L’ astuzia. Obama e il Medioriente.

Il viaggio in Medioriente di Barack Obama, sta scatenando discussioni infinite sui media, che coprono l’evento come di solito si fa solo per un viaggio importante di un Presidente Americano già in carica. La conferenza stampa del senatore, dopo il viaggio in Afghanistan ed Iraq, è stata trasmessa in diretta su molte reti all – news. Al contrario l’avversario repubblicano, McCain, ha trovato ad accoglierlo all’aeroporto del New Hampshire soltanto un paio di giornalisti. Il candidato rep. Ha negli ultimi giorni, per di più, accumulato un sacco di gaffee. L’ultima proprio sull’Iraq, affermando che il confine del paese con il Pakistan non è ancora sicuro. Peccato che è il confine Afghano/Pakistano ad essere teatro di scontri giornalieri. McCain, che puntava molto da mesi sull’inesperienza in politica estera di Obama, si ritrova sui giornali sempre più frequenti allusioni alla sua veneranda età e agli effetti che potrebbe avere su una sua eventuale presidenza e con una credibilità ridotta proprio nel tema suo cavallo di battaglia; mentre numerose analisi dimostrano che già nel secondo tema scottante, l’economia, è in forte svantaggio. I sondaggi generali lo consolano un minimo visto che la forbice che lo separa dal senatore di Chicago non è enorme (qui i sondaggi recenti), ma insieme continuano a darlo per sconfitto, in un momento in cui Obama è cmq costretto a pagare qualche punto per diversa ragioni.

La ragione principale di una qualche minima battuta di arresto del candidato democratico sta probabilmente nella fine della sfida infinita per la nomination. Questo a influito a più livelli. Sostenitori della Clinton delusi. sovraesposizione mediatica: che ora genera qualche riflusso, ma insieme gli ha offerto per mesi il centro della scena. Dinamiche di partito non ancora del tutto chiarite con l’annosa questione di un possibile collocamento della Clinton nel futuro governo. E non ultimo le sempre crescenti preoccupazioni per la sua sicurezza, che ora che è il candidato ufficiale, spingono alcuni americani a dichiarare insieme di essere suoi sostenitori, ma che non andranno a votarlo per salvargli la vita.

L’altro punto dolente per Obama è la politica estera che da sua arma vincente rischiava di tramutarsi nella sua sconfitta per il cambiamento di situazione e dinamiche interne alla politica americana. Obama ha risposto con questo viaggio, che ha diverse ragioni.

Probabilmente ha pesato molto sulla scelta del senatore nero la noia della politica estiva. Senza questa trovata l’attenzione sulla sua campagna non sarebbe stata altrettanto forte, così ha monopolizzato i media e si è presentato nei modi di fare e di rispondere durante la conferenza stampa come uno che le elezioni le ha già vinte, ma senza dare impressioni sgradevoli di presunzione.

Altra ragione forte del viaggio è cercare di conquistare il voto ebraico che in America pesa molto e tradizionalmente non è molto vicino agli afro-americani. Israele è la questione fondamentale per ottennerlo e su questo tema il senatore non appare troppo credibile, nonostante le sue sempre più pressanti dichiarazioni di amicizia alla causa israeliana. Obama all’inizio aveva volutamente evitato dichiarazioni troppo nette, nelle ultime settimane al contrario ha concesso molto di quello che velatamente gli si chiedeva. Ora la sua posizione iniziale maggiormente equilibrata è scivolata lentamente sulle classiche posizioni americane sull’alleato strategico. Cosa, a mio avviso, inutile, perché non sembra aver avuto l’effetto desiderato, e dannosa per l’immagine e la sostanza della sua futura politica estera. La situazione Palestinese non è la chiave di volta per risolvere i problemi mediorientali, ma è certamente un tassello di quella soluzione senza cui non si arriva da nessuna parte. Gli USA devono necessariamente cambiare strategia sulla questione. Obama in questo si mostra timido, ma d’altra parte è difficile essere eletti senza concedere un minimo ad una lobby così potente. Il fallimento alla fine quindi è doppio per la concessione errata e infruttuosa (ad oggi).

