Comunicazione e Sinistra
Appunti sparsi per una Sinistra Nomade e Rivoluzionaria
Ogni atto comunicativo è in se un atto di trasformazione, ma perché ci sia comunicazione piena deve esserci condivisione di un qualcosa. Un messaggio anche condivisibile che si sente, percepisce, come estraneo viene scartato a priori. Il linguaggio della sinistra deve sposare il linguaggio della “massa” e non essere distinto e separato da esso in una elittistica purificazione o in codici snob fatti di parole vuotamente magiche ed incomprensibili ai più. Il linguaggio della sinistra deve rischiare di farsi commerciale per disvelare dall’interno e nelle stesse forme della comunicazione la mercificazione dell’uomo e il suo asservimento al consumo. Il linguaggio della sinistra deve essere moderno ed inventivo. Reinventare il linguaggio per reinventare il mondo. Reiventarlo nelle strade e nelle stesse pratica visuali di consumo, fare degli oppressivi marchi un dissacrante gesto liberatorio carico di significati rivoluzionari e non previsti. Sposare il sound bite per poi costringerlo a dilatarsi, una volta catturata l’attenzione; non cedere ad esso e neanche resistere ad esso, creolizzarsi accettare il rischio e inventare una nuova e liberatoria lingua. Essere dentro il conforme, l’omologato e al contempo fuori. Farlo esplodere dal di-dentro in un sabba dissacratorio.
Il linguaggio della sinistra deve essere polifonico. Premiare la partecipazione, favorire il dibattito. Ascoltare e imparare. Ma insieme deve premiare e riconoscere il merito, l’idea più creativa e profonda che emerge. Spingere al pensiero critico e divergente, non al conformismo valoriale di gruppo.
Tutto è comunicazione e tutto è quindi azione. L’azione mira alla trasformazione. Il simbolo da forma all’utopia e la rende palpabile, indossabile. Il simbolo fa l’utopia carne, identità rivoluzionaria.
La comunicazione oggi è immagine cangiante e interstiziale. L’immagine della sinistra è poesia, ossimoro. Deve dipingere il mondo astratto che verrà e sedurre anime funambole.
CONTINUA
Appunti sparsi per una Sinistra Nomade e Rivoluzionaria
Politica e Comunicazione Politica
Appunti sparsi per una Sinistra Nomade e Rivoluzionaria
L’essenza ultima dell’essere di sinistra può essere ridotta al voler sperimentare continuamente forme innovative di convivenza che rendano più felice e libero l’uomo. Il dogma, di per se, non può che essere conservatore.
Una sinistra che tutto ciò che fa è difendere i diritti acquisiti e tenersi stretto il feticcio culturale antico non è altro che un partito conservatore e moralista con un idea assoluta di giusto e sbagliato, del tutto simile a quella cattolica.
La politica di una sinistra rivoluzionaria non può che oscillare tra la follia e la realtà. Tra l’ utopia e il realismo machiavellico. La sinistra è follia sperimentale che trasforma il mondo accettandolo e insieme combattendolo. La sinistra è un paradosso e solo accettando il rischio di perdersi e tradirsi può sognare senza essere vacua.
La verità è una costruzione sociale, un accordo sociale su ciò che è giusto. La verità è un armata pretesa totalitaria.
Rivoluzione è rottura, frattura con ogni verità e sperimentazione concreta dei sogni dell’uomo. Rivoluzione è un attimo di rabbia insensata che inventa un nuovo modo di percepire e sentire, non una nuova realtà, non una nuova verità. Il primo passo di mille altri.
Marx scrisse:
“La storia di tutta la società, svoltasi fin qui, è la storia delle lotte delle classi. Liberi e schiavi, petrizii e plebei, baroni e servi della gleba, maestri capi delle arti ed artigiani addetti alla compagnia, in una parola, oppressi ed oppressori…” (Marx-Engels “Manifesto del Partito Comunista”)
Oggi molti criticano ciò come una visione semplificatoria di una società molto più complessa allora ed ancor più oggi. Certamente le classi sociali sono invenzioni, stereotipi, e certamente nella società attuale sembrano sparite. Come è altrettanto vero che tra patrizi e plebei ci fu alleanza, almeno quanto guerra. Molti altri fattori, soprattutto identitari, entrano in gioco nella storia e nelle scelte di campo degli attori sociali. Lo stesso concetto di classe stabilità in base alla proprietà è del tutto fuorviante e se proprio volessimo rincorrerlo, forse, le classi, oggi, dovrebbero essere rintracciate nelle attività di consumo e non di produzione.
Ma non ne vedo necessità.
