Nuovo asse Asiatico: Cina-Giappone?
La recente visita (dopo dieci anni) del presidente cinese Hu Jintao in Giappone aprè scenari strategici nuovi in Asia.
A dividere i due paesi oltre i temi di più stretta attualità resta la ‘memoria storica’ riguardante la seconda guerra mondiale e le guerre giapponesi nella regione.Tema scottante alla luce dei risorgenti nazionalismi nella regione. Ma il documento siglato dal presidente cinese e dal premier giapponese fa pensare ad una crescita delle relazioni tra i due paesi.
Il documento si basa su tre punti principali.
- Mutua fiducia nelle nuove relazioni fra Cina e Giappone, Entrambi si riconoscono un ruolo positivo nel sistema internazionale e pensano a campi di possibili collaborazioni. Ad es sul ruolo delel Nazioni Unite nella lotta al cambiamento climatico. Pechino potrebbe rimuovere il suo veto alle richieste giapponesi per un ruolo più forte al Consiglio di sicurezza. O anche sulla crisi nucleare nordcoreana
- Sviluppo dei rapporti economici, tecnologici e commerciali,
- Forte cooperazione intensa in materia di energia, la protezione ambientale.
Di problemi tra i due paesi ne restano molti, ma le tante sinergie attivabili da rapporti più stretti fanno pensare che nel medio perido i due paesi hanno un forte interesse a risolverli.
Ad es per il Giappone la Cina può rappresentare il mercato privilegiato con cui sostituire quello Americano in caso di crisi ed in cui investire. Mentre la Cina avrebbe tutto l’interesse ad attirare investimenti economici Giapponesi anche al fine di trasferimenti tecnologici. La cina presto dovrà affrontare la conversione economica verso un sistema industriale più basato sulla qualità che sulla quantità a causa del progressivo trasferimento die fabbriche in altri paesi dell’ Asia causato dall’aumento dei costi del lavoro. In questa prospettiva l’avanzatissima tecnologia giapponese giustifica agli occhi di Pechino anche la rinuncia alle accese dispute storiche.
L’Asia di certo sta attraversando un periodo di profonda ridefinizione geopolitica e cosa ne verrà fuori è difficile dirlo, ma è di importanza fondamentale per il mondo intero.
Razzismo e Hillary
Hillary Clinton all’inizio delle primarie democratiche aveva un immagine da donna forte, decisa e comprensiva; espressione dell’elite Americana, ma capace di un certo contatto con il “popolo”.Oggi la sua immagine è totalmente distrutta. Per gran parte degli Americani e ancor più per gli osservatori stranieri l’ex first lady è la donna senza cuore, capace di piangere solo per convenienza elettorale, che farebbe qualunque cosa, compreso mentire o peggio, per il potere. Allora come si spiega la sua recente e schiacciante vittoria nel piccolo Stato del West Virginia? (a livello numerico conta poco e non cambia il vantaggio di Obama per i soli 28 delegati in palio)
La sipegazione della vittoria della Clinton salta agli occhi da sola se si considera chi sono gli elettori che maggiormente la premiano sin dall’inizio e che in West Virginia sono rappresentati in maniera emblematica.
Bianchi, ultra sessantenni, veterani militari, poco istruiti e parte della classe media.
Razzismo. Conservatorismo dogmatico che non ama il cambiamento. Razzismo militarista e vicinanza dei Clinton agli apparati statali. Più facilmente soggetti al populismo e al sottile razzismo degli attacchi di Hillary. Spaventati.
La strategia di Hillary è risvegliare le paure degli Americani per tutto ciò che Obama rappresenta: un nero che vuole cambiare le cose.
Obama aldilà delle sue intenzione, getta involontariamente un dubbio radicale su tutta la storia Americana e sul recente presente ed immediato futuro (in questo caso si tratta di una scelta deliberata ad es sull’Iran e il terrorismo)
Hillary come una Iena incurante delle conseguenze per il partito e per l’America risveglia le paure antiche dell’uomo nero e cerca la sponda del partito per cambiare il risultato del voto popolare, con l’aiuto dei superdelegati(1), che sempre più saranno il vero ago della bilancia.
Intanto proclama vittorie da mesi che in realtà sono deltutto insignificanti. Tutti gli stati che è riuscita a vincere o contavano pochissimo o li ha strappati per pochissimi voti, mentre Obama ormai ha consolidato un largo vantaggio (nonostante già ora un numero superiore di superdelegati appoggi la senatrice) e ha ottenuto molti più voti popolari complessivi. Ma cosa ancora più indicativa e la sua base elettorale storica composta oltre che dagli Afro Americani, dai giovani e dalle persone più istruite (l’america emrgente).
Da anni l’America risulta socialmete e geograficamente divisa tra repubblicani e Democratici, in queste primerie il razzismo (sopratutto) ha creato una nuova e profonda frattura nella società americana. Ma se i bookmakers (da notare che non hanno canbiato le cuote dopo il West Virginia) hanno ragione Obama, straforito sia per le primarie che per le elezioni presidenziali vere e proprie, forse sarà la risposta forte e vincente che il futuro dell’America manda ai suoi genitori attestati lungo fratture archaiche. Il razzismo in America è forte, ma il razzismo in America è intrecciato con la convivenza. La stessa persona (esperienza personale) può sostenere una discussione lunga ed informata contro i neri per poi due ore dopo abbracciare calorosamente l’ex commilitone nero.
