Frammenti Nomadi

La censura Russa e l’amicizia Berlusconi-Putin

Pubblicato su comunicazione, cultura, economia, geopolitica, giornalismo, media, politica e società by sparkaos su Aprile 28th, 2008

Putin all’attacco dei media.

Dopo il caso del direttore licenziato dal proprio editore per aver pubblicato le voci di un possibile divorzio dello Zar di tutte le Russie e di una sua presunta love story con un ex campionessa di pattinaggio, Аlina Kabaeva, il Cremino si lancia sempre più alla conquista e al controllo dell’etere. Forse consigliato dall’amico Berlusconi, nell’incontro provato dei giorni scorsi, Putin ha deciso di porre un’ulteriore stretta alla libertà di espressione e al pluralismo dell’informazione, oltre che portare un ulteriore campo dell’economia Russa sotto stretto controllo dell’oligarchia al potere.

La camera bassa Russa ha approvato un testo, con un solo voto contrario, che prevede la sospensione o chiusura dei mezzi d’informazione che abbiano «diffuso informazioni false deliberatamente dannose all’onore e alla dignità». Ora tocca al senato, dove l’esito è quasi scontato. (alice.it)

Intanto nasce un nuovo colosso dei media che sarà a libro-paga della presidenza Russa.(NMG - Mediagroup nazionale) e comprenderà una rete di ben 864 stazioni russe che diffondono attualmente i loro programmi in Russia, nelle nazioni della Csi e nei paesi del Baltico (Lettonia, Lituania, Estonia). Izvestija, il quotidiano più vicino a Putin, avrà un ruolo notevole nella gestione economica della NMG. (qui)

L’effetto combinato delle due iniziative, in una situazione in cui la libertà di espressione già subiva evidenti limitazioni e in un paese con un alto tasso di mortalità tra i giornalisti, avrà un impatto devastante sulla presunta democraticità della Russia. Molti hanno notato che la successione al potere in Russia poteva comportare, anche, una maggiore democraticità dello Stato e una più equilibrata spartizione di potere. Queste sognanti affermazioni si scontrano contro la realtà di un oligarchia che governa con autorità il paese e di molti russi che sono disposti ad accettarla per l’evidente ruolo riconquistato dalla Russia nel sistema mondiale. Il nazionalismo favorisce l’oligarchia, concentratasi intorno a Putin e uscita dalle scuole del KGB, i media gli permettono, e permetteranno, di alimentare tale sentimento e sfasare la percezione che i russi hanno del mondo e della realtà. Il potere cambia forma per controllare più strettamente tutto.

Voci parlano di un interesse della berlusconiana Mediaset che potrebbe a breve aprire un suo ufficio moscovita e avviare trattative organiche con il Cremlino e con la nuova holding NMG. Si spiegherebbero, pertanto, i colloqui a porte chiuse tra i due amici.

C’è quasi una sorta di contagio tra i due, entrambi intenzionati a mantenere il potere ad ogni costo e poco inclini alle critiche. Le somiglianze tra i due sono infinite, almeno quanto le differenze. Eppure condividono ciò che più conta: una gestione personalistica del potere che sfiora la megalomania e che nel populismo nazionalista trova la scintilla per far emergere il consenso popolare, costruito precedentemente con il potere economico, mediale od energetico che sia. Entrambi liberali a parole. Entrambi poco inclini a sopportare una liberà stampa. Entrambi con la presunzione di sedere tra i grandi della storia.

E’ l’inizio di una nuova epoca di rapporti tra Russia ed Italia, sempre più distante dall’Europa?

P.S. per i rapporti tra la Russia e L’Europa vedere: Conflitti in Europa e Identità Europea

P.S.2: per le sfide della Russia di oggi e il cambio al vertice:Elezioni e sfide politiche nella Russia di oggi

Mondo

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Rete e News: Tempo

Pubblicato su Uncategorized by sparkaos su Aprile 26th, 2008

Rete e news

Macro-effetti della rete sulle notizie

Spazio/tempo:

Le dimensioni spazio temporali delle notizie sono state completamente stravolte dall’avvento della rete.

Il tempo è da sempre la dimensione fondamentale dell’informazione. Le news sono per definizione qualcosa di nuovo (anche se per nuovo spesso si intende qualcosa di insolito, non visto). La rete restringe e dilata il tempo delle notizie.