La frase di Marx è errata perché troppo ottimista. Al di sopra del “comune capitalista”, al di sopra del “comune barone” c’è sempre stata e sempre ci sarà una ristrettissima elite che sempre più si configura come un vero governo ombra mondiale, che, anche quando finge di scontrarsi, tutto ciò che fa è accrescere il proprio potere. Potere non banale profitto. E il potere non ha forma è proprietà di un qualcosa di fisico o astratta conoscenza, ma più di tutto è relazione. Potere relazionale, potere di decidere, potere ogni cosa.
Potere di fare che dovrebbe rendere liberi. Ma la realtà del dominio imprigiona anche chi lo attua. Schiavi del proprio stesso potere e della paura di perderlo. L’individualismo possessivo al suo ultimo atto, la costruzione dell’IO in base a ciò che possiedi, mostra il suo limite intrinseco, la sua fragilità e falsa liberazione.
La schiavitù è un virus, la schiavitù è tristezza che si propaga.
Oggi siamo tutti tristi, perché siamo tutti schiavi delle nostre paure.
La storia della società è un caotico fluire di emozioni ed aggregazioni temporanee e mutevoli.
La storia della società non è un missile sparto verso il progresso, se questo termine ha senso.
La storia della società è ciò che il caso e l’uomo fanno di essa.
La storia della società dall’inizio dei tempi ad oggi ha creato e consolidato una frattura profonda tra chi domina e può e chi ha fame. Fame nel senso di fame fisica e reale e nel senso più complesso di deprivazione relativa, mancanza di un qualcosa, mancanza di potere, mancanza di libertà.
Mille altre fratture solcano la carne sociale, ma una spicca su tutte come umana costante. Padroni e schiavi.
Che l’uomo veda o no le sue catene, la storia insegna che nel mondo sempre esiste chi quelle catene le porta e chi le forgia, restandone a sua volta inconsapevolmente prigioniero.
La rivoluzione è rottura delle catene tutte, una per una e tutte quelle che ancora dovranno nascere.
CONTINUA
Anarchy
Orrido e blasfemo
Idolo metallico
Adorano,
Famelici assassini incravattati.
Mostri,
Lontanamente antropomorfi,
Prodotti eccelsi di fanciullesco illuminismo,
Divorano
La fonte stessa del loro essere.
Urlo,
Silente,
Dal lago più profondo della mia anima incatenata.
Frenesia,
Mortifere aspirazioni,
Desideri inculcati,
Mortifero possesso,
Illusorio controllo,
Ordine apparente,
Dominazione,
Infanticidio.
Genocidio Umano.
Decadenza,
Tristezza e frustrazione,
Apatia e noia,
Vuoto e morte.
Urlo,
Silente,
Dal lago più profondo della mia anima incatenata.
Furenti imperatori celesti,
Maschere di clericale affabulatore,
Costruttori di interiore sottomissione,
Castrano
Efebi inanimati.
Invertebrati,
Coscientemente illusi,
Vite perdute
Consolano
In beatitudine celeste
Catena eterna,
Consolatorio altrove,
Fascinosa oppressione,
Repressiva falsità,
Armato amore,
Asessuata vita,
Moralità contorta,
Castrante dogma,
Reazionaria ideologia,
Razzismo rivelato,
Presunzione guerriera.
Urlo,
Strozzato,
Dal lago più profondo della mia anima incatenata.
Urlo,
Silente,
Dal baratro dannato.
Rabbia,
Rivoluzione,
Kaos,
Distruzione,
Libertà ed anarchia.
Le buste blu. (Lilac Wine)
L’autostrada ferrata sfila dagli oblò.
Le mille voci mi invadono.
Gli odori mi trascinano.
Parti scomposte di corpi mi circondano.
I volti baluginano tra le crepe.
Vago naufrago.
Parole incravattate, sorrisi ministeriali, snobismi borghesi mi bruciano dentro.
Gelo il sorriso in una domanda inattesa.
Mi squadrano.
Buckley sputa l’ anima.
“I lost myself on a cool damp night…” [1]
Lo sguardo segue le labbra tese nella negazione di qualcosa di se stessi che non si può accettare.
Violente parole mi investono travestite da ragionamenti logici.
Gli immancabili zingari sbucano come immancabile esempio di alterità premoderne e barbariche da cui guardarsi.
Zingari… erranti… incastrati da stereotipi opposti.
Criminali sfaticati dediti ad ogni bassezza.
Cavalieri erranti di gioia, baluardo di libertà atavica dalle costrizioni umane.
Finzioni narrative per nascondere l’altro nella sua interezza, nel suo essere storico.
Immagine atemporale, di qualcosa di incomprensibile al borghese puritano,
intento nella sua ascesa mondana verso Dio, verso la luce, la certezza la verità.
Il dubbio deve essere scacciato,
il corpo sofferente di un popolo cancellato,
in un’immagine colpevole o di immaginifica felicità.
