Frammenti Nomadi

Popoli e colonialismo in Asia

Pubblicato da sparkaos su Aprile 5th, 2008

Ancora una volta si propone alla ribalta globale il problema ereditato dalla dominazione coloniale, e dalla guerra fredda, di confini geografici e statali disegnati sulla carta, senza nessuna considerazione per le popolazioni locali. Al centro di un conflitto ormai dalle proporzioni spaventose c’è sempre più la rivendicazione di autodeterminazione di popoli che si sono storicamente riconosciuti poco nelle istituzioni Statali centrali.

  • Si va dai Curdi che vivono nella parte settentrionale e nord-orientale della Mesopotamia(che comprende parte del Nord Iracheno, est Turchia, sud dell’Iran e, in minor misura, Siria ed Armenia) e sono da tempo in conflitto soprattutto con lo stato Turco, Iraniano e Iracheno(fino all’invasione USA).

  • Ai Pashtun, rinomati guerrieri dai tempi di Alessandro Magno, che vivono a cavallo della linea Durant, confine tracciato da una commissione britannica nel 1893 tra Afghanistan e Pakistan. Hanno sempre goduto di un sostanziale autogoverno, anche sotto gli inglesi, e da sempre attraversano il confine conteso per commerci di ogni genere con i consanguinei dell’altra parte. Oggi l’area da essi abitata e in piena guerra ed è contesa:
    • tra Talebani, che spesso si combattono anche tra loro soprattutto per differenze di visioni riguardo al jihad in Pakistan;
    • esercito Pakistano, che a fasi alterne li combatte o cerca una tregua, mentre al suo interno l’Islamismo militante fa sempre più breccia per i rapporti storici che i militari intrattengono con i gruppi estremisti;
    • Cia che da tempo si è infiltrata nell’area;
    • e Pashtun che da una parte proteggono gli estremisti, anche per un forte senso dell’ospitalità e del territorio; dall’ altra hanno dato segnali di voler trattare. I conflitti con i Talebani e la galassia estremista sono sempre più comuni per via della rigida morale religiosa che questi vorrebbero imporre e del conflitto globale in cui stanno coinvolgendo i Pashtun, che tradizionalmente sono montanari, guerrieri, contrabbandieri e mercanti, quindi più dediti al denaro e alla vita secondo antiche regole claniche sanguigne che al puritanesimo Deobandi o wahabita.

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Sarebbe utile cercare di impedire il saldarsi in atto della questione Pashtun e Islamista, che restano questioni diverse che si incendiano a vicenda.

  • Ai Palestinesi di cui è inutile ribadire la loro ormai storica lotta.
  • Ai Baluci che abitano un’area a cavallo di Iran, Afghanistan e Pakistan. In Pakistan vivono otto milioni di Baluci su una superficie che è il 43% dell’intero territorio nazionale e ricca di materie prime (ad es. produce il 45% del fabbisogno di gas pakistano e ha miniere ricche di metalli preziosi). Ma l’importanza del Balucistan sta, anche, nella posizione strategica che occupa; ponte tra l’Asia centrale e il subcontinente Indiano, si affaccia sul Golfo di Oman e sul Mare Arabico, dove transita una grande fetta del petrolio mondiale. Proprio per questo, i Cinesi hanno investito molto nella costruzione di un mega porto, che potrebbe influire pesantemente sugli equilibri dell’area, a Gwadar nel Balucistan Pakistano. I Baluci si sono più volte ribellati per avere accesso alle loro ricchezze naturali, come previsto dalle leggi nazionali e internazionali; ma continuano a ricevere le briciole, mentre le proteste sono represse dai militari Pakistani nel sangue e il governo centrale attua da sempre una politica di volontario sottosviluppo e analfabetismo nella regione.
  • All’ area del Kashmir contesa tra India e Pakistan, già in guerra per essa e ora divisa tra i due giganti che continuano a rivendicarla.
  • Ai Sikk, che appoggiati dai pachistani sognano un loro stato indipendente nell’India nord occidentale.
  • Alle minoranza cinesi (es. Tibet e Xinjiang).