(1) Delegati non eletti, ma aventi diritto al voto durante la convention democratica che deciderà il candidato del partito alla presidenza. Sono funzionari del partito o democratici eletti ad alcune cariche. Possono modificare il loro voto fino all’ultimo momenti e se sono necessarie più votazioni cambiarlo (in quel caso tutti i delegati dopo la prima votazione sono liberi di votare secondo coscienza anche contro il candidato per cui erano stati eletti)
Tibet e Cina - Competenza ed elite in America (link)
<<“Ma dove erano tutti I pro democrazia negli anni delle altre olimpiadi” Perche’ in ogni paese in cui si sono tenute le olimpiadi ci sono vergognosi comportamenti anti-democratici,. Perche’ e’ facile condannare la cina, lontana dalla nostra cultura e con un governo palesemente anti-democratico, e allo stesso tempo dimenticare le vergogne che I nostril paesi “cosiddetti democratic” commettono ogni giorno.>>
Leggi tutto l’articolo qui
<<Esattamente come un principe medievale, egli rivendica non solo l’indipendenza del Tibet, ma anche il ruolo di sovrano ereditario per investitura divina. Molto comodo! Le sette dissenzienti all’interno della sua fede vengono perseguitate, ed egli esercita un potere assoluto all’interno di una enclave in territorio indiano; dice cose assurde sul sesso e sul cibo, e durante i suoi viaggi a Hollywood alla ricerca di fondi consacra santi i donatori più generosi>>
Un articolo interessante sul Tibet e il poco che si sa di reale in occidente sulla sua realtà. Nella citazione si parla del Dalai Lama –> qui
Le primarie Amaricane tra accuse di elittismo ed incompetenza gettano una luce inquietante sul populismo anti-intellettuale sempre più diffuso –> qui
Il Governo Ombra del Mondo
Molto spesso si parla dello strapotere delle multinazionali private e di potenti famiglie di baroni economici. Alcuni ricercatori sono da anni convinti che alcune associazioni private siano una specie di organo di governo ombra del Mondo. C’è chi cita un organizzazione che si riunisce in Svizzera annualmente, dove numerosi ex presidenti Americani si sono recati un anno prima di essere eletti. C’è chi più generalmente parla di apparato industriale e militare americano. C’è chi parla di un organizzazione che tra l’altre cose sarebbe legata ed interessata a manufatti alieni. C’è chi parla del Gruppo Bilderberg. C’è chi si spinge molto più in là.
La maggioranza delle persone solitamente prendono queste come stupidaggini da ragazzini fissati, anche perchè di teorie cospirative ne fioriscono così tante e così strambe da screditare tutti quelli che si occupano di simili ipotesi. Spesso, però, si dimentica che chi formula queste teorie a volte ha incarichi professionali di tutto rispetto in cui viene ritenuto persona intelligente e fidata. E che queste teorie, spesso scarse di prove, sono, però, almeno in alcuni casi, del tutto logiche e del tutto immaginabili nell’evoluzione storica della società attuale. E’ tempo di cercare di guardare al mondo con occhi più smaliziati, aperti all’insolito e senza pregiudizi, perché il punto fondamentale non è se queste teorie sono errate, ma quanto sarebbe grave se fossero vere.
Uno dei nomi che ricorre più spesso nelle teorie complottistiche di ogni genere è quello dei Rockefeller, potente famiglia di capitalisti americani. David Rockfeller, nel 1973, ha fondato la Trilateral Commission (Commissione Trilaterale), il cui documento costitutivo spiega: «Basata sull’analisi delle più rilevanti questioni con cui si confrontano l’America e il Giappone, la Commissione si sforza di sviluppare proposte pratiche per un’azione congiunta. I membri della Commissione comprendono più di 200 insigni cittadini, impegnati in settori diversi e provenienti dalle tre regioni». Proprio quest’anno sono state ammesse la Cina e l’India. Creata per il declino del think tank americano Council on Foreign Relations (a causa del suo sostegno alla guerra del Vietnam che scontentò molti americani) è un organizzazione dall’ideologia mondialista che molti vedono come la vera regia della globalizzazione.