La fame nascosta dietro il crimine ingiustificato frutto di bassezza morale e rifiuto del salvifico lavoro.
Sfaticati!
Terribile accusa.
Peccato mortale,
dissolutorio dell’ordine capitalistico del dovere e del piacere sempre rimandato, falsamente soddisfatto per meglio essere asservito.
“Ora et labora” [2]
Ricetta perfetta di asservimento eterno.
Nati siamo per spaccarci la schiena senza riceverne niente e genufletterci al castrante Dio cristiano?
Peccatori per ciò che siamo?
Puniti, castrati efebi inanimati, formichine laboriose, voraci pattumiere. Perfetti.
Servitori perfetti del capitale e del suo Dio mondano.
Imbelli asini che girano in tondo,
tristi e sconfitti.
Fredde macchine sorelle di sventura ci incatenarono,
luccicanti consol infiammano i nostri sogni… incatenati restiamo fermi senza saltare.
Catene…
catene nell’ anima “pia” …
catene nell’anima “narcisista”…
catene di antica religione armate…
catene di moderne religioni zombi, per sperduti tra villaggi virtuali e glocalizzazioni confliggenti.
Simboli incatenanti,
simboli per distinguersi e sentirsi rassicurati,
simboli frustranti e simboli liberatori.
Battaglie simboliche.
Eliminare ogni immagine stonante,
ogni dissonanza,
ogni vagito di differenza,
ogni alterità che metta in dubbio il sempre più fragile castello illusorio.
“Demonizzare l’altro per scacciare il dubbio e acquisire consenso”
Grido unico di orde di intellettuali in difesa dell’occidente,
di politici inamovibili,
e di preti castrati a parole.
Asessuati pedofili,
dimostrazione palese del ritorno del rimosso,
di razionalità interessata che sfocia nell’irrazionale negato,
dei mille veli opachi che nascondono ciò che dietro la scena nel buio dei camerini avviene.
La corte del re sole va in scena sempre identica a se stessa,
un parrucchino in più o in meno,
il diritto degli uomini o il diritto divino,
la pietas nobiliare e la crociata cristiana o la zakat [3] e il jihād [4] islamico,
recita simbolica,
rituale di potere.
“…gli zingari li abbiamo accolti, il comune dietro torpignattara gli ha messo l’acqua, la corrente… tutto e quelli spacciano e rubano…”
I Romani convivono con i rom da tempo immemore ma da quando la malavita cittadina è finita sotto il potere degli zingari qualcosa è cambiato.
Dai campi provvisori e sbaraccati, agli autosaloni di lusso.
Ascesa sociale malavitosa, da ladruncoli di portafogli a re della capitale.
L’espropriazione del territorio alla criminalità locale? E’ questo il motivo di tanta rabbia?
Boh!
Odiati proprio per questo?
Per il loro successo, inspiegabile per chi li vuole imbecille manovalanza, sfaticati senza speranza, residuo arcaico morente.
“Scarface” romanizzati e invidiati.
Borghesia mafiosa in ascesa imprenditoriale.
Criminalità che cambia.
Mafia che diviene liquida, scivolosa. [5]
Si infiltra come acqua nera nella pietra di bianca luce e rettitudine per spaccarla dal didentro, senza fatica.
Gli “zingari” di Cosenza sono da tempo accettati dalla ‘ndrangheta calabrese.
Le cosche se ne fottono.
Che tu sia bianco, nero, giallo o viola se sei buono per gli affari allora sei un uomo d’onore.
Nel loro essere spietate sono più sincere e meritocratiche.
Gli zingarelli trafficano bene in droga,
hanno le palle per assaltare i furgoni,
cooptati.
Zingari e ‘ndrangheta due residui arcaici per i borghesi progressisti.
Due realtà dinamiche che sposando la reticolarità globalizzata alle reti familiari invadono il planisfero,
portatrici di valori altri e dirompenti,
ipermoderni nella loro apparente fissità.
Sbuffo all’incravattato ultime parole che cadranno nel vuoto,
mentre le porte sbattono e lui svanisce tra i cavalli che saltano giù frettolosi e iperimpegnati.
La ministeriale rossiccia tenta di rispondermi.
L’azzittisco brusco.
Dietro la maschera tirata a lucido, le crepe di una vita triste.
Ricordi di rivoluzioni culturali fallite trasformate nel loro contrario.
Odio in lei il fallimento del 68, il rovesciarsi su se stessi.
I pensieri si fanno cupi,
la mente è stanca,
stacco.
“…It makes me see what I want to see…” [6]
Fisso la stradina dove vivevo.
La casa misteriosa delle urla continue.
Tozzo e maschilista,
Moglie castrata e sottomessa.
Amante pacchiana e sboccata.
Figlia strana, gli occhi oltre, come se questa vita non fosse.