L’elenco potrebbe continuare all’infinito, finendo per comprendere conflitti e micro conflitti che dal corno d’Africa, passando per il Medioriente, la Persia, l’Asia centrale e il subcontinente Indiano; arrivano a coinvolgere l’Asia meridionale.

A questo va aggiunto il conflitto interno all’Islam tra sciiti e sunniti e tra Jihadisti e altre correnti di interpretazioni coraniche.

E in più c’è da tener conto il conflitto geopolitico tra Cina, India, Russia e USA per la ridefinizione degli assetti globali, che ha il suo palco principale proprio in questa area geografica e nello spazio.

Se si tiene conto anche:

  • della sempre crescente scarsità di risorse e di una crisi economica di proporzioni colossali dietro l’angolo,
  • del crescente malcontento delle popolazioni locali contro i propri governi e gli sponsor dietro di essi (in primis USA, ma anche Cina che inizia a subire attacchi in Pakistan per la stretta alleanza tra i due paesi e la presenza cinese nel porto di Gwadar),
  • della povertà e mancanza di diritti endemica,
  • della volontà di ogni attore statale dell’area di giocare la propria partita fino in fondo per essere più potente,
  • della presenza di formazioni armate non statali ma di grande forza e presa su una parte della popolazione,
  • del diffondersi di correnti apocalittiche e puritane in tutte le religioni dell’area (vedi gli Indu ad es.),
  • delle elite corrotte ed egoiste, in alcuni casi apertamente feudali (vedi Arabia Saudita o anche Pakistan, dove ad un’elite coloniale esterna se ne sostituì una interna fatta di proprietari terrieri e militari per lo più occidentalizzati e spesso corrotti),
  • e anche di una certa mancanza di idee sul da farsi e chiusura nelle proprie posizioni ideologiche da parte di tutti gli attori in gioco;

si ha la chiara idea di un’area immensa sull’orlo del tracollo.

Il punto è ancora una volta il passato coloniale e il presente neo-coloniale con gli effetti pratici che hanno avuto.

Oggi è necessario un completo cambio di strategia che miri a ridefinire completamente l’assetto dell’area, ma senza più appoggiare monarchie corrotte e dittatori di ogni risma o presupponendo che la nostra cultura, le nostre istituzioni e leggi sono superiori. (I pashtun ad es. coltivano eroina da tempo, se non gli si offre un commercio alternativo e altrettanto valido difficilmente sceglieranno la fame.) E la stessa democrazia è difficilmente applicabile in condizioni tanto diverse senza che sia una libera scelta sentita e localizzata dai popoli dell’area. Ciò che servirebbe oggi è una politica realistica per favorire i riformatori e l’abbandono di posizioni di semplice interesse, come l’alleanza con i sauditi. (quale realtà ha la pretesa occidentale di combattere per la liberazione delle Afghane se poi si appoggia chi in Arabia Saudita le fa vivere in Apartheid?).

Unita ad un riconoscimento dei diritti di tutte le minoranze coinvolte e ad una strategia nuova riguardo al terrorismo; che miri a combattere il terrorismo esistente con operazioni di polizia e non di guerra, che non assimili sotto l’etichetta di terroristi tutti gli oppositori alle sue politiche, e che, soprattutto, miri ad eliminare le cause stesse del diffondersi del terrorismo che sono di nature principalmente economiche e politiche, non religiose.

La religione è il simbolo che un’elite usa per mobilitare le masse Islamiche verso i propri obiettivi. Proprio come fecero gli USA e il Pakistan, durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan, con i mujahidin (aiutati anche dai Cinesi) o come fa l’ISI (servizi segreti Pakistani) con gli estremisti islamici in Kashmir.

La religione è piegata da soggetti politici a scopi di potere e di proiezione di influenza. Oggi, in un circolo vizioso, gli si ritorce contro, come un moderno Frankenstein che si ribella al suo creatore.

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