Quindi si tratta di un gruppo di privati cittadini tra i più influenti al mondo che si riunisce per discutere delle vicende fondamentali del mondo. Fin qui niente da dire, ma c’è da considerare: la segretezza delle riunioni a cui i pochi giornalisti ammessi sono membri della Trilaterale, che come tutti gli altri non parlano delle riunioni; e la grande influenza dei membri. (qui un articolo con indiscrezioni sulle decisioni di quest’anno)
P.S. se vi fate un giro in rete sui Rockfeller, spesso in combutta con altri nomi noti come i Bush, trovate un mare di indizi di collegamenti con ogni genere di cosa, dai nazisti, agli alieni, alla rivoluzione agricola che ha cambiato il mondo, all’eugenetica etc. E’ evidente che tante di queste cose sono solo chiacchiere ed invidia, ma se avete pazienza di inoltrarvi in questo mondo scoprirete che alcune cose se non provate sono supportate almeno da forti indizi.(due esempi qui e qui)
P.S.2: per un esempio di persone di tutto rispetto (ministri ed ex ministri) che alle teorie del complotto credono tanto da rischiare la propria faccia un es. qui
P.S.3:ho trovato quest’altro articolo interessante sul prezzo del petrolio e il Gruppo Bilderberg–>qui
Primarie ed Iran in Americana
Il New York Times rincuora i democratici Americani, dopo settimane di sondaggi che davano McCain in forte rimonta, una nuova indagine statistica afferma che i democratici sono in testa con qualsiasi candidato. Ma di questi giorni i sondaggi sono strumento di lotta politica, in una situazione, già di per se così instabile, che sarebbe difficile da fotografare anche senza secondi fini politici. (uno interessante dimostra che la stragrande maggioranza degli elettori non ritiene la Clinton una persona credibile, che dice quello che pensa, ma al contrario una capace di dire qualsiasi cosa per vincere)
Le primarie democratiche oggi fanno tappa in Carolina del Nord e Indiana. Nel primo stato il senatore Barack Obama sembra in netto vantaggio (dai 7 ai 10 punti), nel secondo la situazione è più incerta. Hillary Clinton, in caso di sconfitta, potrebbe ritirarsi visto che Obama, già ora, ha circa 136 delegati in più dell’ex first lady. Perdendo di poco in Carolina del nord, dove all’inizio aveva un fortissimo svantaggio, potrebbe, però, decidere di continuare. Ma la vittoria per il clan Clinton è sempre più un sogno lontano. I numeri parlano chiaro: non c’è margine di recupero in quanto a delegati eletti; Obama conquista continuamente nuovi superdelegati[1] mentre la Clinton, originariamente in forte vantaggio nel partito, ne perde di continuo; e la raccolta di fondi della senatrice è sempre più misera, mentre quella del senatore nero continua a battere ogni record. (è da un po’ che scrivo che la testardaggine della Clinton sta solo danneggiando il partito visto che alla fine Obama continua a raccogliere maggiori preferenze tra i democratici e che già da un po’ la situazione è a suo netto vantaggio. La Clinton potrebbe vincere solo con una sorta di tradimento del voto popolare da parte del partito, scelta molto autodistruttiva. I Democratici alla fine dovranno riflettere sull’atteggiamento egoista e arrivista della senatrice e su quanto li ha danneggiati)
Obama, dopo aver definitivamente rotto ogni rapporto con il pastore Jeremiah Wright, sembra riprendere la sua inarrestabile ascesa che le dichiarazione del reverendo di famiglia, di tono razzista, avevano rallentato. Non era bastata, invece, la prima presa di distanza del senatore in un bellissimo discorso (in Italiano qui). Forse perché il discorso puntava sull’americano di qualsiasi colore, mentre i bianchi democratici, nelle ultime elezioni, hanno continuato a preferire la Clinton e i neri democratici a votare in massa per Barack. I trend elettorali sono però diversi a secondo dell’età e del titolo d’istruzione. Tra i meno istruiti e meno giovani Hillary continua ad avere risultati migliori, mentre il senatore dell’Illinois raccoglie consensi tra persone più istruite e giovani al di là del colore della pelle. Tutto ciò preoccupa non poco il partito che teme l’effetto razzismo nel caso, quasi certo, di una sfida McCain-Obama.
La notizia del giorno è, però, lo scontro in casa Democratica sull’Iran. Le differenze in politica estera forse sono le più marcate nei programmi dei due. Oggi due interviste hanno rilanciato il tema. Emerge chiaramente la differenza di approccio, poi come si tradurranno le parole, che restano cmq abbastanza sul vago, è tutto da vedersi. Clinton è in perfetta scia retorica e strategica con Bush e McCain, cambiano inezie e toni. Ad es. è vero chiede il ritiro dall’Iraq, ma dopo aver sostenuto la missione e con l’aria di chi non ne ha alcuna intenzione. Obama a parole è una netta discontinuità con la politica precedente sia a livello retorico che concreto.
La politica estera della senatrice si riassume in una frase lapidaria se Teheran usasse l’atomica contro Israele, per rappresaglia si dovrebbe distruggere l’Iran. (qui intervista completa la stampa)
Obama, senza escludere l’uso della forza, dichiara: “Serve un dialogo diretto con il regime iraniano…Abbiamo avuto una politica estera di minacce e spade sguainate, e di decisioni strategiche che alla fine hanno rafforzato l’Iran.” (qui intervista completa la stampa)
[1] Delegati non eletti, ma aventi diritto al voto durante la convention democratica che deciderà il candidato del partito alla presidenza. Sono funzionari del partito o democratici eletti ad alcune cariche. Possono modificare il loro voto fino all’ultimo momenti e se sono necessarie più votazioni cambiarlo (in quel caso tutti i delegati dopo la prima votazione sono liberi di votare secondo coscienza anche contro il candidato per cui erano stati eletti)
La censura Russa e l’amicizia Berlusconi-Putin
Dopo il caso del direttore licenziato dal proprio editore per aver pubblicato le voci di un possibile divorzio dello Zar di tutte le Russie e di una sua presunta love story con un ex campionessa di pattinaggio, Аlina Kabaeva, il Cremino si lancia sempre più alla conquista e al controllo dell’etere. Forse consigliato dall’amico Berlusconi, nell’incontro provato dei giorni scorsi, Putin ha deciso di porre un’ulteriore stretta alla libertà di espressione e al pluralismo dell’informazione, oltre che portare un ulteriore campo dell’economia Russa sotto stretto controllo dell’oligarchia al potere.