La competizione per lo scoop, per essere i primi a dare una notizia è sempre più serrata. La notizia in rete diventa subito obsoleta. La notizia in rete rincorre il tempo. La rincorsa continua svilisce la notizia, la rende spesso vuota. Il giornalismo rinuncia a quel ruolo di contestualizzazione del fatto nella realtà sociale, di inquadramento culturale. O meglio, cerca sempre, e anche forse con maggiore intensità, di fornire schemi mentali, frame interpretativi, in cui inquadrare e comprendere l’avvenimento, ma lo fa in modo superficiale e poco profondo. Questo è vero, però, solo per alcuni tipi di notizie e siti. La rete oltre che restringere il tempo contemporaneamente lo dilata, perché nessuna notizia prima della rete era fruibile per così tanto tempo. Gli archivi fioriscono. Le notizie restano lì nei server a disposizione, la loro vita si allunga e su questa possibilità nascono iniziative giornalistiche che mirano ad offrire contenuti più approfonditi e durevoli nel tempo, avvicinando ancor più il giornalismo ad una sorta di storia del presente.

Il tempo si de-massifica. Nella società industriale il tempo era socialmente organizzato per favorire i tempi dell’industria sia nel corso della giornata che nell’arco dell’anno. Oggi gli orari, le ferie, i periodi di veglia e di sonno sono molto più diversificati. La rete offre notizie 24 ore su 24 senza interruzione e rispettando i tempi di fruizione individuale, la TV a determinati orari giornalieri e il giornale addirittura una sola volta al giorno. La rete incontra il nuovo tempo personale e la notizia è costretta a divenire un fluire ininterrotto, ma in questo fluire ancora una volta va perso qualcosa e guadagnato altro.

L’uomo è finalmente libero a qualsiasi ora del giorno e della notte di farsi un idea di ciò che lo circonda, ma perde (ancora una volta) quel comune accordo su ciò che accade, che i media di massa offrivano ad un popolo. Il popolo, che sempre si fondò su una memoria condivisa, svanisce nelle volatili comunità di rete e non sembra aver trovato la forza di farsi virtuale, per essere reale.

CONTINUA

Rete e News: Spazio

Stampa e giornalismo nell’epoca della comunicazione digitale

Media

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Miglior Blog.it

Imperi, guerre ed espansione delle religioni.

Pubblicato su comunicazione, curiosità, geopolitica, giornalismo, guerra, link, media, politica e società, religione by sparkaos su Aprile 24th, 2008

Ho scoperto un sito molto carino che cerca di visualizzare le grandi correnti culturali-politiche e religiose in modo semplice attraverso una video mappa storica. Ovviamente incarna pienamente la visione americana del mondo. Ma sono cmq interessanti, anzi forse ancor di più per questo.

C’ è  una video mappa sugli imperi che si sono susseguiti nella storia del Medioriente dalla preistoria ad oggi. Rende chiari alcuni dei problemi di oggi nell’area.

Interessante anche quella sulle religioni e la loro diffusione nel mondo (spesso dietro le armate che avnzavano)

Sorprendente anche la mappa che mostra tutte le guerre americane e quale dei due partiti politici comandava in quel momento (a mio avviso è un pò falsata a favore dei repubblicani perchè visto che considerà l’entità del conflitto, contando anche le due guerre mondiali i dmeocratici finiscono per sembrare più guerrafondai dei repubblicani, cmq è sorprendente la quantità di conflitti e la costanza durante le ammainistrazioni di ogni colore)

La più falsata per me è quella sulla diffusione della democrazia, poi sarà che sono Europeo; ma mi sembra che si racconta la storia di un america che ha inventato la democrazia da sola e di un Europa che l’ha solo accettata di rimando.

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Rete e news: Spazio

Pubblicato su comunicazione, cultura, giornalismo, media, politica e società by sparkaos su Aprile 24th, 2008

Rete e news

Macro-effetti della rete sulle notizie

Spazio/tempo:

Le dimensioni spazio temporali delle notizie sono state completamente stravolte dall’avvento della rete.

Lo spazio si è allargato all’improvviso. La maggiore facilità di trasmissione favorisce il diffondersi di notizie a livello globale, proprio mentre la rete stessa contribuisce a creare maggiori connessioni spaziali ed insieme a destabilizzare la concezione geografia di vicino e distante meramente spaziale. Vicino molto spesso è ciò che è simile, ciò che interessa indipendentemente dalla sua posizione fisica. L’America è più vicina della Turchia. Questo processo è precedente alle reti digitali, ma esse lo amplificano e lo portano alle estreme conseguenze. Oggi una persona può vivere sapendo tutto di ciò che succede in Cina e nulla del proprio quartiere

Ma al contempo lo spazio si è ristretto. In rete le poche testate professionali che producono guadagni sono quelle locali, che possono sfruttare le reti sia per raggiungere pubblici interessati ma distanti dalla località di cui si parla (es. migranti), sia per offrire contenuti più specifici in modo economicamente sostenibile e che favorisce la creazione di un senso di comunità che è alla base di ciò che il marketing definisce fidelizzazione[1] del cliente.

