Stampa e giornalismo nell’epoca della comunicazione digitale
Da quando la rete è nata, uno dei temi più dibattuti è la possibile scomparsa dei giornali cartacei e le trasformazione che questa ha imposto alla professione giornalistica e alle “news” in quanto tali. (ne parla, anche, un articolo molto interessante su The New Yorker, sintetizzato al massimo in italiano qui)
Il dibattito tocca alla larga temi vastissimi e di importanza vitale per la società. Quindi non bisogna perdere di vista le poche certezze che si hanno. Una di queste è che, attualmente: anche i giornali cartacei, che hanno per primi e con migliori risultati accettato la sfida della rete, stanno affrontando profonde crisi economiche; perché gli introiti provenienti dalla rete come pubblicità (e in alcuni casi tariffe d’accesso) non compensano la perdita degli introiti che un tempo provenivano dalla vendita delle copie e dalla pubblicità su carta (questo nonostante i maggiori investimenti in pubblicità on-line da parte delle aziende, ma nel solco di tante aziende che in rete dopo primi trionfi stentano a trovare un modello economico che senza chiudersi alla forma aperta e collaborativi della rete sia sostenibile da un punto di vista di bilancio).
In una sorta di paradosso, le notizie delle testate on-line spesso trovano una diffusione ampissima, rimbalzano sui blog e aprono discussioni accese, ma non generano profitti. Hanno la possibilità di raggiungere una quota potenziale di lettori molto più vasta; ma, anche nei casi in cui riescono in questa diffusione virale, raramente generano introiti per il produttore sufficienti a coprire le spese e guadagnarci abbastanza perché i capitali restino investiti in simili attività economiche. Spesso generano molti più profitti iniziative di giornalismo partecipativo che prevedono il diretto intervento dei lettori e che privi di una propria struttura di raccolta informativa si appoggiano alle grandi testate, come fonti primarie, e ai contenuti dal basso. Alcuni fanno notare che blog e siti sociali per la maggioranza non fanno che commentare e rilanciare il contenuto dei giornali o dei media in generale e che sono come dei parassiti che sopravvivano rubando il lavoro di altri.
Storicamente la professione del giornalismo ha generato grandi dibattiti, visioni deontologiche ed ideali opposte e discussioni accese sul ruolo stesso della professione da cui sono discesi diversi tipi di giornalismo, che emergevano quasi sempre in concomitanza di grandi cambiamenti sociali o tecnologici. Cosa debba essere un giornalista, è un tema molto dibattuto perché dalla risposta, che si da a questa domanda, discendono visioni opposte di società e democrazia. Una delle poche certezze, di cui parlavo, è che dalla qualità della stampa dipende la qualità della vita politica e del suo strutturarsi in una sfera pubblica di discussione sempre più mediatizzata e virtuale
Libertà di Stampa - Mercato delle Idee.
Una delle prime teorie sul ruolo della stampa può essere riassunta sotto l’etichetta generale di Libertà di Stampa, Quarto Potere o Mercato delle Idee. Affonda le radici nella filosofia politica liberale e utilitaristica. In questa ottica la libera stampa è il fondamento della democrazia, in cui il cittadino informato, dalla stampa, può tutelare i suoi interessi. Il libero mercato delle idee e delle opinioni farà di certo trionfare la verità sull’errore. Questa visione idealistica stava per essere abbandonata definitivamente, quando qualche apologeta della rete ha annunciato l’avvento imminente (grazie al web, al giornalismo partecipativo, alla sfera pubblica dialogica della realtà virtuale moderna) di questo libero mercato delle idee, dimenticando come i suoi ottimistici predecessori parecchie cose.
La più scontata e antica critica a questo presunto libero mercato delle idee è che di libero non ha proprio niente.
Nell’epoca della comunicazione di massa generalista la poca libertà del mercato delle idee era reso evidente dal flusso verticale ed unidirezionale della comunicazione. Poche redazioni selezionavano per tutti quale parte del mondo doveva divenire “news”, cioè acquisire importanza sociale, e dava i primi imput su come la notizia doveva essere interpretata. Cioè come si direbbe oggi offrivano (ed offrono) la cornice culturale, il quadro cognitivo, la narrazione generale in cui inquadrare il singolo evento (framing). Per di più, l’appartenenza sociale degli operatori delle redazioni molto diversa dalla composizione sociale della popolazione, il contesto aziendale che presuppone la sopravvivenza dell’azienda, cioè del mercato e del capitalismo; gli introiti pubblicitari che condizionano la redazione e la proprietà dell’azienda con propri interessi personali e di classe/gruppo sociale; erano (e sono) un pesante condizionamento che crea una sorta di monopolio dell’informazione, contro l’ideologia del libero mercato
L’avvento della rete spezza la verticalità e favorisce la partecipazione del lettore senza alcun dubbio, ma contro ogni apologia la realtà resta un monopolio o al massimo un oligopolio. La selezione di ciò che avviene nella realtà affinché divenga notizia è forse ancora più faccenda di ristrette elite di prima. E’ ovvio che la rete offre a chiunque di lanciare un tema, ma il punto è farlo diventare notizia.
Eloquente a riguardo la storia del Watergate, uno dei più grandi scandali e successi della stampa statunitense. Per mesi i due reporter scrissero della vicenda sul Washington Post senza suscitare grandi reazioni. Solo grazie alla caparbietà dei due e del giornale, alla fine, il tema entro nell’agenda pubblica e divenne rilevante per l’opinione pubblica portando alle dimissioni del presidente Americano.