La camera bassa Russa ha approvato un testo, con un solo voto contrario, che prevede la sospensione o chiusura dei mezzi d’informazione che abbiano «diffuso informazioni false deliberatamente dannose all’onore e alla dignità». Ora tocca al senato, dove l’esito è quasi scontato. (alice.it)
Intanto nasce un nuovo colosso dei media che sarà a libro-paga della presidenza Russa.(NMG - Mediagroup nazionale) e comprenderà una rete di ben 864 stazioni russe che diffondono attualmente i loro programmi in Russia, nelle nazioni della Csi e nei paesi del Baltico (Lettonia, Lituania, Estonia). Izvestija, il quotidiano più vicino a Putin, avrà un ruolo notevole nella gestione economica della NMG. (qui)
L’effetto combinato delle due iniziative, in una situazione in cui la libertà di espressione già subiva evidenti limitazioni e in un paese con un alto tasso di mortalità tra i giornalisti, avrà un impatto devastante sulla presunta democraticità della Russia. Molti hanno notato che la successione al potere in Russia poteva comportare, anche, una maggiore democraticità dello Stato e una più equilibrata spartizione di potere. Queste sognanti affermazioni si scontrano contro la realtà di un oligarchia che governa con autorità il paese e di molti russi che sono disposti ad accettarla per l’evidente ruolo riconquistato dalla Russia nel sistema mondiale. Il nazionalismo favorisce l’oligarchia, concentratasi intorno a Putin e uscita dalle scuole del KGB, i media gli permettono, e permetteranno, di alimentare tale sentimento e sfasare la percezione che i russi hanno del mondo e della realtà. Il potere cambia forma per controllare più strettamente tutto.
Voci parlano di un interesse della berlusconiana Mediaset che potrebbe a breve aprire un suo ufficio moscovita e avviare trattative organiche con il Cremlino e con la nuova holding NMG. Si spiegherebbero, pertanto, i colloqui a porte chiuse tra i due amici.
C’è quasi una sorta di contagio tra i due, entrambi intenzionati a mantenere il potere ad ogni costo e poco inclini alle critiche. Le somiglianze tra i due sono infinite, almeno quanto le differenze. Eppure condividono ciò che più conta: una gestione personalistica del potere che sfiora la megalomania e che nel populismo nazionalista trova la scintilla per far emergere il consenso popolare, costruito precedentemente con il potere economico, mediale od energetico che sia. Entrambi liberali a parole. Entrambi poco inclini a sopportare una liberà stampa. Entrambi con la presunzione di sedere tra i grandi della storia.
E’ l’inizio di una nuova epoca di rapporti tra Russia ed Italia, sempre più distante dall’Europa?
P.S. per i rapporti tra la Russia e L’Europa vedere: Conflitti in Europa e Identità Europea
P.S.2: per le sfide della Russia di oggi e il cambio al vertice:Elezioni e sfide politiche nella Russia di oggi
Imperi, guerre ed espansione delle religioni.
Ho scoperto un sito molto carino che cerca di visualizzare le grandi correnti culturali-politiche e religiose in modo semplice attraverso una video mappa storica. Ovviamente incarna pienamente la visione americana del mondo. Ma sono cmq interessanti, anzi forse ancor di più per questo.
C’ è una video mappa sugli imperi che si sono susseguiti nella storia del Medioriente dalla preistoria ad oggi. Rende chiari alcuni dei problemi di oggi nell’area.
Interessante anche quella sulle religioni e la loro diffusione nel mondo (spesso dietro le armate che avnzavano)
Sorprendente anche la mappa che mostra tutte le guerre americane e quale dei due partiti politici comandava in quel momento (a mio avviso è un pò falsata a favore dei repubblicani perchè visto che considerà l’entità del conflitto, contando anche le due guerre mondiali i dmeocratici finiscono per sembrare più guerrafondai dei repubblicani, cmq è sorprendente la quantità di conflitti e la costanza durante le ammainistrazioni di ogni colore)
La più falsata per me è quella sulla diffusione della democrazia, poi sarà che sono Europeo; ma mi sembra che si racconta la storia di un america che ha inventato la democrazia da sola e di un Europa che l’ha solo accettata di rimando.
Hillary Clinton vince copiando Bush
Hillary Clinton vince le primarie nello stato della Pensilvenia, ma ottiene soltanto di restare ancora in corsa. Il distacco di Obama resta più o meno invariato. I vari conteggi fanno passare il vantaggio del senatire dell’Illinois da 150 a circa 130 delegati. La tappa deicsiva probabilmente è la prossima del 6 Maggio.
Molti pensano che sia riuscita a vincere grazie al suo ultimo spot elettorale che puntava a spaventare gli elettori con metodi simili a quelli usati da Bush. (il corriere delle sera). Obama ha risposto con un video del marito, Bill Clinton, che tempo fa invitava a votare per chi propone messaggi di speranza e non tenta di usare la paura delle persone per i suoi scopi.
La Clinton spera di sfruttare la vittoria per mettere a tacere le crescenti preoccupazioni del partito e le richieste che da più parti gli vengono di rinunciare, visto che Obama resta fortemente favorito. In più ha invitato i propri sostenitori a donare soldi per la campagna visto che Barack ha dinuovo raccolto più di lei grazie ai tanti piccoli contribbuti con cui ha rivoluzionato la raccolta fondi e si è slegato almeno in parte dalle influenze delle lobby. Argomento che ha usato contro Hillary ricordando che difficilmente può presentarsi come candidato dei lavoratori chi è così strettamente legato ai grandi interessi.
Hillary, ormai, sembra decisa a qualsiasi cosa pur di vincere; ma tutto ciò che riesce ad inventarsi è la solita e straripetuta accusa ad Obama che non è in grado di governare con l’aggiunta di toni sempre più bellicosi in politica estera. Ultimamente ha dichiarato in termini enfatici che non esiterebbe a bombardare l’Iran in risposta ad attacchi (col tono di chi parla di radere al suolo).