In pratica la notizia in rete diventa più glocal e il lettore è in grado di vivere virtualmente dove vuole, anche in un mondo che lui stesso crea fatto di piccoli frammenti di informazione in una sorta di collage post-moderno. Questo offre certamente possibilità informative che vanno incontro maggiormente agli interessi delle persone, ma insieme spezza il filo di un discorso pubblico e disconnette le identità da uno specifico ancoraggio territoriale o al contrario le incastra in localismi risorgenti. Ancora una volta la rete offre possibilità liberatorie e nuovi drammi. Nella dissoluzione di una minima narrazione condivisa, le basi stesse su cui le persone riflettono divengono fortemente differenti e il particolarismo esplode. L’idea di un identità nazionale o di una storia nazionale, il classico racconto della giornata dei TG svaniscono lasciando il posto ad un nomadismo in apparenza senza confini, ma segnato da fratture linguistiche, culturali ed economiche. (per il Digital Divide cenni qui). Insieme si formano nuove comunità con concetti spaziali dirompenti per l’attuale organizzazione politica. Che si tratti di comunità locali o totalmente virtuali, il principio di appartenenza ad esse è quanto minimo in contrasto con quello su cui gli stati oggi si basano.

Ma l’effetto più profondo delle reti digitali sulle notizie da un punto di vista spaziale è la possibilità per chiunque (abbia gli strumenti) di trasmettere flussi dati da qualsiasi luogo. Ci sono due aspetti principali che derivano da ciò. Il primo è mostrato in tutta la sua potenza dai video dei telefonini che diventano notizie riprese dai TG o dalla giornalista che trasmette in diretta con il telefono satellitare i bombardamenti di Bagdad. Ovunque l’occhio elettronico è virtualmente presente e nulla che accade può più sfuggire. E si arriva alla seconda conseguenza. I media da sempre tendono a restringere la sfera privata, lontana dagli occhi del pubblico. La rete rendendo tutti produttori di informazione estremizza questo processo.

Goffman insegna che la vita è un po’ come il teatro con un palcoscenico e un dietro le quinte. Il telone è caduto e il dietro le quinte oggi è la materia principale che sul palcoscenico globale rimbalza. Il processo borghese di esaltazione della vita privata, in una sorta di paradosso proprio mentre la privacy svanisce, trova un immane propagatore nella visibilità mondiale di mille vite private vendute in pubblico. Il privato scaccia il pubblico dal palcoscenico. E la dimensione pubblica, comunitaria della vita si privatizza sempre più. Mentre l’uomo non è mai più solo, perennemente interconnesso.

P.S. tre articoli interessanti su giornalismo, citizen journalism e crisi dei modelli economici da LSDI. Qui, qui e qui.


[1] Per fidelizzazione si intende riuscire a rendere stabile il rapporto tra azienda e cliente, proprio per ottenere ciò le aziende adottano approcci più attenti alla qualità, alla partecipazione attiva del consumatore e all’assistenza pre e post vendita.

CONTINUA

Stampa e giornalismo nell’epoca della comunicazione digitale

Media

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Risultati delle elezioni e rete

Pubblicato su comunicazione, cultura, curiosità, giornalismo, media, politica e società by sparkaos su Aprile 14th, 2008

A volte mi rendo conto che la rete è un mondo a parte.

Fuori dalla finestra la vita cointinua e gli echi delle elezioni sono infondo fievoli.

In rete una spasmodica corsa all’ultimo dato a chi lo pubblica per primo. Non ne capisco il senso.

La rete dicono dovrebbe essere la liberazione democratica, ma a volte mi sembra che tenda semplicemente a portare agli eccessi la spettacolarizazione delle notizie e la superficialità.

Tutti a seguire la corsa dei cavalli impazziti e le dichiarazioni dei personaggi da operetta che spopolano tanto sui media Mainstream, che sulla rete a cui tanto piace presentarsi come nuova.(intanto parla delle stesse cose e con gli stessi linguaggi)

La vita intanto scorre rumorosa in strada… e la rete resta lo strumento di falsa liberazione che dà solo un nuovo palcoscenico a una ristretta minoranza, superficiale quasi sempre, in cerca di 15 minuti di fama.

Sto sputando nel piatto dove mangio? Beh a voi il giudizio. Io mi rifuto di associarmi a questa vuota frenesia dei numeri e di quotazioni da scommesse.

Cazzo costruiamo una rete che serva a pensare non a mandare altre teste al macero?