Prigioniera se non per buttare la spazzatura,
frenetica di evadere anche per un attimo.
Porte, finestre e cancelli sempre sbarrati.
Giardino incolto, mura che lentamente cadono.
Fuliggine inquinata ingrigisce le pareti.
Misteriose urla.
Indifferenza.
Nel bar-garage del quartiere lui è rispettato. “un po’ strano però…”
Quasi che quei vecchietti rimpiangano un tempo altro dove tutto era più semplice e la donna era cosa propria.
Perché così tante lo accettano? La sindrome del prigioniero? Le catene culturali? Il masochismo?
Incomprensibile
Un pensiero mi colpisce.
Non è che l’occidente odia gli islamici perché sono tutto quello che eravamo e vorremmo infondo essere?
Chiare risposte, domini e classi evidenti e non nascosti, sicurezze antiche in cui chiudersi e rifugiarsi.
Vago.
Seguo i contorni dei palazzi svanire in lontananza.
Seguo le linee dei corpi che si scontrano ammassati alla lamiera del convoglio.
Dei volti mi assalgono.
L’Indiano della pizza all’angolo.
La maestrina della settimana scorsa.
Un turista Inglese… l’ospizio delle suore, forse.
Un professionista che ondula al ritmo di chi sa cosa canticchiando in inglese perfetto.
Una rumena collassata contro il vetro.
Il cinese col volto felice e affaticato che litiga con le buste.
I due nigeriani che si conservano sempre il posto e parlano fitto fitto.
Lei corre a tutta forza appena si spalancano le porte sulla banchina di Termini.
Aprendosi la strada con mani possenti che conoscono fatica.
Lo aspetta.
Lui sale sotto l’arco dell’antica porta con la ventiquattrore e la faccia stressata,
poi sorride le sfiora le labbra e non smettono di parlare per un attimo.
Distolgo a fatica lo sguardo curioso e affamato di ciò che non comprende.
“…Lilac wine is sweet and heady, like my love
Lilac wine, I feel unsteady, like my love…” [7]
Appare improvviso,
Un lembo di suadente carne.
“…Was hypnotized by a strange delight
Under a lilac tree…” [8]
Fuoco e ghiaccio fusi insieme,
Desiderio improvviso,
Fascinazione oscura,
Aneliti di vita.
Eros irrompe improvviso.
Mi sfugge,
si nasconde inconsapevole dietro un corpo massa che non distinguo.
Sulle retini folgorate resta un alone, un’essenza fugace e fantasmatica.
Piccoli scoppi sul tetto,
gocce pesanti cascano violente e inattese.
Fisso il cielo che s’incupisce,
due ragazzini corrono già fradici,
gli ombrelli spuntano dal nulla nelle mani delle previdenti formichine pessimiste
e i grilli saltellano maledicendo il giorno che non son nate formiche.
Poi però sorridono,
rallentano, e si godono la pioggia che scivola sui loro corpi,
per un attimo dimentichi di ogni cosa,
godono della naturale bellezza dell’ inatteso.
Vagabondo istinto.
Inattese folgorazioni.
Rapaci apparizioni tra le masse informi di carne e metallo.
[2] “prega e lavora” motto dei Benedettini
[3] donazione, una tassa religiosa dell’islam
[4] letteralmente sforzo a secondo della scuola di interpretazione si dà più importanza allo sforzo interiore di comprensione del corano e di riflessione o alla partecipazione alla guerra santa tradizionalmente intesa più come guerra difensiva, oggi concetto in evoluzione aggressiva
[5] Relazione annuale della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare. “‘Ndrangheta” Relatore On. Francesco Forgione
[6] Vedi 1
[7] Vedi 1
[8] Vedi 1
Technorati:
Le-buste-blu,
frammenti,
diario,
simboli,
razzismo,
zingari,
68,
cultura,
società,
media,
religione,
politica,
Roma,
corpi,
metropoli,
multiculturale,
non-luogo,
globalizzazione,
mafia
Le buste blu. (Teschi inorganici)
La luce si riaccende, passata la soglia.
Scintille. Cavi che si sfiorano.
Lo sguardo vaga dall’oblò.
I mattoni sgretolati e ammuffiti delle mura. Scenario della corsa folle verso la tana.
I mammiferi dopo la dura giornata di caccia si accoccolano al caldo tepore del moderno focolare catodico.
Orde in transito.
Lava che cola irregolare e strozzata verso l’inevitabile GRA.
Vago sui bordi irregolari dei mattoni.
Su verso il brunire della sera e la prima luna piena, che timida balugina.
Scia rossa della ferrovia che romba sull’arco delle mura.
La seguo sparire.
Sbatto folgorato contro il faccione sorridente che mi chiama dall’ultimo lembo di mura che riesco a incontrare, mentre spariamo in uno stretto passaggio tra palazzi.
