusione dei valori dominanti e creando una storia (la classica giornata Italiana) , una narrazione condivisa in cui inserirsi e formare la propria identità. Con la diffusione di diete mediali sempre più personalizzate, quello che si spezza è il racconto comune, mentre nuovi sistemi valoriali si creano.

La rete è il canale che più favorisce la formazione di comunità, ma al contempo le frantuma, definendo nuove identità basate su presupposti, spesso, molto diversi da quelli su cui l’identità si è solitamente formata. Oggi le comunità, che nascono, si fondano sugli interessi comuni, sul comune sentire, sui gusti, a volte su razza o etnia o religione, ma raramente usano il criterio della comune cittadinanza o quello territoriale, anzi quando sposano quest’ultimo premiano le comunità locali a scapito della più vasta identificazione nazionale. Nel web hanno vinto i giornali locali, che hanno la possibilità di aggregare comunità fortemente interessate, anche distanti dal luogo di origine. Spuntano ovunque siti professionali, e non, che si definiscono in base ad un appartenenza territoriale o, anche, etnico-culturale minoritaria. Qualcuno ha scritto che l’epoca della rete è l’epoca delle nuove tribù, del particolarismo esasperato e delle identità multiple e cangianti. Tutto questo va a scapito di quel ruolo dei media come strumento per la creazione di una coscienza e di un’identità comune e finisce per favorire il processo dell’indebolimento dello stato Nazione e delle appartenenze sociali stabili. Si deve, cmq, sottolineare che fino a quando i nodi più frequentati saranno quelli di grandi corporation nazionali il ruolo di integrazione sociale dei media sarà in parte garantito, ma la minaccia più seria a ciò viene dall’internazionalizzazione delle media company. Va sottolineato, poi, che tutto ciò è vero solo in parte perché sia la rete che le concentrazioni azionarie finiscono per favorire nuove comunità, quindi i media continuano a fungere da mezzi per l’integrazione sociale solo ad un livello più micro o macro che non corrisponde più alla comunità politica più diffusa, cioè lo Stato Nazione.

In conclusione la teoria autoritaria della Stampa non è stata sconfitta dalla rete come molti vorrebbero. La censura e l’indottrinamento valoriale sono ancora diffusissimi e possibili; e fino a che punto lo saranno in futuro dipenderà molto dall’evoluzione dei sistemi di controllo e dall’evoluzione della società e della politica.

CONTINUA PROSSIMAMENTE

La responsabilità sociale dei media

Stampa e giornalismo nell’epoca della comunicazione digitale (1)

Media e Società

P.S. due articoli interessanti da LSDI sulla censura Cinese a Wikipedia e un esperimento di giornalismo partecipativo economicamente vincente

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Fini mai un’inchiesta su Genova

Pubblicato su comunicazione, curiosità, link, media, politica e società by sparkaos su Aprile 10th, 2008

Fini chiarisce che non ci sarà mai una commissione d’inchiesta sui gravi fatti di Genova. Si chiude il cerchio l’impunità alla massima potenza.Poi santifica la polizia e trasforma i manifestanti in violenti folli.

Vedete qui (dal minuto 5)

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Stampa e giornalismo nell’epoca della comunicazione digitale (1)

Pubblicato su comunicazione, cultura, giornalismo, media, politica e società by sparkaos su Aprile 8th, 2008

Da quando la rete è nata, uno dei temi più dibattuti è la possibile scomparsa dei giornali cartacei e le trasformazione che questa ha imposto alla professione giornalistica e alle “news” in quanto tali. (ne parla, anche, un articolo molto interessante su The New Yorker, sintetizzato al massimo in italiano qui)