P.S. lecitissimo pensare che io sia più superficiale di tutti

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Stampa e giornalismo nell’epoca della comunicazione digitale (1)

Pubblicato su comunicazione, cultura, giornalismo, media, politica e società by sparkaos su Aprile 8th, 2008

Da quando la rete è nata, uno dei temi più dibattuti è la possibile scomparsa dei giornali cartacei e le trasformazione che questa ha imposto alla professione giornalistica e alle “news” in quanto tali. (ne parla, anche, un articolo molto interessante su The New Yorker, sintetizzato al massimo in italiano qui)

Il dibattito tocca alla larga temi vastissimi e di importanza vitale per la società. Quindi non bisogna perdere di vista le poche certezze che si hanno. Una di queste è che, attualmente: anche i giornali cartacei, che hanno per primi e con migliori risultati accettato la sfida della rete, stanno affrontando profonde crisi economiche; perché gli introiti provenienti dalla rete come pubblicità (e in alcuni casi tariffe d’accesso) non compensano la perdita degli introiti che un tempo provenivano dalla vendita delle copie e dalla pubblicità su carta (questo nonostante i maggiori investimenti in pubblicità on-line da parte delle aziende, ma nel solco di tante aziende che in rete dopo primi trionfi stentano a trovare un modello economico che senza chiudersi alla forma aperta e collaborativi della rete sia sostenibile da un punto di vista di bilancio).

In una sorta di paradosso, le notizie delle testate on-line spesso trovano una diffusione ampissima, rimbalzano sui blog e aprono discussioni accese, ma non generano profitti. Hanno la possibilità di raggiungere una quota potenziale di lettori molto più vasta; ma, anche nei casi in cui riescono in questa diffusione virale, raramente generano introiti per il produttore sufficienti a coprire le spese e guadagnarci abbastanza perché i capitali restino investiti in simili attività economiche. Spesso generano molti più profitti iniziative di giornalismo partecipativo che prevedono il diretto intervento dei lettori e che privi di una propria struttura di raccolta informativa si appoggiano alle grandi testate, come fonti primarie, e ai contenuti dal basso. Alcuni fanno notare che blog e siti sociali per la maggioranza non fanno che commentare e rilanciare il contenuto dei giornali o dei media in generale e che sono come dei parassiti che sopravvivano rubando il lavoro di altri.

Storicamente la professione del giornalismo ha generato grandi dibattiti, visioni deontologiche ed ideali opposte e discussioni accese sul ruolo stesso della professione da cui sono discesi diversi tipi di giornalismo, che emergevano quasi sempre in concomitanza di grandi cambiamenti sociali o tecnologici. Cosa debba essere un giornalista, è un tema molto dibattuto perché dalla risposta, che si da a questa domanda, discendono visioni opposte di società e democrazia. Una delle poche certezze, di cui parlavo, è che dalla qualità della stampa dipende la qualità della vita politica e del suo strutturarsi in una sfera pubblica di discussione sempre più mediatizzata e virtuale.

Una delle prime teorie sul ruolo della stampa può essere riassunta sotto l’etichetta generale di Libertà di Stampa, Quarto Potere o Mercato delle Idee. Affonda le radici nella filosofia politica liberale e utilitaristica. In questa ottica la libera stampa è il fondamento della democrazia, in cui il cittadino informato, dalla stampa, può tutelare i suoi interessi. Il libero mercato delle idee e delle opinioni farà di certo trionfare la verità sull’errore. Questa visione idealistica stava per essere abbandonata definitivamente, quando qualche apologeta della rete ha annunciato l’avvento imminente (grazie al web, al giornalismo partecipativo, alla sfera pubblica dialogica della realtà virtuale moderna) di questo libero mercato delle idee, dimenticando come i suoi ottimistici predecessori parecchie cose.

La più scontata e antica critica a questo presunto libero mercato delle idee è che di libero non ha proprio niente.

Nell’epoca della comunicazione di massa generalista la poca libertà del mercato delle idee era reso evidente dal flusso verticale ed unidirezionale della comunicazione. Poche redazioni selezionavano per tutti quale parte del mondo doveva divenire “news”, cioè acquisire importanza sociale, e dava i primi imput su come la notizia doveva essere interpretata. Cioè come si direbbe oggi offrivano (ed offrono) la cornice culturale, il quadro cognitivo, la narrazione generale in cui inquadrare il singolo evento (framing). Per di più, l’appartenenza sociale degli operatori delle redazioni molto diversa dalla composizione sociale della popolazione, il contesto aziendale che presuppone la sopravvivenza dell’azienda, cioè del mercato e del capitalismo; gli introiti pubblicitari che condizionano la redazione e la proprietà dell’azienda con propri interessi personali e di classe/gruppo sociale; erano (e sono) un pesante condizionamento che crea una sorta di monopolio dell’informazione, contro l’ideologia del libero mercato

L’avvento della rete spezza la verticalità e favorisce la partecipazione del lettore senza alcun dubbio, ma contro ogni apologia la realtà resta un monopolio o al massimo un oligopolio. La selezione di ciò che avviene nella realtà affinché divenga notizia è forse ancora più faccenda di ristrette elite di prima. E’ ovvio che la rete offre a chiunque di lanciare un tema, ma il punto è farlo diventare notizia.