Non basta scrivere qualcosa perché si tratti di notizia: primo deve rispettare criteri professionali che ne garantiscano la qualità; secondo deve essere percepita come una notizia vera, scritta da una fonte affidabile; e terzo acquisire di una certa visibilità, pena il diventare uno sfogo personale che nessuno ha letto. La rete da accesso a molti ad uno spazio, ma in questo spazio continuano a valere le regole del mondo esterno, semplicemente deformate/forzate dalle caratteristiche proprie del mezzo. In questo spazio contano i contatti, senza contatti non esisti. La maggioranza dei contatti, di utenti che cercano news, va verso grandi motori di ricerca e siti professionali di testate on-line, che spesso sono il volto immateriale di versioni cartacee. In questo spazio, che di per se sarebbe tendente a quel libero mercato, si formano nuovi oligopoli informativi basati sulla capacità di attrarre, infinitamente superiore se si possiede un marchi storico di riconosciuta affidabilità e professionalità, capitali ingenti e professionisti del marketing. La possibilità di farsi diffusore di notizie viene in gran parte vanificata dalla difficoltà di attrarre contatti.
La rete si dimostra a volte più efficace nell’attività di framing e commento interpretativo, che oggi è quanto minimo un dialogo a più voci. Ma un dialogo è un atto intriso di potere e il potere resta nelle mani delle grandi Media Company, nonostante la brutta situazione economica in cui versano.
Per di più la raccolta informativa, chi sceglie per primo i pezzi di mondo da rendere disponibili e da illuminare, è un attività sempre più chiusa e spartita tra poche grandi agenzie mondiali. Da queste poche fonti tutti gli altri scelgono e commentano. Queste fonti, sempre più, si affidano agli uffici PR di enti ed associazioni, che per proprio carattere intrinseco hanno natura pubblicitaria e non informativa, e senza alcuna verifica o analisi fanno passare i comunicati di parte come notizia oggettiva. Questi due processi messi insieme ed amplificati dalla crisi economica delle redazioni, che hanno reagito tagliando ulteriormente le informazioni raccolte di prima mano e i corrispondenti, portano quasi ad una restrizione della pluralità delle fonti di informazione ed ad una moltiplicazione infinita di commenti ed opinioni nel cui mare magnum diventa sempre più difficile orientarsi. Ciò resta vero nonostante la tendenza crescente di siti non professionali che riescono a dare notizie in esclusiva o rilanciare notizie passate quasi inosservate.
La rete non è una soluzione neanche per i condizionamenti dovuti alla pubblicità, sia per il crescente fenomeno di siti non professionali che guadagnano da essa, sia per il già citato aspetto della grande quantità di siti non professionali che tendono a rilanciare temi presi dai grandi media e che quindi hanno già subito l’influenza commerciale (anche maggiore visto che ora la pubblicità è l’unica antrata di aziende che prima si finanziavano anche con l’acqisto della copia cartacea).
Riesce invece ad offrire una platea maggiore, con i limiti già detti, a temi contrari al sistema economico vigente, che difficilmente grandi aziende possono mettere in dubbio senza una certa tendenza suicida. Ma i limiti restano nella difficoltà di emergere dal caos in un contesto in cui pochi continuano ad accaparrarsi la maggioranza degli sguardi.
Forse però la delusione peggiore della rete è la mancata realizzazione di quella partecipazione, presa di parola per tutti, che tanti avevano annunciato come certezza.
Il Digital Divide è una realtà e sembra che tenda a stabilizzarsi. Il Digital Divide riguarda, si, la differente possibilità di accesso alla tecnologia e ai media, ma, nelle sue più avvedute formulazioni, riguarda anche la capacità di usare quelle tecnologie. Oggi il Digital Divode riguarda più il diverso uso che della rete fanno i diversi gruppi socio-culturali. La maggioranza delle persone naviga in rete attraverso pochissimi nodi, quasi sempre di grandi multinazionali, e tende a vedere nella rete un mezzo per fruire di video e musica attraverso nuovi canali, ma con metodi tradizionali e poco interattivi; o un mezzo per coltivare piccole discussioni di nicchia, spesso superficiali e simili alla chiacchiere di quartiere e al gossip. In rete quello che va è il sesso, il gossip e il pruriginoso. Solo una piccola fetta di utenti sfrutta pienamente le potenzialità rivoluzionarie della rete, e questa fetta di utenti ha specifiche caratteristiche in termini di età, condizione economica, residenza ed istruzione. La sfera pubblica mediatizzata della rete, oggi , è quasi più classista. Esclude totalmente una parte delle persone e offre maggiori potenzialità di influenza a cittadini già privilegiati, che di solito erano già attivi prima e disponevano già di influenza sociale.
La responsabilità sociale dei media
In risposta ad un mercato dei media sempre più monopolistico e fazioso nel 1947 negli USA fu istituita una commissione d’inchiesta privata che resta alla storia per aver formulato la Teoria della Responsabilità Sociale dei Media. Contro l’idea di un libero mercato delle idee completamente deregolamentato, si afferma la specificità del ruolo dei media che, vista la loro particolare influenza sociale, devono attenersi a principi deontologici e professionali e la pssibilità dello stato di intervenire per impedire la formazione di monopoli e garantire la correttezza dell’informazione.