Il dibattito tocca alla larga temi vastissimi e di importanza vitale per la società. Quindi non bisogna perdere di vista le poche certezze che si hanno. Una di queste è che, attualmente: anche i giornali cartacei, che hanno per primi e con migliori risultati accettato la sfida della rete, stanno affrontando profonde crisi economiche; perché gli introiti provenienti dalla rete come pubblicità (e in alcuni casi tariffe d’accesso) non compensano la perdita degli introiti che un tempo provenivano dalla vendita delle copie e dalla pubblicità su carta (questo nonostante i maggiori investimenti in pubblicità on-line da parte delle aziende, ma nel solco di tante aziende che in rete dopo primi trionfi stentano a trovare un modello economico che senza chiudersi alla forma aperta e collaborativi della rete sia sostenibile da un punto di vista di bilancio).

In una sorta di paradosso, le notizie delle testate on-line spesso trovano una diffusione ampissima, rimbalzano sui blog e aprono discussioni accese, ma non generano profitti. Hanno la possibilità di raggiungere una quota potenziale di lettori molto più vasta; ma, anche nei casi in cui riescono in questa diffusione virale, raramente generano introiti per il produttore sufficienti a coprire le spese e guadagnarci abbastanza perché i capitali restino investiti in simili attività economiche. Spesso generano molti più profitti iniziative di giornalismo partecipativo che prevedono il diretto intervento dei lettori e che privi di una propria struttura di raccolta informativa si appoggiano alle grandi testate, come fonti primarie, e ai contenuti dal basso. Alcuni fanno notare che blog e siti sociali per la maggioranza non fanno che commentare e rilanciare il contenuto dei giornali o dei media in generale e che sono come dei parassiti che sopravvivano rubando il lavoro di altri.

Storicamente la professione del giornalismo ha generato grandi dibattiti, visioni deontologiche ed ideali opposte e discussioni accese sul ruolo stesso della professione da cui sono discesi diversi tipi di giornalismo, che emergevano quasi sempre in concomitanza di grandi cambiamenti sociali o tecnologici. Cosa debba essere un giornalista, è un tema molto dibattuto perché dalla risposta, che si da a questa domanda, discendono visioni opposte di società e democrazia. Una delle poche certezze, di cui parlavo, è che dalla qualità della stampa dipende la qualità della vita politica e del suo strutturarsi in una sfera pubblica di discussione sempre più mediatizzata e virtuale.

Una delle prime teorie sul ruolo della stampa può essere riassunta sotto l’etichetta generale di Libertà di Stampa, Quarto Potere o Mercato delle Idee. Affonda le radici nella filosofia politica liberale e utilitaristica. In questa ottica la libera stampa è il fondamento della democrazia, in cui il cittadino informato, dalla stampa, può tutelare i suoi interessi. Il libero mercato delle idee e delle opinioni farà di certo trionfare la verità sull’errore. Questa visione idealistica stava per essere abbandonata definitivamente, quando qualche apologeta della rete ha annunciato l’avvento imminente (grazie al web, al giornalismo partecipativo, alla sfera pubblica dialogica della realtà virtuale moderna) di questo libero mercato delle idee, dimenticando come i suoi ottimistici predecessori parecchie cose.

La più scontata e antica critica a questo presunto libero mercato delle idee è che di libero non ha proprio niente.

Nell’epoca della comunicazione di massa generalista la poca libertà del mercato delle idee era reso evidente dal flusso verticale ed unidirezionale della comunicazione. Poche redazioni selezionavano per tutti quale parte del mondo doveva divenire “news”, cioè acquisire importanza sociale, e dava i primi imput su come la notizia doveva essere interpretata. Cioè come si direbbe oggi offrivano (ed offrono) la cornice culturale, il quadro cognitivo, la narrazione generale in cui inquadrare il singolo evento (framing). Per di più, l’appartenenza sociale degli operatori delle redazioni molto diversa dalla composizione sociale della popolazione, il contesto aziendale che presuppone la sopravvivenza dell’azienda, cioè del mercato e del capitalismo; gli introiti pubblicitari che condizionano la redazione e la proprietà dell’azienda con propri interessi personali e di classe/gruppo sociale; erano (e sono) un pesante condizionamento che crea una sorta di monopolio dell’informazione, contro l’ideologia del libero mercato