Il vero nocciolo della questione resta, però, il dispiegamento delle forze americane nel Medioriente. Obama, da sempre contrario alla guerra in Iraq, si è fatto notare annunciando il ritiro delle truppe. Attualmente una buona parte del popolo Americano è sostanzialmente convinto che il Gen. Patraeus sia riuscito a stabilizzare la situazione e che quindi ritirarsi ora sarebbe buttare all’aria il lavoro fatto e le vite dei marines caduti. La situazione in Iraq è certamente migliorata un po’, anche per la scelta di al qaeda di puntare tutto su Afghanistan e Pakistan. Fino a che punto migliorata è difficile dirlo visto che le informazioni sono scarse e quasi tutte di fonte americana. Obama quindi sembrava trovarsi in una difficile situazione, ma è riuscito a cavarsela egregiamente e tenendo la sua linea. Ha prima risposto che in caso di elezione avrebbe valutato la situazione con gli addetti ai lavori, principio minimo di buon governo, e poi dopo contatti con i vertici militari, ha ribadito la sua linea rinforzata proprio da dati provenienti dal terreno. Molti dei punti stabiliti per un possibile ritiro delle truppe sono almeno sulla carta raggiunti e così ha potuto annunciare il ritiro entro 16 mesi. E contemporaneamente ribadire che il vero fronte è sulla frontiera afghana dove lui intende rafforzare il contingente.

Questo ha provocato le ire e le accuse di tradimento di molti analisti internazionali di sinistra. Personalmente trovo assurdi gli argomenti portati. Il ritiro l’ha ribadito, poi lo farà o no questo nessuno può saperlo, e francamente credo che è pura ideologia pensare che sia materialmente fattibile e utile un ritiro molto più veloce.

Altri hanno fatto notare che infondo si tratterebbe di una mossa furba che sposta le truppe da un occupazione all’altra. Beh da persona contraria sin dal primo giorno, quando tutti si strappavano i capelli per le torri, alla guerra Afghana; mi chiedo: Quali sono le alternative realisticamente possibili?

1) Continuare come si sta facendo ora. Cioè una farsa di governo, violenza diffusa, comandi delle truppe divisi, ipocrisia di nazioni che sono in guerra e non combatto, continua destabilizzazione del Pakistan che è il vero Grande Malato, terrorismo, nessuna minima soluzione in vista, etc.

2) Ritirarsi e lasciare il paese ai vari signori della guerra. Che oltre le ovvie conseguenze probabilmente avrebbe l’effetto di peggiorare la situazione in Pakistan, visto che i gruppi Islamisti sarebbero infinitamente rafforzati dalla vittoria e già da tempo, in alcune frange in crescita, hanno chiamato alla guerra santa contro il governo Pakistano. Questo mentre nel grande vicino Indiano sono prossime elezioni che potrebbero riportare al potere il partito fondamentalista Indù. Una situazione da possibile guerra atomica (già più volte i due paesi ci sono andati vicino e in momenti in cui al governo c’erano da entrambi i lati persone maggiormente moderate).

3) Aumentare le truppe e provare a vincere. Come?

Beh su questo Obama è stato più vago. Ma viste le sue dichiarazioni sull’Iran e il Medioriente in generale potrebbe adottare una strategia di contrasto duro e mirato e trattative con una parte dei ribelli. Questo scandalizza molti da una parte e dall’altra. Per alcuni trattare è una parolaccia. Peccato che tutti gli analisti dicono che è una necessita e peccato che dimentichino che la situazione è molto più complessa . Prendiamo i Pashtun dell’area a cavallo della frontiera tra i due paesi. Sicuramente una parte di loro combatte per convinzione ideologica simile a quella dei Talebani, ma per molti altri i motivi sono ben altri.