Enigmatico e plastico,
i denti bianchi leggermente aperti a suggerire desideri carnali e lo sguardo, da bimbotto innocente, a rassicurare,
la pelle tirata e brillante da mummia rimessa a lucido a suggerire l’eternità del teschio inorganico e misticismo carismatico,
le movenze immobili parlano di sicurezza e brio, di dominare lo spazio;
incatenato in un immutabile storico, in arcaismi stereotipati da simpatica canaglia blocca lo sguardo.
Maschera potente di affabulatòrio intento.
Visi incorniciati sullo schermo caldo e tranquillizzante, fissati nella conferma dell’ovvio e nel rifiuto del vasto mondo,
Italici teschi che nell’eternità inorganica e storica di una possente immagine mitologica cercano la soddisfazione della brama di falso possesso.
Oggetti per essere felici, per amare, per non pensare, per scaricare il senso di colpa delle nostre mancanze;
oggetti per sentirsi sicuri della nostra identità, protetti dalle nostre paure;
oggetti per risolvere i nostri enigmi e problemi.
Oggetti sempre più soggetti,
oggetti sempre più con una storia e una personalità,
interi mondi di possibilità pubblicitarie ed illusorie.
Uno spruzzo del magico filtro, civilizzati odori, ammesso nella casa degli amori borghesi e per bene.
Barbare grida di amplessi ancestrali dimenticati e corrosi,
da simboli, falsamente trasgressivi,
catena della falsa soddisfazione del desiderio frustrato e di nuovo alimentato, per essere perennemente insoddisfatto in vuoti atti di material possesso,
benzina propulsiva.
Lavoratore: ingranaggio di produzione
Consumatore: pattumiera di produzione per lo smaltimento degli stock di merci
Simboli castrano la ribellione dell’ingranaggio.
Croci e teschi incatenano all’amore pietistico e alla rimozione collettiva del dolore in un fantastico sogno di eternità.
Eternità canonica di paradisi dove il dubbio non esiste nella pienezza della luce divina e dell’ infallibilità del suo demoniaco vescovo Imperatore;
Eternità erotica di vergine lascive e sontuosi banchetti,
Eternità immateriale, sogno oppressivo di un altrove dove il dolore di oggi trovi una consolazione e un senso, proprio accettando, oggi, il dolore. Zitti e soffrite. Obbedire e non parlare al conducente.
Eternità terrena di individualismo divino,
di inorganica fissità, carica di sussurri eterni,
carismatico carnefice.
Eternità simbolica di piaceri terreni e potere,
di vittorie cavalleresche uno contro tutti.
Don Chisciotte diabolico alle tue spalle l’inferno si apre,
e li ci trascini.
Sogni irreali,
resi reali dal cono di luce dell’unica realtà vera.
Incubi di fame e miseria ammantati di brillantini e fantastiche vallette.
Dietro la schiena, la lupara spunta.
Parole vuote accompagnano l’immagine,
strabilianti e fantastiche promettono ogni cosa,
ma non sono fatte per essere credute.
Per far sorridere e catturare.
“vedi che stronzata si è inventato stavolta” un sorriso e forse una nuova testa al macero.
Un altro convinto che i mille euro al mese sono l’oggi,
il domani grazie all’unto del signore saremo tutti felici.
Svanisce dietro il muro giallo del palazzo spigoloso.
Immagini di altri teschi mi avvolgono,
simili se non identici,
altri archetipi, altri miti,
altri simboli,
stesse vuote e consolatorie parole.
Stessa chiusura.
Stessa asocialità carnivora, stessa brama.
Mi respinge.
Sento il vuoto intorno a me, tra mille corpi sballottato.
“Rape Me”
(Continua appena ho voglia)
Le buste blu. Frammento I - Limen
Technorati:
comunicazione,
corpo,
cultura,
diario,
frammenti,
Le-buste-blu,
metropoli,
nemo,
non-luogo,
periferie,
Roma,
sguardi,
simboli,
società,
teschi,
maschere,
politica,
capitalismo,
pubblicità,
Italia,
populiamo,
possesso
Le buste blu. (Limen)
Le porte si chiudono lente, fiaccate da decenni di continui scossoni.
Scricchiolando sulle rotaie, il grigio convoglio lascia la coda estrema e nascosta della stazione Termini, verso l’antica porta e da lì le periferie: torpignattara, centocelle e ancora… avanti nella metropoli orizzontale e cangiante.
Linea Gotica urla nelle orecchie.
“…Di colpo si fa notte e s’incunea a crudo il freddo…”
L’incravattato, tra uno sguardo accigliato e l’altro verso un gruppo di teenager cinesi, continua a sfogliare con interesse una rivista tecnica sui sistemi di diffusione del suono, sbattendomi puntualmente col gomito nello stomaco ad ogni voltare di pagina. Tra casse Bose da 5.000 euro e uno strano mostro di fili e tasti, rialza lo sguardo accusatore sui ragazzini.