Obama intanto, consapevole di avere migliori possibilità, cerca di presentarsi già come il vincitore e di non cadere nei tranelli infidi dell’avversaria, anche se ultimamente qualche errore lo ha commesso e l’ha pagato in questo turno, visto che partendo da più di 20 punti di svantaggi aveva in pratica recuperato, ma poi alcune dichiarazioni hanno fermato la sua scesa (qui)
Il dato tragico è che una larga fetta degli elettori bianchi democratici continua a preferire la senatrice; e questo getta un ombra preoccupante per la porbabile futura sfida McCain - Obama. Sembra che la vera sfida delle Presidenziali Americane sia degli americani con se stessi, perchè, al contrario di quanto sostenuto da alcuni, Obama se non fosse nero sarebbe di certo da tempo il candidato democratico e avrebbe la vittoria quasi in tasca, se il colore della pelle lo ha avvantaggiato è stato solo nella fase iniziaòle in cui doveva conquistare visibilità.
In bocca al lupo Obama. In bocca al lupo America. In bocca al lupo Mondo.
P.S. qui un video con le dichiarazione dei due democratici dopo i risultati della Pennsylvania (in Italiano)
MONDO OBAMA Obama e la campagna infinita
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L’America, gli amici di Al Qaeda e il sogno Imperiale
La stampa riporta che l’86% degli attentati terroristici degli ultimi 25 anni si è verificato a partire dal 2001; e il più alto numero annuale di attacchi è stato registrato dal 2004 ad oggi. Anche considerando che un nemico in difficoltà può tentare, usando le sue ultime risorse, un colpo di coda e spinto dalla disperazione provocare un ultima esplosione di violenza prima della resa, non mi sembra esistano ragioni per sostenere, oggi, questa ipotesi. La strategia contro il terrorismo, post 11 settembre, che ha portato alla guerra in Afghanistan e in Iraq, e a scontri nascosti molto più diffusi a livello planetario, o è un evidente fallimento oppure nasconde scopi ben diversi.
Un numero sempre più folto di persone di ogni tipo (tra cui professori delle migliori università Americane e mondiali, diplomatici di diversi paesi, giornalisti, ex agenti segreti e militari) pensa che in realtà il terrorismo sia una scusa, usata per due principali scopi. Il primo: miliardi di guadagni per l’apparato industriale-militare USA, che sempre più si configura come una sorta di governo ombra privato del mondo. Il secondo: consolidare l’impero americano ed impedire che si formi in Euro-Asia un blocco continentale in grado di contrapporsi allo strapotere USA. Assicurarsi i rifornimenti di petrolio e tenere sotto controllo i miliardi di dollari degli Emiri, tenendogli il fiato sul collo, sono solo obiettivi intermedi verso questa strategia; che dal Caucaso, all’Europa dell’ est, al Medioriente tenta di limitare l’influenza Cinese e Russa sottraendogli spazio geopolitico e risorse; e circondando i due paesi di statarelli formalmente liberi, ma strettamente legati agli interessi dei grandi gruppi privati americani e pesantemente influenzati dalla CIA. In quest’ottica il caos odierno del Medioriente è del tutto funzionale ad impedire aggregazioni pericolose tra i paesi Arabi; tenere nell’area forze USA per possibili interventi contro le potenze emergenti di Cina e India e la risorgente forza della Russia; e creare tensione nell’area.
Russia e Cina hanno abbozzato un primo tentativo di costruzione di un blocco di paesi alleati in grado di contrastare la geopolitica del caos americana attraverso manovre militari congiunte e il sempre crescente ruolo della Shangai Cooperation Organization[1] (SCO). L’organizzazione ha scopi variabili ed in evoluzione (non sempre trasparenti) sia di carattere economico che militare; e sembra possa rappresentare una sorta di risposta alla nuova NATO. Recentemente l’organizzazione è stata tirata in ballo da Musharraf, presidente sempre più in bilico del Pakistan, che ha chiesto un suo maggiore impegno in Afghanistan (Alcuni analisti sostengono che Cina e Russia stiano da tempo giocando una partita propria nel paese).