La stampa per la commissione deve:
· Fornire un “resoconto completo, fedele ed esauriente e intelligente degli avvenimenti quotidiani in un contesto che renda possibile la loro comprensione”. Con questa affermazione si sottolinea insieme: una forte critica al sensazionalismo e alla confusione tra notizia ed opinione; e insieme il dovere della stampa di non fermarsi al mero resoconto dei fatti, ma di renderli comprensibili inserendoli in una cornice più ampia che gli doni senso.
· Fungere da “tribuna per lo scambio di opinioni e critiche” e da “veicolo dell’opinione pubblica”
· “Rappresentare la complessità della realtà sociale” e diffondere “gli obiettivi e i valori della società “. Qui si sottolinea il dovere della stampa di selezionare le notizie in modo da rappresentare tutta la realtà sociale senza discriminazione di classe, razza etnia o religione; e il suo compito di integrazione sociale che, attraverso la diffusione dei valori e di una narrazione condivisa, crea la comunità.(emblematico il caso della Rai e dell’identità anche linguistica nazionale)
Questa nuova teoria sul ruolo della stampa pone, soprattutto, l’accento sulla professionalità del giornalista e sul fatto che la libertà di stampa non può essere intesa come mera libera proprietà privata. Anticipa molti dei dibattiti più attuali: ad es. quello in corso sul se sia più giusto rivendicare il diritto dell’informazione, cioè dei media ad essere indipendenti, o all’informazione, cioè dei cittadini ad essere informati in modo adeguato. Sulla scorta di questa teoria fiorirono le TV Pubbliche Europee che si proponevano di rispondere proprio a questo diritto all’informazione del cittadino, affinché possa partecipare attivamente alla vita politica del paese.
L’avvento della rete ha posto molte sfide, anche, a questa concezione della stampa.
In primo luogo mette in questione la professionalizzazione della notizia. Le nuove opportunità di accesso al dibattito pubblico, i media non professionali, sono una possente sfida ai professionisti della notizia e al codice deontologico, che dovrebbe assicurare un informazione veritiera ed obiettiva. Le notizie sono sempre meno veritiere, nel senso di sempre meno verificate: questo sia perché un non professionista non è tenuto, e quasi mai lo fa, a verificare le fonti e ciò che scrive; sia perché la raccolta delle informazione è fatta sempre da meno soggetti professionali internazionali con una restrizione delle possibilità di verifica comparativa; sia per la tendenza in atto ad affidarsi, sempre più, al lavoro delle fonti produttrici di informazione (partiti, enti associazioni, istituzioni) senza alcuna verifica; e infine anche perché la crisi economica delle redazioni professionali ha portato a grossi tagli di personale, rendendo più difficoltosa un’accurata verifica delle soffiate ed indiscrezioni che finiscono per diventare notizie, prevedendo già la possibilità di una rettifica nella loro furbesca presentazione “fonti non confermate…”. Si diffonde così un idea di media come canali da offrire a chiunque per veicolare i propri messaggi senza alcuna verifica o intermediazione, facendo passare per fatti la ricostruzione di una delle parti in causa. Così, si arriva al nocciolo dell’annosa questione sull’obiettività della notizia. Dibattito vasto e contrastato tra fieri difensori di tale valore deontologico e chi non crede sia un obiettivo raggiungibile. Oggi si diffonde negli ambienti giornalistici più d’avanguardia una definizione di obiettività come resoconto il più completo e veritiero possibile, da più punti di vista possibili. Di certo la rete, aprendo a tutti la possibilità di lanciare notizie rischia di affossare completamente qualche minimo criterio professionale e come già avvenuto di favorire la diffusione di notizie false non controllate.
Proprio in questo sta una delle grandi possibilità del giornalismo nell’epoca delle reti e del sovraccarico informativo. Il giornalista da semplice produttore di informazione si fa mediatore culturale che seleziona e garantisce i contenuti, una riedizione del classico ruolo di gatekeeper in nuova versione. Un tempo il giornalista selezionava dalla realtà e da fonti di informazione grezza (agenzie stampa, uffici istituzionali etc) cosa era notiziabile, degno di interesse pubblico; ora svolge questo ruolo di selezione da un più ampio ventaglio di alternative in cui si restringono le fonti professionali giornalistiche (concentrazione proprietaria delle agenzie stampa), si restringe il suo accesso diretto alla realtà (sia per i tagli ai corrispondenti e ai giornalisti di strada, sia per l’allargarsi delle prospettive culturali/geografiche dovuto alla globalizzazione) e si allarga a dismisura il suo accesso a fonti di informazione di prima mano, non professionali o semiprofessionali, che anche se in genere intrattengono con le testate un rapporto simbiotico e parassitario che tende più a rubare che a fornire notizie, spesso si propongono anche come testimonianze dirette di un evento.