Odore di cipolle. Ti resta addosso per tutta la vita.
Odore strano penetrante.
Istilla il dubbio.
Tre uomini… Pakistani probabilmente.
Odorano davvero così? O è il mio naso, razzista contro la mia volontà?
Odore del vario.
Puzzerò anch’io altrettanto?
Quanto c’è nell’odore che percepisco di naturale e quanto di culturale? Quanto nella nausea della signora medio-pacchiana è reale? E quanto un gesto dovuto al sorriso dell’impiegata del ministero? Ciarlano del tipo cinese, che non può prendersi tutto quello spazio, e di una certa Anna, un moderno vampiro burocrate votato alla carriera.
“…S’alzano i roghi al cielo
S’alzano i roghi in cupe vampe…”
L’Ambra Jovinelli spunta con i suoi tavolini. Quasi nascosto, quasi fuoriposto tra la brulicante Piazza Vittorio e i binari ferrosi, contro le mura. Tra i mille commerci delle viuzze, dove spuntano negozietti difficili da far rientrare nelle dicotomiche categorie commerciali ufficiali, e il tunnel, che dopo l’asfissiate rombare, ti introduce in tutt’altro microcosmo, come una svolta improvvisa.
San Lorenzo. Le bombe, la guerra, l’università che come un virus lo contagia. Operai, studenti, mondo anomalo, gli studentelli cresciuti che non se ne vanno, le botteghe artigiane, i locali, la Roma ovunque sui muri, il 32. Manifesti impressivi e transumani annunciano festa e protesta. Corpi vari di ogni risma si incrociano e a volte confliggono… altre si fondono nell’amplesso.
L’odore svanisce nello sbattersi delle porte alla prima fermata.
Chi sa se Gia è a casa? Quasi quasi… no mi scoccio. Starà studiando. Febbraio, esami.
Cos’è che guardi storto cravattino? Odi sentirli parlare in romanaccio perfetto? L’occhio mi ricade sul giornale sotto il braccio. L’unità. Povero Gramsci. Egemonia?
Chi sa se la ministeriale e l’amica medio-pacchiana ci vanno nei negozietti cinesi dove tutto costa un decimo degli altri negozi e un sorriso; casomai di circostanza, ma pur sempre un sorriso, te lo fanno sempre.
“questi si credono che possono fare come vogliono e prendersi tutto lo spazio con le loro buste”.
Come cazzo credi che costa un decimo se pagano i trasporti come gli altri? Credi che la merce ci arrivi con le ali nei negozi? Ma no i cinesi quelli sono un popolo oscuro chi sa quale magia conoscono per moltiplicare gli oggetti.
“si sentono i padroni signora- interviene il tipo, mentre i ragazzini, avendo sentito, dopo una mezza occhiata curiosa, tornano a ciarlare- ormai non sai se sei in Italia o chi sa dove, parlano rom…”.
Mi perdo.
Tappo le orecchie.
Non ho voglia di litigare stasera.
In questo strano non luogo, dove i corpi stretti si scontrano costretti e il multietnico vive per necessità, gli sguardi e i corpi tesi parlano. Mille storie diverse, mille conflitti e mille felici incontri.
Fuori per le strade è tutto più distante, disteso. Un miscuglio colorato in continua trasformazione. Povertà e sviluppo. Creatività variopinta. Nuove vitali energie in periferie sempre più abbandonate a gruppi sparuti e spauriti di vecchietti, lì da sempre. E poche giovani famiglie che tentano di restare a galla, con la morsa economica a scavare rughe nella fronte. Poi l’invasione: studenti, immigrati di ogni razza e paese, lingue, colori e sapori mai visti, i primi giovani laureati oggi professionisti e le prime iniziative culturali… i locali al Pigneto, le associazioni, il cinema estivo all’aperto.
Tutto stretto tra due grandi arterie sempre sull’orlo dello straripare, fiumi che dal lago minaccioso di Porta Maggiore straripano rumorosi e brulicanti di carne e metallo a ricongiungersi in un triangolo, in sommovimento, con la Togliatti. Ogni angolo un mondo. O tutti i mondi in rimescolamento. Palazzoni enormi e villette col verde e la piscina. Il degrado sconsolante, asfalto sopraelevato, abbandono e miseria, angoli quasi rurali al centro della capitale del regno; e, due metri dopo, le mille agenzie immobiliari, in una zona sempre più ambita per la sempre in procinto di essere realizzata terza Metropolitana di Roma (sic!!!!), che dovrebbe sgravare di un po’ di peso questo piccolo microcosmo in viaggio su binari scricchiolanti.