”. Vista in quest’ottica interpretativa la maggiore quantità di attentati terroristici potrebbe andare a tutto vantaggio degli intenti nascosti degli USA. Definire un area d’ordine, l’occidente, e una di caos, l’oriente; così da impedire un assetto più multipolare del mondo sia limitando il potere dei singoli colossi Asiatici e seminando discordia e conflitto nell’area; sia impedendo la formazione di un blocco Europeo coeso e realmente indipendente . Molti esponenti delll’elite Americana, da tempo, dichiarano che la vera minaccia alla superpotenza è la creazione di una Federazione Europea. Altri fanno notare che la spinta all’unità europea è arrivata proprio dagli Americani dopo la seconda Guerra Mondiale, ma mostrano di non aver capito che la globalizzazione e la fine dell’URSS hanno cambiato completamente lo scenario e le priorità strategiche (all’interno di un impostazione strategica le cui fondamenta sono antichissime e continuamente aggiornate, che al succo si traduce nella precedente affermazione in neretto). Sotto questa luce i frequenti segnali di un possibile attacco all’Iran (anche esso in odore di SCO e con una posizione strategica di apertura al Caspio, ricco di petrolio, al Caucaso e alla Russia stessa) e a zone limitate del Pakistan (la stampa riporta l’ennesima richiesta di maggiore libertà di azione nelle aree tribali del Pakistan da parte dei militari USA) assumono nuovi inquietanti significati. Da una parte mostra la decisione assoluta dell’attuale amministrazione ad andare avanti con il suo piano di ridisegno del mondo, dall’altro l’assoluta mancanza di una direzione precisa, giusta o sbagliata che sia. L’America da una parte ha bisogno del Pakistan per non perdere il controllo del mostro Islamista che ha creato (e per questo rifiuta l’autorizzazione a procedere) dall’altra ha tutti gli interessi a causare una deflagrazione di tale portata che di certo influenzerebbe tutta l’area, creando non pochi problemi alle potenze asiatiche vicine e rendendo nulli per un pezzo qualsiasi progetto Pan Arabo. Ottenendo in premio l’effetto accessorio che, a quel punto, l’Europa dovrà prendere una posizione più decisa e con ogni probabilità sceglierà di affidarsi al “materno ombrello americano
In quest’ottica il terrorismo è il migliore alleato degli USA e il numero maggiore di attentati, come i tanti errori strategici americani, sono del tutto comprensibili. Da tempo circolano voci e indizi su stretti legami economici e politici tra l’amministrazione Bush, l’apparato industriale e militare USA e Bin Laden. Da tempo sono stati sollevati forti dubbi sulla versione ufficiale dell’undici settembre (ci tornerò in seguito). Ma molti liquidano il tutto increduli con la lapidaria frase, il governo americano non permetterebbe mai un simile attentato contro i suoi cittadini. Esistono fondati motivi per ritenere che al contrario non solo l’ha permesso, ma l’ha addirittura organizzato e che non sia stato l’unico, ne l’utimo. Di libri su simili argomenti ne sono stati scritti tanti e di ipotesi ne sono state fatte davvero infinite. Alcuni dei dubbi sollevati sono ormai di pubblico dominio, ma ci sono particolari che sono sfuggiti. Basta ricordarne solo alcuni per rendersi conto che la teoria della grande cospirazione non è poi così infondata. Molti storici (anche americani)sostengono che gli Stati Uniti abbiano usato diverse volte attacchi nemici, non contrastandoli o inscenandoli, al fine di mobilitare l’opinione pubblica e giustificare le proprie politiche. (accusa spesso formulata è che ad es. sapessero di Pearl Harbor) E’ provato che il governo USA ha usato gli americani come cavie ripetutamente al fine di raggiungere i propri scopi (LSD, atomiche, etc) e ciò smentisce chi, ingenuamente, sostiene che non avrebbe mai permesso la morte di tanti americani a New York. E’ accertato che gli enti preposti al controllo del traffico aereo non hanno adottato, quella mattina, le più elementari misure di sicurezza avendone tutto il tempo; e che nei mesi precedenti avevano più volte svolto esercitazioni su scenari simili. Il presidente Bush, oltre ad un paio di dichiarazioni che potrebbero indicare che già sapesse, fu tenuto per tutto il giorno in volo, mentre altri, il suo vice Dick Sceney, coordinavano la reazione americana che fu in pratica nulla e contraria ad ogni logica e procedura operativa. Molti dei presunti terroristie delle presunte vittime risultano vive e vegete e per nulla coinvolte. (es. una delle passeggere che si disse erano riuscite a chiamare qualcuno da uno degli aerei dirottati è stata arrestata in Europa). Il governo USA, sia negli ultimi anni che storicamente, ha più volte mentito apertamente all’opinione pubblica e ancora più spesso ha cercato di manipolarla (per un es. recente: la stampa, per le bugie basta ricordare le fantomatiche armi di distruzione di massa in Iraq). Le due torri subirono lavori di ristrutturazione proprio nei piani che furono colpiti dagli aerei e numerosi esperti sostengono che il crollo per come è avvenuto non può essere stato causato dall’impatto degli aerei. E si potrebbe andare avanti per un bel pezzo.
Tempo fa rimasi sorpreso dalle dichiarazioni nette di Stanley Hilton, noto avvocato statunitense, già esponente del Partito Repubblicano e consigliere capo del senatore Bob Dole. Attualmente difende gli interessi di molti familiari delle vittime degli attacchi dell’11 settembre 2001 che hanno fatto causa al governo per quei tragici fatti; quindi è di certo una persona di parte, ma ben informata e non un fanatico antiamericano. Ha affermato più volte con assoluta chiarezza che il governo americano ha ordinato l’attentato alle Torri Gemelle.
E’ davvero così? L’America è stata attaccata dal suo stesso governo per un misto di interessi privati e geostrategici? Forse rispondere con certezza a questa domanda è difficile, ma di certo si può affermare che moltissimi noti e non noti laureati USA hanno dichiarato che il circolo di neocon, che ha ispirato la guerra al terrorismo, negli anni universitari discuteva apertamente di provocare un attentato per poter poi ridefinire gli assetti globali. E che di particolari stonati, che non tornano, in questa storia ce ne sono troppi, basta cercarli sparsi nel mondo… come piccoli semi di una strategia globale di dominio attuata da una ristretta elite.
Pensiamo ad alcune strane avventure legate alle Filippine; indipendenti dal 1946 e fino ad allora sotto controllo USA che, nel 1898, a seguito della guerra ispano-americana, le strapparono agli spagnoli.
Abu Sayyaf è un gruppo Islamista, fondato da un gruppo di veterani afgani estremisti, direttamente legato ad Al Qaeda, che agisce contro il governo filippino dall’inizio degli anni 90. Un senatore filippino ha accusato in Senato la CIA di aver creato il gruppo. Due episodi sembrano confermare la tesi del senatore.