Eloquente a riguardo la storia del Watergate, uno dei più grandi scandali e successi della stampa statunitense. Per mesi i due reporter scrissero della vicenda sul Washington Post senza suscitare grandi reazioni. Solo grazie alla caparbietà dei due e del giornale, alla fine, il tema entro nell’agenda pubblica e divenne rilevante per l’opinione pubblica portando alle dimissioni del presidente Americano.

Non basta scrivere qualcosa perché si tratti di notizia: primo deve rispettare criteri professionali che ne garantiscano la qualità; secondo deve essere percepita come una notizia vera, scritta da una fonte affidabile; e terzo acquisire di una certa visibilità, pena il diventare uno sfogo personale che nessuno ha letto. La rete da accesso a molti ad uno spazio, ma in questo spazio continuano a valere le regole del mondo esterno, semplicemente deformate/forzate dalle caratteristiche proprie del mezzo. In questo spazio contano i contatti, senza contatti non esisti. La maggioranza dei contatti, di utenti che cercano news, va verso grandi motori di ricerca e siti professionali di testate on-line, che spesso sono il volto immateriale di versioni cartacee. In questo spazio, che di per se sarebbe tendente a quel libero mercato, si formano nuovi oligopoli informativi basati sulla capacità di attrarre, infinitamente superiore se si possiede un marchi storico di riconosciuta affidabilità e professionalità, capitali ingenti e professionisti del marketing. La possibilità di farsi diffusore di notizie viene in gran parte vanificata dalla difficoltà di attrarre contatti.

La rete si dimostra a volte più efficace nell’attività di framing e commento interpretativo, che oggi è quanto minimo un dialogo a più voci. Ma un dialogo è un atto intriso di potere e il potere resta nelle mani delle grandi Media Company, nonostante la brutta situazione economica in cui versano.

Per di più la raccolta informativa, chi sceglie per primo i pezzi di mondo da rendere disponibili e da illuminare, è un attività sempre più chiusa e spartita tra poche grandi agenzie mondiali. Da queste poche fonti tutti gli altri scelgono e commentano. Queste fonti, sempre più, si affidano agli uffici PR di enti ed associazioni, che per proprio carattere intrinseco hanno natura pubblicitaria e non informativa, e senza alcuna verifica o analisi fanno passare i comunicati di parte come notizia oggettiva. Questi due processi messi insieme ed amplificati dalla crisi economica delle redazioni, che hanno reagito tagliando ulteriormente le informazioni raccolte di prima mano e i corrispondenti, portano quasi ad una restrizione della pluralità delle fonti di informazione ed ad una moltiplicazione infinita di commenti ed opinioni nel cui mare magnum diventa sempre più difficile orientarsi. Ciò resta vero nonostante la tendenza crescente di siti non professionali che riescono a dare notizie in esclusiva o rilanciare notizie passate quasi inosservate.

La rete non è una soluzione neanche per i condizionamenti dovuti alla pubblicità, sia per il crescente fenomeno di siti non professionali che guadagnano da essa, sia per il già citato aspetto della grande quantità di siti non professionali che tendono a rilanciare temi presi dai grandi media e che quindi hanno già subito l’influenza commerciale (anche maggiore visto che ora la pubblicità è l’unica antrata di aziende che prima si finanziavano anche con l’acqisto della copia cartacea).

Riesce invece ad offrire una platea maggiore, con i limiti già detti, a temi contrari al sistema economico vigente, che difficilmente grandi aziende possono mettere in dubbio senza una certa tendenza suicida. Ma i limiti restano nella difficoltà di emergere dal caos in un contesto in cui pochi continuano ad accaparrarsi la maggioranza degli sguardi.

Forse però la delusione peggiore della rete è la mancata realizzazione di quella partecipazione, presa di parola per tutti, che tanti avevano annunciato come certezza.

Il Digital Divide è una realtà e sembra che tenda a stabilizzarsi. Il Digital Divide riguarda, si, la differente possibilità di accesso alla tecnologia e ai media, ma, nelle sue più avvedute formulazioni, riguarda anche la capacità di usare quelle tecnologie. Oggi il Digital Divode riguarda più il diverso uso che della rete fanno i diversi gruppi socio-culturali. La maggioranza delle persone naviga in rete attraverso pochissimi nodi, quasi sempre di grandi multinazionali, e tende a vedere nella rete un mezzo per fruire di video e musica attraverso nuovi canali, ma con metodi tradizionali e poco interattivi; o un mezzo per coltivare piccole discussioni di nicchia, spesso superficiali e simili alla chiacchiere di quartiere e al gossip. In rete quello che va è il sesso, il gossip e il pruriginoso. Solo una piccola fetta di utenti sfrutta pienamente le potenzialità rivoluzionarie della rete, e questa fetta di utenti ha specifiche caratteristiche in termini di età, condizione economica, residenza ed istruzione. La sfera pubblica mediatizzata della rete, oggi , è quasi più classista. Esclude totalmente una parte delle persone e offre maggiori potenzialità di influenza a cittadini già privilegiati, che di solito erano già attivi prima e disponevano già di influenza sociale.