L’avvento della rete spezza la verticalità e favorisce la partecipazione del lettore senza alcun dubbio, ma contro ogni apologia la realtà resta un monopolio o al massimo un oligopolio. La selezione di ciò che avviene nella realtà affinché divenga notizia è forse ancora più faccenda di ristrette elite di prima. E’ ovvio che la rete offre a chiunque di lanciare un tema, ma il punto è farlo diventare notizia.

Eloquente a riguardo la storia del Watergate, uno dei più grandi scandali e successi della stampa statunitense. Per mesi i due reporter scrissero della vicenda sul Washington Post senza suscitare grandi reazioni. Solo grazie alla caparbietà dei due e del giornale, alla fine, il tema entro nell’agenda pubblica e divenne rilevante per l’opinione pubblica portando alle dimissioni del presidente Americano.

Non basta scrivere qualcosa perché si tratti di notizia: primo deve rispettare criteri professionali che ne garantiscano la qualità; secondo deve essere percepita come una notizia vera, scritta da una fonte affidabile; e terzo acquisire di una certa visibilità, pena il diventare uno sfogo personale che nessuno ha letto. La rete da accesso a molti ad uno spazio, ma in questo spazio continuano a valere le regole del mondo esterno, semplicemente deformate/forzate dalle caratteristiche proprie del mezzo. In questo spazio contano i contatti, senza contatti non esisti. La maggioranza dei contatti, di utenti che cercano news, va verso grandi motori di ricerca e siti professionali di testate on-line, che spesso sono il volto immateriale di versioni cartacee. In questo spazio, che di per se sarebbe tendente a quel libero mercato, si formano nuovi oligopoli informativi basati sulla capacità di attrarre, infinitamente superiore se si possiede un marchi storico di riconosciuta affidabilità e professionalità, capitali ingenti e professionisti del marketing. La possibilità di farsi diffusore di notizie viene in gran parte vanificata dalla difficoltà di attrarre contatti.

La rete si dimostra a volte più efficace nell’attività di framing e commento interpretativo, che oggi è quanto minimo un dialogo a più voci. Ma un dialogo è un atto intriso di potere e il potere resta nelle mani delle grandi Media Company, nonostante la brutta situazione economica in cui versano.

Per di più la raccolta informativa, chi sceglie per primo i pezzi di mondo da rendere disponibili e da illuminare, è un attività sempre più chiusa e spartita tra poche grandi agenzie mondiali. Da queste poche fonti tutti gli altri scelgono e commentano. Queste fonti, sempre più, si affidano agli uffici PR di enti ed associazioni, che per proprio carattere intrinseco hanno natura pubblicitaria e non informativa, e senza alcuna verifica o analisi fanno passare i comunicati di parte come notizia oggettiva. Questi due processi messi insieme ed amplificati dalla crisi economica delle redazioni, che hanno reagito tagliando ulteriormente le informazioni raccolte di prima mano e i corrispondenti, portano quasi ad una restrizione della pluralità delle fonti di informazione ed ad una moltiplicazione infinita di commenti ed opinioni nel cui mare magnum diventa sempre più difficile orientarsi. Ciò resta vero nonostante la tendenza crescente di siti non professionali che riescono a dare notizie in esclusiva o rilanciare notizie passate quasi inosservate.

La rete non è una soluzione neanche per i condizionamenti dovuti alla pubblicità, sia per il crescente fenomeno di siti non professionali che guadagnano da essa, sia per il già citato aspetto della grande quantità di siti non professionali che tendono a rilanciare temi presi dai grandi media e che quindi hanno già subito l’influenza commerciale (anche maggiore visto che ora la pubblicità è l’unica antrata di aziende che prima si finanziavano anche con l’acqisto della copia cartacea).