Nel dicembre 1994, Mohammed Jamal Khalifa venne arrestato in America per violazioni alle leggi sull’immigrazione. L’FBI inizio subito ad investigare su di lui perché erano più che noti i suoi legami con il gruppo Abu Sayyaf e Al Qaeda. Khalifa, cognato di Bin Laden, è una figura chiave per il finanziamento delle operazioni di Al Qaeda su scala mondiale e il, probabile, finanziatore della costola Filippina. Il Segretario di Stato Warren Christopher (del primo mandato Clinton)scrisse personalmente una lettera al Procuratore Generale chiedendo che venisse approvata la richiesta di estradizione in Giordania presentata dagli avvocati del detenuto. L’investigazione dell’FBI venne cancellata.
Michael Meiring, un cittadino americano, appena arrivato nelle Filippine nel 1992 strinse rapporti opachi con ufficiali del governo e con membri del gruppo Abu Sayyaf. Nel 2002, mentre il gruppo Islamista compiva molti attentati, Meiring accidentalmente fece esplodere una bomba nella sua camera di albergo a Mindao, causandosi ferite gravi che richiesero un immediato ricovero ospedaliero. Poi dopo una serie di strani spostamenti e decisioni Meiring venne rimpatriato in tutta fretta negli Stati Uniti. Gli USA da allora rifiutano di concedere l’estradizione perché sia processato nelle Filippine .
Perché gli USA dovrebbero organizzare attentati nelle Filippine?
Nel 1991, anno di fondazione del gruppo Islamista, il senato delle Filippine aveva approvato la chiusura di tutte le basi USA sul territorio del paese. Nel 2002, a causa degli effetti destabilizzanti delle operazioni di Abu Sayyaf, l’esercito statunitense venne invitato a tornare nel paese per partecipare ad un’operazione militare congiunta tra Filippine e Stati Uniti, con lo scopo di eliminare il terrorismo.
Si può affermare che il Governo USA stia attuando, in collaborazione con Al Qaeda, una strategia globale per interessi economici e di dominio?
Si può affermare che ciò è possibile, se non probabile.
E le elezioni Americane come influiranno su tutto ciò?
Sembra improbabile che McCain, fermo sostenitore di Bush, possa rappresentare un cambiamento. Hillary, grande amica delle multinazionali, ed erede di Bill, che come ancora una volta il caso delle filippine dimostra non è di certo estraneo ad una simile possibile strategia, probabilmente finirebbe per rappresentare una maschera più accettabile per strategie non dissimili. Resta Obama. Almeno sulla carta non è sospettabile di connivenze con l’apparato industriale e militare e con simili progetti imperiali (tranne se non è stato programmato sin da piccolo per sembrare questo dalla CIA, scherzo non c’è nessun indizio in tal senso). Ma ammesso che riesca a farsi eleggere avrà la forza di opporsi al governo ombra privato del Mondo? E riuscirà a sopravvivere?
Credo che, se fossi Americano, voterei Obama e poi andrei a scommettere sulla sua morte.
[1] Ne fanno parte Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Russia e Cina; hanno ruolo riconosciuto di osservatori Mongolia, Pakistan, India e Iran . si è parlato anche di una possibile adesione dell’afghanistan.
Obama e la campagna infinita
La lunghissima campagna elettorale Americana si avvicina ad un svolta decisiva. Tra pochi giorni democratici voteranno in Pennsylvania, dove si assegnano 159 delegati che difficilmente saranno decisivi tranne clamorose sconfitte della Clinton (visto il distacco attuale tra i due, intorno ai 150, e il fatto che i delegati saranno ripartiti con metodo proporzionale indipendentemente da chi vincerà). Ma il 6 Maggio le primarie si sposteranno in Indiana e North Carolina con in palio circa duecento delegati e a quel punto dovrebbe essere abbastanza chiaro chi sarà il candidato democratico alla presidenza, anche perché si moltiplicano gli inviti ai superdelegati[1] affinché decidano e dichiarino da subito per chi voteranno; così da non sprecare tre mesi di campagna in litigi interni. L’ultimo è arrivato da Howard Dean, il presidente del Comitato nazionale democratico, che ha invitato il 35% dei superdelegati che non ha ancora deciso a farlo in fretta per non favorire il candidato Repubblicano John McCain che secondo tutti i sondaggi ha ormai colmato lo svantaggio iniziale.
Obama sembra ormai decisamente favorito per diversi fattori. Certamente uno dei più importanti è che nel confronto con McCain ha (quasi) sempre avuto risultati migliori sin dall’inizio. Ha dalla sua, anche, il consenso a livello nazionale tra gli elettori democratici, ormai sempre più netto il suo vantaggio è dato tra i 10 e i 15 punti percentuali (es. reuters, CNN). Ma più importante ancora è la tendenza che riguarda i superdelegati. “Dal 5 febbraio il senatore Obama ha ottenuto il sostegno di altri 83 super-delegati contro i 5 della senatrice Clinton“, ha sottolineato un portavoce del senatore dell’Illinois. In più ha incassato l’ennesimo sostegno da parte di membri del partito molto vicini all’avversaria (Robert Reich, ex-ministro del lavoro nel gabinetto Clinton ed amico di famiglia). E’ a suo favore anche la tendenza di voto in Pennsylvania, prossima tappa dello show) dove ha recuperato uno svantaggio iniziale di circa 20 punti e ora nonostante un errore grossolano sui contadini e la religione è vicinissimo alla Clinton. Mentre conduce nettamente in North Carolina, la tappa più importante del 6 Maggio, forse decisiva.