La diretta, l’occhio globale sono il paradigma della moderna obiettività. Non è più la verifica delle fonti a rendere una notizia veritiera e obiettiva, ma l’esserci, il riportare fonti di prima mano e più di tutto l’immagine fotografica e, ancor di più, il video. La rete spezza la sequenzialità del telegiornale, le stesse informazioni sono contenute in un solo colpo d’occhio alla home page di Google News o di un qualsiasi portale informativo. Ma favorisce la diffusione virale della cultura dell’immagine testimone in apparenza neutro, nel suo nascondere lo sguardo da cui prende forma la realtà. I video in presa diretta, professionali e non, rimbalzano impazziti nella realtà virtuale. Gli eventi si slegano dall’interpretazione immediata della voce off e restituiscono la polifonia della vita riflessa nello schermo di YouTube. I discorsi dei politici arrivano diretti, nella pienezza sensoriale del video, al cittadino riconquistando una parte del controllo perso in favore della mediazione giornalistica e la possibilità di diffusione di discorsi più ampi di un sound bite. Chiunque con pochi mezzi può produrre video notizie e mini documentari, l’altro grande vincitore della sfida della rete (In tutto il mondo i consumatori di documentari sono in aumento e si assiste dopo anni di crisi ad una ripresa delle produzioni; questo perché la rete è un canale di distribuzione adatto a prodotti specializzati con audience specifiche).
Il ruolo del giornalista resta ampio se sa porsi come specialista in grado di selezionare i contenuti più validi e di offrire paradigmi interpretativi per nulla obiettivi, ma sempre più di parte, visto che la maggiore disponibilità di accesso ai media permette la formazione di comunità di pensiero in competizione e che gli utenti spaesati dalle troppe possibilità di informazione dimostrano sempre più il desiderio di una guida che li aiuti ad orientarsi e che rispecchi il proprio punto di vista sul mondo. Ciò, ovviamente, configura, insieme ad un allargamento della quantità di informazione, rischi per la sua qualità e il forte rischio di formazione di piccole cricche chiuse in un pensiero ideologico, con punti di vista ristretti sostanzialmente selezionati da leader d’opinione e sedicenti gurù. (se ne parla meglio dopo). Ma insieme rende evidente che i giornalisti, per quanto costretti a cedere una parte del monopolio, conservano un grande potere di selezione e framing della realtà. Il loro ruolo resta quello di intermediazione culturale, nonostante le tendenze tecnologiche spingano verso una disintermediazione della realtà ed un accesso più diretto alle informazioni.
La forte critica al sensazionalismo dei media, contenuta nella teoria della responsabilità sociale, ha subito, anche essa, un profondo attacco dall’avvento della rete . Il gossip, che già aveva iniziato a contaminare tutte le forme di notizia, ha avuto un ulteriore spinte propulsiva. I Media di Massa per accaparrasi teste da vendere ai pubblicitari hanno solleticato i pudori inconfessabili degli spettatori per decenni. Questi, abbrutiti da decenni di diseducazione di massa, quando hanno avuto la possibilità di farsi essi stessi produttori di contenuti, hanno spesso scelto il genere rosa, il sensazionalismo, lo scabroso e il pruriginoso; allo stesso fine di accaparrarsi contatti, che sempre più spesso anche questi rivendono ai pubblicitari. I media di massa sensazionalistici hanno creato i blogger dediti al gossip o il pubblico interessato al pruriginoso ha spinto i media prima e i blog dopo verso il sensazionalismo? E’ un po’ il paradosso dell’uovo e della gallina. I due processi sono entrambi giusti e inseriti in una spirale di decadimento culturale che si autoalimenta. Ma proprio dalla rete arriva la sfida ai tanti tabloid. Sempre più spesso gli scoop vengono lanciati da siti non professionali spesso tenuti dagli stessi fans (fanzine). In un campo, in cui la rapidità conta tantissimo e l’accuratezza dell’informazione è storicamente scarsa, la rete ha mostrato tutte le sue dirompenti possibilità come canale di diffusione di notizie. E’, anche, uno dei campi in cui singoli professionisti sfruttando la rete sono riusciti a raggiungere un alto numero di contatti e a svincolarsi dalla dipendenza da redazioni e proprietari dei media, divenendo editori di se stessi.
Contemporaneamente, la rete ha offerto le migliori opportunità proprio a riviste specializzate e di approfondimento, che hanno trovato in essa un canale di distribuzione economico ed in grado di creare una comunità fidelizzata di lettori; permettendo un rilancio di questo tipo di pubblicazioni un tempo in profonda crisi. Le testate più attente hanno coinvolto i lettori in comunità di discussione sui temi trattati, anche in qualità di produttori di contenuti, ed hanno offerto servizi di consulenza e formazione (da cui alcune oggi ricavano la fetta maggiore di guadagni).
La rete ha favorito sia il sensazionalismo che l’approfondimento e in molti casi ha permesso a tanti non giornalisti, con competenze specifiche in un campo, di offrire approfondimenti specialistici da un punto di vista professionale, favorendo l’ingresso del mondo del lavoro e della cultura nel dibattito pubblico.
Il web è senza dubbio un veicolo privilegiato dell’opinione pubblica, ma a ben guardare si dovrebbe stare attenti a non lasciarsi andare ad apologie di democrazia diretta.
Una delle cose da tenere più fermamente in mente è che la rete favorisce il dialogo e lo scambio culturale, ma in media non la critica sociale o politica. E’ evidente che offre un qualche palcoscenico anche alla critica, ma in rete vincono i contenuti più banali e conformistici. Questo sia per lo strapotere che, anche in rete, le istituzioni dominanti mantengono quasi inalterato; sia per la scarsa alfabetizzazione mediale e le scarse capacità di critica dovute ad una scelta deliberata e di convenienza dei poteri politici (per mantenere il potere l’ignoranza del popolo è molto conveniente) e dei media (più economico e facile attirare con contenuti sensazionalistici che spiegare la realtà; e più conveniente da un punto di vista politico ed economico vista la vicinanza al potere e il pieno appartenere dell’industria culturale al capitalismo). Gli interventi critici tendono ad essere marginalizzati (se pur più presenti) nella realtà virtuale sempre più commercializzata ed asservita ai grandi interessi dominanti.