Dicono che negli anni ottanta quando gli immigrati iniziarono a trasferirsi nella zona, questo vecchio servitore delle ferrovie sia stato spesso ring per i giovani frustrati. Figli dei proletari o del ceto medio contro ultimi arrivati, diversi. Chi si sentiva minacciato in quel poco che ha dall’arrivo delle nuove masse di poveri; chi cercava un futuro e una sera non ce l’ha fatta più. Scontro di disperati. Oggi le occhiate restano, ma la ragazzina di ritorno da danza, appena salita con la madre, saluta sorridente i teenager cino-romanacci, sembra siano amiche di scuola. Oggi non si sentono nell’aria reali scintille. Fievoli bagliori non spenti. Manifestazioni del sabato pomeriggio… tutti insieme. Casomai in bici a bloccare il traffico verso la Tiburtina. I comizi ai megafoni che urlano in mille lingue la voglia di cambiamento di gente in perenne transito.
Comunità creole in rinascita e settarismi sempre lì sotto la cenere.
Il trenino, sfiorando le mura di San Lorenzo, riparte contorcendosi per aggirare un antico “coso” che sporge sulla strada, deve essere una specie di basilica. Boh! Prima o poi mi ricorderò di controllare. Scintille accompagnano la brusca frenata al semaforo, guardiano che concede o nega l’ingresso nell’arena circolare di metallo e petrolio che ha soffocato il verde e la porta in un grigio - verdastro - marroncino uniforme di indicibile desolatezza.
“…Bruciano i libri, possibili percorsi, le mappe e le memorie, l’aiuto degli altri.
S’alzano i roghi al cielo
S’alzano i roghi in cupe vampe
S’alzano gli occhi al cielo
S’alzano i roghi in cupe vampe…”
Lo sguardo, viandante metropolitano, incrocia il manifesto.
Ultimo testimone di una lotta.
Fino a pochi mesi fa dietro quel cancello vivevano famiglie, giovani e bambini di ogni tipo e colore che uniti, nell’unica fratellanza reale della fame, avevano occupato un vecchio palazzo, con un ampio cortile, da tempo in disuso, almeno da qualche anno. Il proprietario, però, decise che era arrivato il momento di utilizzare quella proprietà. Orde di blu antisommossa, camionette che sgommano, urla disperate, i funzionari comunali che promettono chi sa cosa; con aria di chi si schifa da solo a prendere per culo la gente, ma ormai ci si è abituato da tempo e prova solo fastidio per il fiato che spreca. Chiuso, sbarrato, inutilizzato, inutile, vuoto, triste… da allora.
Prima: un rasta strafatto che spuntava all’una da dietro il cancello mentre correvi all’università… i panni stesi a ravvivare il muro incolore… l’odore di cibo… odore sconosciuto da un pentolone in cortile, intorno al quale si affannano una signora italiana dal volto consumato dalla droga, di quelle che portano la Roma nascosta graffiata sulla pelle, e una signora, forse Senegalese, di spalle presa a fare qualcosa che mi sfugge. Due mamme intente a cucinare per bimbi nascosti di cui si odono gli schiamazzi.
Riparte. Frenata brusca. Bestemmie e urla del conducente, aldilà del vetro nel suo minuscolo gabbiotto. La Punto galeotta riparte sgommando, con un gestaccio del ragazzo alla guida, quasi ballando tagliente e carica di rabbia popolare ingabbiata interiormente in un circo Orwelliano al ritmo strano dei Flaminio Mafia.
“…Cupe vampe, livide stanze
Occhio cecchino, etnico assassino…”
Pochi metri e le porte si spalancano alla ressa dello snodo, sotto l’arco della piazza.
Fiumana in piena. Le porte non si chiudono, l’autista sbraita contro gli idioti che vogliono salire per forza e ritenta per non perdere il semaforo. Accelera in tempo.
A meta piazza le luci si spengono per un attimo, cala il buio, come sempre in quel punto.
Un cambio di linea elettrica.
Una soglia liminare a segnalare un passaggio.
(Continua appena ho voglia)
Technorati:
Le-buste-blu,
frammenti,
Roma,
simboli,
metropoli,
multietnico,
periferie,
immigrati,
studenti,
diario,
comunicazione,
cultura,
scontro,
incontro,
corpo,
non-luogo
Libertà e catene
Odio quelli che parlano dell’uomo come fosse un asettico computer che calcola in modo economico le proprie scelte; abbiamo sogni , emozioni e desideri cazzooooo.
Odio quelli di sinistra e di destra che sacrificano la libertà sull’altare della solidarietà sociale.