Continua prossimamente –>qui

P.S.un bell’articolo sui media condivisi da Pourparler

P.S.un altro articolo interessante sull’accordo tra il NYTimes e Google Earth che va verso la diffusione dei contenuti attraverso piattaforme e canali molteplici e la piena accettazzione e valorizzazione del Web da parte di uno dei giornali più attivi in rete –> qui

Media e società

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La zona

Pubblicato su cinema, comunicazione, cultura, giornalismo, guerra, media, politica e società by sparkaos su Aprile 7th, 2008

La zona è un immensa cittadella privata dove i ricchi di Citta del Messico vivono in una specie di paradiso artificiale, circondato dalla povertà e al di fuori della legge. (trama)

La storia prende il via quando tre adolescenti delle favelas penetrano nella Zona attraverso un’apertura nel reticolato aperta da un cartellone pubblicitari caduto. Da questo momento in poi la violenza dilaga senza alcun significato se non la paura e l’ossesione della sicurezza in una società con un’altissima violenza diffusa e fortissimi squilibri sociali.

Il tema vero è la diseguaglianza sociale, il senso di colpa, la degradazione dell’uomo dovuta al possesso esasperato e alla paura cieca, unita ad una sorta di razzismo difensivo. Un paradiso terreno che pian piano assume i contorni di un incubo mentre la caccia all’ultimo superstite dei tre ragazzini “ladri” va avanti senza che neanche l’idealismo adoloscensiale possa fermarla, anzi viene piegato ed asservito agli scopi o reso inutile… futile.

Lo scivolare della Zona verso, l’abbisso paranoide è un vortice che dalla società viene e alla società torna; rendendo evidente che non c’è paradiso terreno che possa nascondere la spietata realtà del mondo. Un mondo dove la felicità è espulsa da ogni luogo, sostituita dalla precarietà della conquista e dal senso di colpa di essa, sfogato in una paranoia ossessiva che rende ciechi, non uno ma un’interà comunità.

DA VEDERE!!!

P.S: Ah se volete vedere la violenza diffusa e l’ossessione della sicurezza che si trasforma nel Grande Fratello in qualcosa di meno narrativo e più documentaristico qui c’è un bel documentario su Los Angeles

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Europa, la Nato, la Russia e l’America. Identità in sommovimento e conflitto

Pubblicato su comunicazione, cultura, curiosità, economia, geopolitica, giornalismo, guerra, politica e società by sparkaos su Aprile 3rd, 2008

Sembra ormai scontato che, qualsiasi definizione d’Europa si voglia dare, lo si debba fare per forza in opposizione confronto con la Russia.

 

Fior di studiosi si sono affannati a discutere dell’identità storica Russa che si sarebbe da sempre definita in opposizione/alterità emulativa con l’occidente Europeo. Cioè l’identità russa discenderebbe da un miscuglio di oriente e di occidente, che è sia una posizione geografica sia una scelta culturale.

 

Ma ogni processo identitario oppositivo/competitivo influisce sul processo identitario dell’altro; così anche l’Europa liberale spesso si è definita in contrapposizione al dispotismo asiatico e russo. (Come altri hanno scritto) L’Occidentale creando l’esotico orientale crea e definisce se stesso in quanto Occidente in opposizione ad un oriente altro e diverso oggetto di fascinazione universalista e dominio, ma comunque  altro.

 

 

 

Per l’Europa l’altro è stato, per tutta la Guerra Fredda, la Russia e l’Europa dell’Est.

 

Quest’ultima, però, è stata presto riassorbita, se anche con problemi, nella sfera intima e del noi europei, anche se un noi anomalo solo parzialmente rassicurante per quel permanere dell’Est; fosse solo simbolico, cmq carico di storia divisa, cmq altro almeno in minima parte.

 

La Russia è l’altro dell’Europa di oggi.

La Cina, l’India, lo stesso Medioriente così vicino geograficamente sono l’altro ma più distante, più comprensibile nel suo essere diverso e lontano; qualcosa che esiste.

La Russia è l’enigma, qualcosa di vicino e incomprensibile. Oriente o Occidente. Europa o Asia. Nemico o Amico.

In ogni caso ogni giorno vicino, quando accendo il gas o quando faccio affari, o quando discuto di politica Europea ad un qualsiasi livello, su un qualsiasi tema.

In ogni caso ogni giorno lontano, per troppe cose che mi respingono e per troppi interessi divergenti che fossero anche meno degli interessi convergenti, nei meandri delle identità oppositive, sembrerebbero enormi.