Ma, anche, come semplice mezzo di espressione dell’opinione pubblica si è rivelata un canale molto parziale. Ha dato voce ad una ristretta minoranza privilegiata e competente, offrendo ad essi un potenziale maggiore di influenza e creando una nuova forma di esclusione sociale (per il Digital Divide vedi i cenni nel post precedente) e, con un ennesimo paradosso, una maggiore possibilità di presa di parola che in realtà si traduce in una rappresentazione ancora più parziale della complessità sociale (mentre per quanto riguarda l’ultimo punto sulla diffusione dei valori sociali si rimanda ai prossimi post)
In conclusione si può dire che la teoria della responsabilità sociale dei media per quanto teoricamente ancora valida è in forte crisi per due principali fenomeni. Il primo è l’avvento della rete e di produttori diffusi di contenuti non professionali e il secondo l’etica liberista imperante sempre più diffidente verso la proprietà pubblica. Ma è anche capace di offrire profondi spunti di riflessione riguardo la natura della professione giornalistica e il suo futuro. Quest’ottica teorica mostra gli evidenti limiti di qualsiasi dichiarazione di fine del giornalismo professionale o di esaltazione della presa di parola diretta.
La giustificazione della censura e del controllo culturale
“Ogni società ha il diritto di preservare la pace e l’ordine pubblico, e quindi ha il buon diritto di proibire la diffusione di opinioni tendenzialmente pericolose” (Samuel Johnson)
Con questa affermazione lo scrittore inglese dà una definizione alta dell’approccio autoritario alla stampa e una giustificazione morale delle censura. Tali concetti sono alla base delle politiche in fatto di media di tutti i governi autoritari, sia di destra che di sinistra. (es. recente le censure cinesi sul Tibet)
Il concetto fondamentale di questa teoria, conosciuta come Teoria Sovietica, è che i media devono favorire l’integrazione sociale. Funzione per altro riconosciuta anche dalla teoria della responsabilità sociale, ma portata alle estreme conseguenze. Come sintetizza McQuail (Sociologia dei media, il Mulino) la stampa deve “contribuire alla costruzione di una coscienza comune e di un identità socialmente condivise e a una reale coesione della comunità, nel suo insieme e a livello dei gruppi che la compongono”. A questo fine, per chi condivide l’approccio autoritario, la censura di opinioni e valori in dissenso e la diffusione dei valori ed obiettivi sociali dominanti è quasi un dovere.
Nell’era delle reti globali la censura è sempre più difficile. Questo è l’effetto più promettente della rivoluzione digitale. Anche con tutti gli accorgimenti e gli investimenti fatti, la Cina non è riuscita ad esercitare del tutto la censura. Ma ci sono due spetti interessanti da sottolineare.
Il primo riguarda la censura interna, cioè impedire la circolazione all’interno di un determinato territorio. La Cina è la prova evidente che è una forma di censura ancora praticabile. Per quanto il web ha permesso ad alcuni cinesi di informarsi in modo più completo e di diventare, a loro volta, fonti di informazione; il governo riesce ancora a controllare le informazioni che riceve la stragrande maggioranza della popolazione e i forti investimenti in sicurezza degli ultimi anni sembra daranno nuovi strumenti di censura alle elite mondiali. Ciò che sembrava scontato, la fine della censura, trova nuovi mezzi per esercitarsi e nuovi più sottili metodi, come l’autocensura dovuta alla paura, la marginalizzazione o nuovi e più potenti strumenti software; ma insieme sembra sempre più difficile riuscire in un tentativo di piena censura, che allo stato attuale sarebbe possibile solo bloccando totalmente l’accesso alle reti, cosa molto improbabile anche per gli effetti economici; e che con l’arrivo di più economici e diffusi sistemi satellitari diverrà ancora più irrealizzabile.
Il secondo aspetto da sottolineare è che, anche, la diffusine di informazioni all’estero è più difficilmente controllabile. I media occidentali, per quanto esclusi dalle zone della protesta, hanno rilanciato informazioni di seconda mano ed analisi, impedendo alla Cina di mettere tutto a tacere. Ma è davvero così impossibile per un paese riuscire a controllare la propria immagine? Nessuna organizzazione, istituzione o persona, oggi, è in grado di darsi un immagine in piena autonomia senza che altri influiscono su di essa, ma al contempo, e in controtendenza, la professionalizzazione delle Pubbliche Relazioni e le moderne tecniche di marketing tendono ad aumentare il controllo sulla propria immagine, soprattutto per chi ha dalla sua l’apparato statale e grandi fondi. Nel caso della Cina impedire la diffusione delle immagini sul Tibet è stato possibile solo in modo parziale perché i media sono stati prontissimi a rilanciarle. Ma se non ci fosse stato questo interesse da parte dei media professionali occidentali? Beh probabilmente visto il grande interesse pubblico le immagini si sarebbero diffuse in rete in modo virale, finendo per costringere i media a riprenderle. Ma, in casi in cui l’interesse dell’opinione pubblica e dei media (per convenienza o poca vendibilità) è molto più basso, non è da escludersi che un paese riesca a controllare la propria immagine pubblica impedendo la diffusione su vasta scala di immagini negative, che finirebbero per esistere, ma sconosciute ai più.