Riesce invece ad offrire una platea maggiore, con i limiti già detti, a temi contrari al sistema economico vigente, che difficilmente grandi aziende possono mettere in dubbio senza una certa tendenza suicida. Ma i limiti restano nella difficoltà di emergere dal caos in un contesto in cui pochi continuano ad accaparrarsi la maggioranza degli sguardi.

Forse però la delusione peggiore della rete è la mancata realizzazione di quella partecipazione, presa di parola per tutti, che tanti avevano annunciato come certezza.

Il Digital Divide è una realtà e sembra che tenda a stabilizzarsi. Il Digital Divide riguarda, si, la differente possibilità di accesso alla tecnologia e ai media, ma, nelle sue più avvedute formulazioni, riguarda anche la capacità di usare quelle tecnologie. Oggi il Digital Divode riguarda più il diverso uso che della rete fanno i diversi gruppi socio-culturali. La maggioranza delle persone naviga in rete attraverso pochissimi nodi, quasi sempre di grandi multinazionali, e tende a vedere nella rete un mezzo per fruire di video e musica attraverso nuovi canali, ma con metodi tradizionali e poco interattivi; o un mezzo per coltivare piccole discussioni di nicchia, spesso superficiali e simili alla chiacchiere di quartiere e al gossip. In rete quello che va è il sesso, il gossip e il pruriginoso. Solo una piccola fetta di utenti sfrutta pienamente le potenzialità rivoluzionarie della rete, e questa fetta di utenti ha specifiche caratteristiche in termini di età, condizione economica, residenza ed istruzione. La sfera pubblica mediatizzata della rete, oggi , è quasi più classista. Esclude totalmente una parte delle persone e offre maggiori potenzialità di influenza a cittadini già privilegiati, che di solito erano già attivi prima e disponevano già di influenza sociale.

Continua prossimamente –>qui

P.S.un bell’articolo sui media condivisi da Pourparler

P.S.un altro articolo interessante sull’accordo tra il NYTimes e Google Earth che va verso la diffusione dei contenuti attraverso piattaforme e canali molteplici e la piena accettazzione e valorizzazione del Web da parte di uno dei giornali più attivi in rete –> qui

Media e società

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I Vietnamiti battono la Nike?

Pubblicato su comunicazione, cultura, curiosità, economia, giornalismo, media, politica e società by sparkaos su Aprile 6th, 2008

Il Vietnam da qualche anno ha una crescita economica costante dell’8%; da quando i comunisti al potere hanno sposato la via cinese, e l’apertura al mercato in una cornice di immutato autoritarismo politico. Ma lo straordinario boom economico del paese ha anche un’altra ragione profonda. Con la costante, se pur lenta, crescita degli stipendi in Cina ed India; le multinazionali iniziano a spostare le loro attività produttive da questi paesi verso altri paesi dell’area con salari più bassi.

La Nike produce ogni anno in Vietnam 75 milioni di calzature. O più o meno: tutti gli effeti la NIke non produce assolutamente niente di materiale, visto che non possiede neanche uno stabilimento produttivo. La multinazionale è semplicemente un marchio, non possiede niente altro. Gli stabilimenti sono di terzi, negli ultimi anni spesso imprenditori Taiwanesi, con un contratto di fornitura esclusiva. In questo modo la Nike non ha nessuna responsabilità su ciò che avviene nelle sue fabbriche.

L’azienda, già al centro di numerose campagna di protesta e di boicottaggio, è stata tra le prime multinazionali a varare un codice etico e a pubblicare un “rapporto di responsabilità sociale” insieme con il proprio bilancio. (cioè ha promesso la massima trasparenza sulle condizioni di lavoro in vigore presso i propri subfornitori). Ma questo non ha impedito l’impiego di bambini nella cucitura dei palloni in alcune fabbriche in Pakistan.    CONTINUA