L’ultimo duello Tv tra i due democratico in apparenza è stato vinto dalla Clinton, ma forse finirà per favorire il senatore nero. Obama è stato duramente attaccato per i suoi rapporti con il reverendo Wright e altre amicizie scomode e per la sua presunta macanza di patriottismo. Spesso nella prima mezzora (gran parte passata ad accusarlo per il fatto che non porta la spilla con la bandiera sulla giacca) è stato costretto sulla difensiva, ma nella seconda parte si è ripreso e ha saputo ribattere punto su punto. Alla fine ha bruciato la Clinton con maestria <<Questo è proprio il tipo di politica a cui siamo stati abituati e che vogliamo cambiare. Il popolo americano non si farà distrarre dai problemi veri: il lavoro, l’assistenza sanitaria, i costi dell’università per i figli>>. Ciò nonostante Hillary ha da un punto di vista del semplice scontro verbale vinto, ma ha indispettito molti elettori democratici per la ferocia degli attacchi lanciati contro il senatore nero con l’aiuto degli stessi moderatori della Tv Abc, Charles Gibson e George Stephanopoulos (un ex-portavoce del presidente Bill Clinton ora passato alla Tv). Come ha scritto il Corriere della Sera: <<…la vittoria dialettica di Hillary non fa altro che rafforzare la percezione negativa che ha di lei una fetta crescente dell’opinione pubblica democratica, l’immagine di un candidato terminator, deciso a distruggere l’avversario, pur di strappare una nomination che i numeri fin qui le negano…>>.
Molti temono che la facile vittoria che i democratici si aspettavano dopo il disastro Bush sia svanità e che i Repubblicani alla fine verranno riconfermati. Gli argomenti principale di chi sostiene questa tesi al momento sono due. Il primo riguarda il prolungarsi delle primarie democratiche che da una parte offrono a McCain tempo per fare campagna e dall’altra rischiano di spaccare il partito. Certamente una così prolungata sfida in campo democratico sta iniziando ad essere un problema, anche se contemporaneamente offre molto spazio nei media. Sembra improbabile che la Clinton possa ottenere la candidatura, anche se il partito è preoccupato per la possibile defezione di una parte dell’elettorato (soprattutto bianchi) qualora il candidato fosse Barack Obama. Quindi se il Senatore riuscirà alla fine a farcela ed ad avere ancora la forza di continuare, a mio avviso, non potrà che essere avvantaggiato dalla lunga corsa in cui avrà dovuto già subire e rispondere ad ogni attacco possibile e che lo farà apparire ancora più vincente e solido. Il secondo riguarda una diversa percezione del’Iraq nell’elettorato Americano, che, dopo la relazione al Senato del generale Petreus e l’abbassamento del numero di vittime Americane, sembra più propenso a concedere più tempo alle truppe in Medioriente. MaCain da sempre sostenitore della linea Bush ci sguazza. Credo, però, che viste le proposte cmq moderate dei democratici, che parlano in semplicemente di tabella di marcia per il ritiro, la loro posizione sulla guerra sia più vantaggiosa perché non scontenta nessuno e non accontenta troppo nessuno e da cmq voce al dissenso. Le vere differenze tra i tre in politica estera sono sull’approccio generale. McCain segue la linea di Bush, ma si oppone alle torture e è più multilaterale. Clinton segue più o meno lo schema McCain nella sostanza, non nelle parole, ma chiede di stabilire degli impegni per altro vaghi per il ritiro (nessuno parla dirittiro immediato). Obama ha un approccio molto diverso. Vuole aprire un confronto aperto con l’Iran, senza però dimenticarsi di ricordare che un eventuale attacco Iraniano troverebbe una risposta dura da parte sua. Se riesce a convincere gli elettori di essere patriottico e che le accuse portate dagli avversari sono infondate probabilmente ha la linea di politica estera con più speranze di convincere, ma il vero confronto verterà sull’economia e li le proposte sono più magmatiche e in divenire.
Obama, probabilmente, sarà il candidato Democratico, ma poi dovrà riuscire a far vincere la paura agli Americani. La paura della guerra, della crisi economica, dell’altro, del diverso, del futuro. Se fallirà in questo MaCain ha già vinto; la paura favorisce il conosciuto, la speranza il cambiamento. Considerando le doti oratorie del senatore nero c’è da ben sperare. Ma le ultime elezioni americane si conclusero con un America chiaramente spaccata in due geograficamente, socialmente e culturalmente, sta al senatore riuscire a convincere i suoi concittadini che il tempo di una nuova rivoluzione americana è arrivato.
P.S: chi è il candidato più ricco? Ovviamente il repubblicano MaCain, che non vuole dichiarare il suo reddito; seguito dalla Clinton e in fine da Obama (che però negli ultimi due anni grazie al successo dei suoi libbri ha quadruplicato la dichiarazione dei redditi). Fonte: la stampa
[1] Delegati non eletti, ma aventi diritto al voto durante la convention democratica che deciderà il candidato del partito alla presidenza. Sono funzionari del partito o democratici eletti ad alcune cariche. Possono modificare il loro voto fino all’ultimo momenti e se sono necessarie più votazioni cambiarlo (in quel caso tutti i delegati dopo la prima votazione sono liberi di votare secondo coscienza anche contro il candidato per cui erano stati eletti)
Politica estera Americana
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Un interesante analisi dell’evoluzione della politica estera e del suo rapporto con il diritto internazionale, con particolare riguardo agli USA. Geopolitica e diritto internazionale nell’epoca dell’occidentalizzazione del pianeta
Una raccolta di articoli tradotti sul medioriente e la politica americana nell’area, c