La solidarietà sociale è fondamentale x costruire una qualsiasi società o comunità, ma non credo che ciò sia in opposizione con la libertà (ovviamente se è liberamente scelta, non imposta dallo Stalin di turno) se così non fosse il lupo che vive in branco, quindi mette in atto forme di solidarietà, sarebbe anche egli non libero (resta ovvio che ogni legame una volta scelto porta degli “obblighi” che non uccidono la tua la libertà se sei libero di abbandonarli e non sono catene di schiavitù; solo una concezione di libertà estremizzata e assolutizzata non può comprendere che spesso un legame di rende più libero nel momento che ti apre nuove possibilità di “fare”).
In ogni caso non credo neanche di essere “obbligato” all’aiuto reciproco. Se semplicemente, invece di arrivare a tali “ideali” affermazioni, ogni uomo imparerebbe a non rompere il cazzo agli altri e ad essere felice e libero saremmo più che apposto.
Le cose brutte del mondo nascono dalle frustrazioni; scaricate in violenza sugli altri e sopraffazione, o nell’ altrettanto violento desiderio di possesso.
In più resto convinto che una persona felice si volterebbe, di per se, molto meno di fronte alle brutture della vita che una persona obbligata o che si sentisse in obbligo di una tale imperativo morale solidaristico. E’ lo stesso discorso del famigerato “Ama il prossimo tuo come te steso” è un ideale talmente assurdo e irrealistico da trasformarsi nell’esatto contrario. (le utopie sono x me sacre, ma un utopia umana dovrebbe cmq poter, casomai tra miliardi di anni , almeno teoricamente, appartenere all’uomo e io non credo che esisterà neanche tra due miliardi di anni uno che amerà un’altra persona quanto se stesso, tanto più che spesso chi proclama simili ideali serve solo la propria egoistica necessità di potersi percepire quale pio, santo, buono, o progressista o etc…) La solidarietà sociale del lupo, come dell’uomo, nasce dall’egoismo del voler sopravvivere, bisognerebbe tener più spesso in conto questo.
Odio i centristi e non dico niente; xché non si può sempre stare un piede di qua e uno di là a sopravvivere e fottere codardamente senza mai schierarsi davvero, di certo questa non è libertà ma un modo x sopravvivere esistendo senza vivere, schiavi delle proprie paure.
Odio chi pensa che libertà significhi distruggere a priori lo stato; xchè non basta che nessuno ti vieti formalmente di far qualcosa x essere libero di farla.
Hai bisogno almeno di un altro paio di cose:
· Mezzi x farla
· Capacità x farla
· Volontà di farla
La prima dipende chiaramente dalla società in cui vivi e lasciar far al mercato significa che liberi di agire, avendone i mezzi, sono quattro persone (e secondo me neanche, xché la schiavitù è un virus e quelli sono solo schiavi del possesso).
La capacità probabilmente dipende dal corpo che in parte è fato in parte mezzi economici, quindi influsso sociale; e in parte dalle capacità culturali che mischiano fato, ricerca personale e accesso sociale al sapere e all’istruzione.
La terza è un miscuglio di variabili chiaramente personali, ma, a mio avviso, anche sociali xché si desidera qualcosa o qualcuno; quindi il desiderio è in parte, di per se, fattuale e sociale, nel momento che si applica al mondo degli oggetti e delle persone.
Sono anarchico … ma l’anarchia è un’ utopia, un ideale lontano da costruire x millenni prima che si possa realizzare (x molti è addirittura impossibile (coglioni)) e eliminare lo stato oggi è solo una scorciatoia di pensiero che porta in un vicolo cieco, esiste una realtà da rivoluzionare, ma esiste e non te la puoi dimenticare devi rendere prima il mondo e l’uomo capaci e desiderosi di essere anarchici.
(odio ancor più chi ora direbbe che questo è un gioco linguistico centrista xché x me il realismo in politica conta proprio se vuoi davvero fare il rivoluzionario e non solo a parole di convenienza e moda)
Odio di certo anche i liberali infami che vogliono distruggere lo Stato solo x fottersi tutto e dominare i propri simili. O che vedono la libertà solo come un giuridico fatto dimenticando tutto il resto (ovviamente ce ne sono un mare di affascinanti che, ad es, preferisco a tanti “comunisti” staliniani es. John Stuart Mill )
L’uomo nasce libero e nel momento che gli si mettono le catene nascono le frustrazioni che generano la sua discesa nell’umano inferno.
Odio le catene
Freedom
Technorati:
Libertà,,
cultura,,
società,,
desideri,,
uomo,,
politica,,
frammenti,,
liberali,,
solidarietà,
sociale,
Poison
Desideri regnanti,
Chimico uragano.
Inferno di noi stessi,
Emozioni libere,
Baratro demoniaco,
Estatico risveglio.
Schizofrenico,
urlo
alla stupidità dell’essere