Storicamente uno dei ruoli dei media è stato quello di creare un senso di comunità (di solito intesa come nazionale) favorendo la diffusione dei valori dominanti e creando una storia (la classica giornata Italiana) , una narrazione condivisa in cui inserirsi e formare la propria identità. Con la diffusione di diete mediali sempre più personalizzate, quello che si spezza è il racconto comune, mentre nuovi sistemi valoriali si creano.
La rete è il canale che più favorisce la formazione di comunità, ma al contempo le frantuma, definendo nuove identità basate su presupposti, spesso, molto diversi da quelli su cui l’identità si è solitamente formata. Oggi le comunità, che nascono, si fondano sugli interessi comuni, sul comune sentire, sui gusti, a volte su razza o etnia o religione, ma raramente usano il criterio della comune cittadinanza o quello territoriale, anzi quando sposano quest’ultimo premiano le comunità locali a scapito della più vasta identificazione nazionale. Nel web hanno vinto i giornali locali, che hanno la possibilità di aggregare comunità fortemente interessate, anche distanti dal luogo di origine. Spuntano ovunque siti professionali, e non, che si definiscono in base ad un appartenenza territoriale o, anche, etnico-culturale minoritaria. Qualcuno ha scritto che l’epoca della rete è l’epoca delle nuove tribù, del particolarismo esasperato e delle identità multiple e cangianti. Tutto questo va a scapito di quel ruolo dei media come strumento per la creazione di una coscienza e di un’identità comune e finisce per favorire il processo dell’indebolimento dello stato Nazione e delle appartenenze sociali stabili. Si deve, cmq, sottolineare che fino a quando i nodi più frequentati saranno quelli di grandi corporation nazionali il ruolo di integrazione sociale dei media sarà in parte garantito, ma la minaccia più seria a ciò viene dall’internazionalizzazione delle media company. Va sottolineato, poi, che tutto ciò è vero solo in parte perché sia la rete che le concentrazioni azionarie finiscono per favorire nuove comunità, quindi i media continuano a fungere da mezzi per l’integrazione sociale solo ad un livello più micro o macro che non corrisponde più alla comunità politica più diffusa, cioè lo Stato Nazione.
In conclusione la teoria autoritaria della Stampa non è stata sconfitta dalla rete come molti vorrebbero. La censura e l’indottrinamento valoriale sono ancora diffusissimi e possibili; e fino a che punto lo saranno in futuro dipenderà molto dall’evoluzione dei sistemi di controllo e dall’evoluzione della società e della politica.
Sfera pubblica e New Media
La prima formulazione del concetto di sfera pubblica si deve ad Habermas, da allora spopola in ogni libro sui media e nei discorsi pubblici dei non esperti.
La sfera pubblica è semplicemente lo spazio metaforico in cui i cittadini discutono sugli argomenti di interesse pubblico, anche al fine di esercitare un controllo attivo sull’ operato del governo. Sin dall’inizo (anche se Habermas si riferiva della sfera pubblica borghese dei caffè del XVIII secolo) il ruolo dei media è stato di fondamentale importanza; sia come stimolo e socializzazione della conversazione, sia come segnalazione dei temi più importanti, sia come fornitori di argomentazioni e punti di vista. Proprio per questo Hebermas è scettico sulla democrazia moderna. “… i media tendono a manipolare il loro pubblico piuttosto che aiutarlo nella formazione di un’opinione razionale…”
I media costituiscono la principale fonte di informazione per i cittadini e con l’avanzare della mediatizzazione della società si è iniziato a parlare di Sfera Pubblica Mediatizzata o, con l’ingresso dei nuovi media interattivi, di Sfera Pubblica Dialogica. Proprio chi ha abbracciato questa teoria del ruolo dei media ha, spesso, visto nella rete l’occasione di rinascita di forme più avanzate di democrazia; grazie alla più libera e cosciente partecipazione dei cittadini e allo sfaldarsi del falso dialogo unidirezionale dei Media Tradizionali, sostituito dal polifonismo della società civile che riacquista facoltà di parola.
Molti hanno invece criticato gli apologeti della rete per svariate ragioni, tacciandoli di ottimismo. (le principali)
La critica più forte riguarda il fatto che un dialogo non è mai paritario, ma intriso del potere sociale, dello status e delle capacità culturali dei diversi partecipanti. In rete si riproducono gli squilibri di potere della società e le elite mantengono nel dialogo virtuale il potere fondamentale di definire la realtà. Ovviamente si creano anche opportunità di definizioni oppositive, ma vale anche in questo caso il discorso del Digital Divide (qui) e della difficoltà ad ottenere contatti.