 

 

L’Europa, sempre sull’orlo di nascere, incastrata in questo gioco identitario e di potere, forzata dall’alleato ingombrante e prezioso; appoggia pienamente il controverso progetto di scudo spaziale voluto dagli Americani; e che ubbidienti ed interessati i governi ceco e polacco hanno già (i polacchi tirano sul prezzo) accettato, nonostante popolazioni non proprio favorevoli.

 

In questo marciano al fianco degli Americani che dopo una fase di distensione e collaborazione ora sono sempre più di nuovo in conflitto con il nuovo Zar delle Russie.

 

Poi però gli Europei preoccupati dal grande vicino (che qualcuno forse preferirebbe usare come strumento di riequilibrio contro gli Americani per sganciare l’Europa da un’Alleanza, a queste condizioni, sempre più scomoda) costringono Bush a rimandare l’ingresso di Ucraina e Georgia nella Nato; un piccolo regalo di distensione, forse per la nuova speranza, il delfino dello Zar.

 

I temi di forte contrasto tra gli Europei e i Russi sono tanti e acuiti dalla crisi nei rapporti tra quest’ultima e l’ America. Crisi alquanto seria; tanto che da parte Russa nelle dichiarazioni pre-vertice sono volate parole come “profonda crisi””gioco molto pericoloso” e da parte americana parole altrettanto grosse per bocca del comandante in Capo “Washington sostiene con forza…”

 

 

 

Identità ed interessi in ricomposizione.

Europa che verrà.

Patti oceanici sempre più deboli in attesa del messia nero che forse sarà.

Scintille continue da nodi storici mai sciolti.

Eredità passate, incubi, nuovi sogni ed identità.

 

 

 

Intanto i Tedeschi e i francesi vanno avanti da soli.

Da decenni ci sono incontri bilaterali tra ministri e primi ministri dei due paesi per discutere e coordinare le politiche dei due paesi sui più svariati temi.

Tanto che qualcuno non esita a parlare di qualcosa di simile ad una confederazione a maglie larghe, già oggi, esistente nei fatti tra le due nazioni.

Ora Nicolas Sarkozy e Angela Merkel hanno proposto ai leader della Nato di organizzare congiuntamente il Vertice 2009 dell’Alleanza.

Simbolo potente di unione di intenti tra due paesi. L’iperattivo Sarko si è spinto a dichiarare (in una conferenza stampa congiunta con il cancelliere tedesco) che Francia e Germania ”parlano con una voce sola”.

 

 

 

 

L’Europa, la vecchia Europa è tutto un fermento.

Ciò che nella percezione è statico è un caos magmatico in pieno e lento sommovimento.

 

Non c’è stato che non conosca gravi crisi istituzionali e ripensamenti.

Zapatero si affanna a cancellare i resti ultimi della dittatura, gli Inglesi cercano di chiudere con il conservatorismo Reganiano e la falsa sinistra del menestrello, e Sarko salta dalle braccia degli inglesi, a quelle dei tedeschi e quelle dell’Europa e intanto propone riforme della Nazione a più non posso; cercando una nuova identità Francese e un nuovo stato, quasi folle le tenta tutte, forse con un assurda estrema coerenza di intenti molteplici. Mentre l’Italia e la Germania attraversano una crisi di immobilismo, di diverso grado, ma ugualmente dirompete.

 

I nazionalismi e gli indipendentismi, sono dentro e fuori l’Europa ovunque, proprio mentre gli europei cercano di andare verso una nuova identità più cosmopolita ed aperta, più sovranazzionale, interetnica e multiculturale.

Dal Kosovo alla Bosnia, ai Paesi Baschi, all’Irlanda del nord, alla Scozzia, alla Padania, al Belgio diviso fino alle regioni russe della Giorgia e al Caucaso è in corso una straordinaria battaglia di potere ed identità. Nessuno stato Europeo può più essere così certo della sua definizione di identità nazionale stretto tra i separatismi etnici e i localismi da una parte e l’identità europea emergente  (storica necessità) dall’altra.

 

 

 

L’Europeo emerge più per lento scorrere della storia e in contrapposizione a ciò che si sente sempre più come diverso.

 

Nasce da orientalismi presenti e passati e da altrui veneree definizioni.

L’Europeo oggi è diverso dal Cinese, dal Russo, dall’Indiano e dall’Iraniano; ma forse più di tutto nell’istante di oggi è, e si sente, diverso dal Fratello Occidentale Americano.

Teniamo i piedi nelle due classiche staffe.

La politica europea di oggi non concordata, che nasce a cascata per iniziativa di singoli simboli incarnati e di dinamiche storiche, copia e rivede la storica strategia Tedesca.

 

I tedeschi hanno, dopo la seconda guerra mondiale, basato la propria sicurezza e fortuna su due pilastri reali ed identitari allo stesso tempo: la stretta alleanza con gli americani e l’integrazione Europea.