Dai tempi di Alessandro Magno questa popolazione ha sempre combattuto gli eserciti stranieri invasori e nessuno stato, neanche l’Inghilterra che ci scese a patti, è mai riuscito a controllare davvero quell’area che solo nominalmente fu divisa con una linea tra afghani sta e pakistan che non hanno mai controllato effettivamente il territorio.

Il loro forte senso dell’onore e dell’ ospitalità li obbliga a proteggere gli ospiti, esattamente come si sono presentati i vertici di Al Qaeda in fuga.

Ci sono continui scontri tra i vari gruppi, che si dividono principalmente sul portare o no la guerra sul suolo pakistano. Ultimamente, però, si verificano sempre più spesso scontri anche per la ribellione dei Pashtun alla rigida morale che i fondamentalisti cercano di imporre. Storicamente al contrario i clan Pashtun sono dediti al commercio e al contrabbando e hanno uno stile di vita tutt’altro che morigerato.

Sembra evidente che trattando si possa ottenere qualche risultato.

Per altri Obama sta mostrando il suo vero volto da guerrafondaio americano. Beh in Iraq se la situazione restasse questa il ritiro in 16 mesi mi sembra l’opzione più realista e anche fosse fattibile e utile un ritiro in un anno, 6 mesi mi sembrano una concessione politica fattibilissima se porta voti.

Per l’ Afghanistan ritengo semplicemente improponibile ad oggi un vuoto di potere in un area così strategica. La soluzione forse sarebbe una missione veramente internazionale e ONU. Ma è realistico? Boh personalmente alla missione internazionale non ci credo, quindi penso che l’unica possibilità sia un accordo con l’Iran e una soluzione in Palestina, attacchi mirati e diplomazia in Afghanista, il Pakistan è un dilemma attaccare Al Qaeda lì scatenerebbe l’universo islamista, vincere in Afghanistan senza farlo è forse impossibile. LA scappatoia è forse coinvolgere Cina, Russia e i paesi Mediorientali in un azione di stabilizzazione del Pakistan (anche se referenti affidabili sul terreno scarseggiano). Utopia? Forse ma molto più realista sia di chi pensa di poter semplicemente scordarsene sia di chi pensa di andare avanti a suon di mini-atomiche. Alla fine questa risulta l’opzione più realistica. Ovviamente Obama ha tradito e io sono di destra e guerrafondaio per molti a cui piacciono le belle parole astratte.

Ciò in cui Obama delude me è molto diverso. Palestina dove non cambia rotta con decisione e non ottiene cmq niente. E più di tutto un eccessiva focalizzazione della sua politica estera sul Medioriente, quando si impone una riconsiderazione molto più globale della politica USA soprattutto riguardo CINA, RUSSIA, INDIA ed EUROPA.

Obama dichiara come suoi principali obiettivi di politica estera:

1) concludere la guerra nell’Iraq;

2) vittoria contro al-Qaeda ed i Talibani;

3) Stati Uniti non più dipendenti dall’estero per il petrolio;

4) armi ed materiale nucleari non nelle mani dei terroristi o degli Stati canaglia,

5) moigliori rapporti con gli alleati degli Stati Uniti.

Ciò che delude è l’impostazione di fondo che continua a parlare di Stati canaglia e la totale assenza di riferimenti alle questioni dei due giganti in crescita, dello storico avversario Russo in ripresa, e dell’Incomprensibile Europa. Il succinto ultimo punto non basta a riallacciare rapporti pesantemente deteriorati e puntare tutto sul Medioriente, anche fosse solo a parole, continua in una visione miope della realtà globale.

Dal punto di vista della comunicazione politica, al contrario, Obama ha colpito ancora. Un astuto figlio di puttana capace di sognare. Esattamente ciò che serve all’america.

Pantere Nere ed Obama

Mondo

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