C’è poi da considerare che, anche se molti possono prendere la parola, tutti formano le loro opinioni cmq in base ad informazioni ed opinioni (frame) provenienti dai media professionali. (la quantità di realtà che esperiamo direttamente è sempre più ridotta, osserviamo il mondo quasi solo attraverso la finestra dei media)
Ancor più, c’è da considerare il differente potere dei media (e delle elite) rispetto ai comuni cittadini di influire sulla scelta dei temi all’ordine del giorno (per cenni approssimativi sulla teoria dell’Agenda setting). L’agenda discussa nella sfera pubblica ricalca quasi in pieno quella dei media (di solito in confronto competizione con quella dei politici), mentre per i comuni cittadini risulta difficile, anche in rete, imporre un tema e per di più, di solito, confermando il rapporto parassitario che ci intrattengono, i siti non professionali tendono a strutturarsi secondo la stessa agenda proposta dai media professionali. Quindi, a limite, la rete aumenta le opportunità di discussione per tutti, ma i temi in discussione sono ancora fortemente decisi dalle solite minoranze e dai media mainstream. Molti invece credono che la possibilità di diffusione virale della rete abbatta questo meccanismo e portano esempi eclatanti di temi nati dal basso che alla fine sono riusciti ad entrare in agenda. Sembra poco probabile che una modalità di diffusione, che raggiunge la grande massa dei cittadini solo in rarissimi casi, possa davvero sbilanciare questo rapporto di potere almeno nell’immediato (sono fortemente scettico anche sul più lungo periodo).
E, forse, c’è da considerare che, come afferma la Teoria della Spirale del Silenzio, le persone tendono ad esprimere più facilmente le opinioni personali che sembrano maggioritarie nella società e deducono il clima di opinione principalmente dalla presentazione che i media fanno dell’opinione pubblica. Questo significa che in rete si troveranno molti più interventi di persone che condividono gli atteggiamenti dominanti che di persone fortemente critiche.
La rete ha anche un forte impatto sul controllo che l’opinione pubblica e i media possono avere sul governo. Da una parte l’amministrazione deve stare molto più attenta ai suoi utenti, che sono tutti potenziali creatori di scandali; quindi il cittadino può direttamente controllare l’efficacia dell’azione di governo e dell’amministrazione. Dall’altra i media professionali più che a controllare il governo, spinti anche dalla crisi delle redazioni, rinunciano al tradizionale ruolo di cani da guardia del potere (watchdog) e sposano più che altro la filosofia del “bad news, is good news” alimentando il cinismo e rinunciando ad un reale controllo dell’operato del potere, molto più impegnativo. Inoltre, affidandosi sempre più a fonti partitiche e di parte, come fossero fonti obiettive, si fanno strumento di propaganda, anche involontaria, del potere e di certo non di suo controllo (alcuni parlano di stretta fratellanza tra giornalisti e politici). Tutto questo precipita a cascata sul dibattito pubblico che assume i contorni dell’antipolitica e del cinismo, in cui, anche, i produttori indipendenti, spesso, scadono; finendo per passare dal controllo allo sfogo vuoto e cinico o alla pura difesa cieca di interessi di nicchia. Anche in considerazione del fatto che la precarizzazione della professione giornalistica e i licenziamenti rendono rarissimi i casi di inchieste approfondite e specializzate sull’amministrazione, che difficilmente possono essere sostituite dal generoso impegno di tanti professionisti che mettono la loro esperienza a disposizione degli altri in rete sia dall’interno delle istituzioni che da posizione lavorative che offrono uno sguardo privilegiato sullo stato (uno dei fenomeni più interessanti della rete che offre approfondimenti da punti di vista interni e specializzati)
Sommando tutti i limiti della sfera pubblica mediatizzata, si può certamente affermare che il differente potenziale di influenza nel dibattito pubblico resta sostanzialmente invariato, si assiste semplicemente ad un lieve spostamento verso classi sociali non appartenenti direttamente alle elite, ma cmq già privilegiate e inserite nel dibattito pubblico.
Colpisce il risultato di una ricerca Americana che, qualche anno fa, ha indagato sull’uso che i giovani dei ghetti facevano delle postazioni pubbliche di accesso alla rete. La maggioranza ne faceva un occasione ulteriore di chiacchiera con amici e simili o di raccolta di informazione su temi già di suo interesse come la musica o anche il quartiere da cui non erano mai usciti. A queste condizioni, oggi, sembra del tutto ideologico voler vedere nel web una grande occasione di partecipazione e democratizzazione. (e non abbiamo ancora toccato il presupposto implicito, alla base di quasi tutte le teorie trattate, del cittadino informato che tratteremo più avanti)
Rete e news
Macro-effetti della rete sulle notizie
Spazio/tempo:
Le dimensioni spazio temporali delle notizie sono state completamente stravolte dall’avvento della rete.
Lo spazio si è allargato all’improvviso. La maggiore facilità di trasmissione favorisce il diffondersi di notizie a livello globale, proprio mentre la rete stessa contribuisce a creare maggiori connessioni spaziali ed insieme a destabilizzare la concezione geografia di vicino e distante meramente spaziale. Vicino molto spesso è ciò che è simile, ciò che interessa indipendentemente dalla sua posizione fisica. L’America è più vicina della Turchia. Questo processo è precedente alle reti digitali, ma esse lo amplificano e lo portano alle estreme conseguenze. Oggi una persona può vivere sapendo tutto di ciò che succede in Cina e nulla del proprio quartiere
Ma al contempo lo spazio si è ristretto. In rete le poche testate professionali che producono guadagni sono quelle locali, che possono sfruttare le reti sia per raggiungere pubblici interessati ma distanti dalla località di cui si parla (es. migranti), sia per offrire contenuti più specifici in modo economicamente sostenibile e che favorisce la creazione di un senso di comunità che è alla base di ciò che il marketing definisce fidelizzazione del cliente. (Per fidelizzazione si intende riuscire a rendere stabile il rapporto tra azienda e cliente, proprio per ottenere ciò le aziende adottano approcci più attenti alla qualità, alla partecipazione attiva del consumatore e all’assistenza pre e post vendita.)