Sarko e la politica europea degli ultimi tempi, che un po’ scivola dietro di lui, rinsalda il legame Atlantico, anche dicendo si allo scudo antimissile ed inviando nuove truppe in Afghanistan, ed insieme rafforza il legame Europeo, stringendo i rapporti con i partner più importanti e proponendo nuove integrazioni europee (ovviamente) nell’ottica gollista di Europa delle Nazioni e non della, più avanzata e sensata, Federazione Europea, da tanti sognata.

 

In pratica la politica tedesca rivista alla luce dei tempi odierni.

L’America non vede di buon occhi una più “unita” Unione Europea.

Dietro i sorrisi i commentatori americani non si vergognano a dire che una Federazione Europea sarebbe un grave rischio alla leadership mondiale Americana, per alcuni il più serio di tutti (altro che Cina, India o Russia).

Gli Europei sanno però di non poter fare a meno degli USA nell’mmediato, così concedono sullo scudo e rimandano sull’allargamento dell’alleanza tanto voluto da Bush, in scadenza di mandato.

L’allargamento è la moneta di scambio da offrire all’altro di cui non possono fare a meno.

L’Europa non può nascere se non in confronto/scontro competitivo con la Russia. L’Europa non può nascere se Mosca sarà del tutto contraria ad essa, o quanto minimo avrebbe un parto travagliatissimo e difficile.

 

 

 

Tutto questo ha grosse ricadute culturali ed identitarie.

 

Un nuovo orientalismo nasce diviso tra il mito del buon selvaggio da usare e civilizzare così da liberasi del fratellino ingombrante e quello del comunista dispotico orientale mangiatore di bambini.

Ma nasce anche un nuovo “occidentalismo”. L’oggetto esotico, l’altro fonte di fascinazione e odio represso oggi è anche l’americano, l’occidentale di marte… l’alieno partorito aldilà dell’oceano dai fermenti e rimescolamenti europei.

 

 

Strani assurdi percorsi dell’identità europea che nasce per lenti movimenti, prese di consapevolezza quasi individuali e riflessioni  quasi più straniere che indigene.

Nasce fuori dei palazzi, nelle strade tra un urlo volgare del Bossi di turno e uno studentello in partenza.

Entra nei palazzi senza che i portatori se ne accorgano.

 

E’ un virus storico di necessità impellente che, sempre più, i popoli sentono, più che nel desiderio di ciò, nelle alternative manacnti e in opposizione all’altro.

 

Identità spontanea che emerge contesa, avanza e crolla, ma poi è sempre lì pronta a risorgere; a volte come risposta ad ogni cosa, quasi divinizzata.

 

Identità da costruire riempiendola di un senso:  una narrazione storica non dogmatica che segua la scia dei folli cercatori europei che esplorarono il globo e assaltarono la Bastiglia reclamando l’umana libertà, vagabondi estatici senza meta si persero lungo la strada nella loro ricerca insensata trovando, in realtà, ciò che cercavano.(almeno secondo la mia narrazione fantastica)

 

 

 Il nocciolo duro di ciò che significa essere europeo oggi, forse, è proprio questa ricerca di un identità nuova competitiva, ma non oppositiva.

Questo gli Europei cercano di ottenere in ogni politica che mettono in atto, a volte senza accorgersene.

In economia vogliono la competizione, ma anche lo stato sociale.

Nei rifornimenti energetici: fonti rinnovabili ma anche il nucleare.

Nella difesa: via le basi americane, ma anche si alle basi fino a che non saremo autonomi, ma per ora no all’esercito europeo, quindi ma anche si alle basi americane a vita.

Sulla Russia: non c’è democrazia, lo scudo serve, putin è uno Zar; ma anche la Russia è un partner strategico del’unione europea non possiamo fare a meno del gas ……

 

C’è chi ha dottamente scritto che il nocciolo duro dell’Europa è questa volontà di risolvere i conflitti sociali, politici o geopolitici con un approccio dialogico e di condivisione del potere e delle decisioni nato dopo l’enorme disastro della guerra (guerra civile europea prima di ogni altra cosa) e che questa è la ricetta di successo che l’Europa deve proporre al mondo, unita per trionfare.

 

A mio modesto parere l’Europa è il frutto di dinamiche storiche e culturali enormi, che gli eventi spingono verso nuovi lidi; ma manca del tutto di una volontà, di un desiderio europeo e di un identità europea almeno parzialmente e momentaneamente definita.

 

L’Europa è un immenso spazio futuristico da esposizione prima dell’apertura, vuoto e deserto e che nessuno andrà a visitare perché gli interessa l’expo ma soltanto perché è necessario per il proprio lavoro o per semplice moda.

 

Manca di un comune sentire e di un comune sguardo, poi da declinare in milioni di modi differenti.

Manca di quella minima narrazione condivisa che fa di tanti un’unica comunità e mancando di ciò è come un golem morto e vivo insieme, possente e debole insieme… privo del soffio

 

Mondo

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