In pratica la notizia in rete diventa più glocal e il lettore è in grado di vivere virtualmente dove vuole, anche in un mondo che lui stesso crea fatto di piccoli frammenti di informazione in una sorta di collage post-moderno. Questo offre certamente possibilità informative che vanno incontro maggiormente agli interessi delle persone, ma insieme spezza il filo di un discorso pubblico e disconnette le identità da uno specifico ancoraggio territoriale o al contrario le incastra in localismi risorgenti. Ancora una volta la rete offre possibilità liberatorie e nuovi drammi. Nella dissoluzione di una minima narrazione condivisa, le basi stesse su cui le persone riflettono divengono fortemente differenti e il particolarismo esplode. L’idea di un identità nazionale o di una storia nazionale, il classico racconto della giornata dei TG svaniscono lasciando il posto ad un nomadismo in apparenza senza confini, ma segnato da fratture linguistiche, culturali ed economiche. (per il Digital Divide cenni qui). Insieme si formano nuove comunità con concetti spaziali dirompenti per l’attuale organizzazione politica. Che si tratti di comunità locali o totalmente virtuali, il principio di appartenenza ad esse è quanto minimo in contrasto con quello su cui gli stati oggi si basano.
Ma l’effetto più profondo delle reti digitali sulle notizie da un punto di vista spaziale è la possibilità per chiunque (abbia gli strumenti) di trasmettere flussi dati da qualsiasi luogo. Ci sono due aspetti principali che derivano da ciò. Il primo è mostrato in tutta la sua potenza dai video dei telefonini che diventano notizie riprese dai TG o dalla giornalista che trasmette in diretta con il telefono satellitare i bombardamenti di Bagdad. Ovunque l’occhio elettronico è virtualmente presente e nulla che accade può più sfuggire. E si arriva alla seconda conseguenza. I media da sempre tendono a restringere la sfera privata, lontana dagli occhi del pubblico. La rete rendendo tutti produttori di informazione estremizza questo processo.
Goffman insegna che la vita è un po’ come il teatro con un palcoscenico e un dietro le quinte. Il telone è caduto e il dietro le quinte oggi è la materia principale che sul palcoscenico globale rimbalza. Il processo borghese di esaltazione della vita privata, in una sorta di paradosso proprio mentre la privacy svanisce, trova un immane propagatore nella visibilità mondiale di mille vite private vendute in pubblico. Il privato scaccia il pubblico dal palcoscenico. E la dimensione pubblica, comunitaria della vita si privatizza sempre più. Mentre l’uomo non è mai più solo, perennemente interconnesso.
Il tempo è da sempre la dimensione fondamentale dell’informazione. Le news sono per definizione qualcosa di nuovo (anche se per nuovo spesso si intende qualcosa di insolito, non visto). La rete restringe e dilata il tempo delle notizie.
La competizione per lo scoop, per essere i primi a dare una notizia è sempre più serrata. La notizia in rete diventa subito obsoleta. La notizia in rete rincorre il tempo. La rincorsa continua svilisce la notizia, la rende spesso vuota. Il giornalismo rinuncia a quel ruolo di contestualizzazione del fatto nella realtà sociale, di inquadramento culturale. O meglio, cerca sempre, e anche forse con maggiore intensità, di fornire schemi mentali, frame interpretativi, in cui inquadrare e comprendere l’avvenimento, ma lo fa in modo superficiale e poco profondo. Questo è vero, però, solo per alcuni tipi di notizie e siti. La rete oltre che restringere il tempo contemporaneamente lo dilata, perché nessuna notizia prima della rete era fruibile per così tanto tempo. Gli archivi fioriscono. Le notizie restano lì nei server a disposizione, la loro vita si allunga e su questa possibilità nascono iniziative giornalistiche che mirano ad offrire contenuti più approfonditi e durevoli nel tempo, avvicinando ancor più il giornalismo ad una sorta di storia del presente.
Il tempo si de-massifica. Nella società industriale il tempo era socialmente organizzato per favorire i tempi dell’industria sia nel corso della giornata che nell’arco dell’anno. Oggi gli orari, le ferie, i periodi di veglia e di sonno sono molto più diversificati. La rete offre notizie 24 ore su 24 senza interruzione e rispettando i tempi di fruizione individuale, la TV a determinati orari giornalieri e il giornale addirittura una sola volta al giorno. La rete incontra il nuovo tempo personale e la notizia è costretta a divenire un fluire ininterrotto, ma in questo fluire ancora una volta va perso qualcosa e guadagnato altro.
L’uomo è finalmente libero a qualsiasi ora del giorno e della notte di farsi un idea di ciò che lo circonda, ma perde (ancora una volta) quel comune accordo su ciò che accade, che i media di massa offrivano ad un popolo. Il popolo, che sempre si fondò su una memoria condivisa, svanisce nelle volatili comunità di rete e non sembra aver trovato la forza di farsi virtuale, per essere reale.
CONTINUA PROSSIMAMENTE


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