Appunti sparsi per una Sinistra Nomade e Rivoluzionaria
L’essenza ultima dell’essere di sinistra può essere ridotta al voler sperimentare continuamente forme innovative di convivenza che rendano più felice e libero l’uomo. Il dogma, di per se, non può che essere conservatore.
Una sinistra che tutto ciò che fa è difendere i diritti acquisiti e tenersi stretto il feticcio culturale antico non è altro che un partito conservatore e moralista con un idea assoluta di giusto e sbagliato, del tutto simile a quella cattolica.
La politica di una sinistra rivoluzionaria non può che oscillare tra la follia e la realtà. Tra l’ utopia e il realismo machiavellico. La sinistra è follia sperimentale che trasforma il mondo accettandolo e insieme combattendolo. La sinistra è un paradosso e solo accettando il rischio di perdersi e tradirsi può sognare senza essere vacua.
La verità è una costruzione sociale, un accordo sociale su ciò che è giusto. La verità è un armata pretesa totalitaria.
Rivoluzione è rottura, frattura con ogni verità e sperimentazione concreta dei sogni dell’uomo. Rivoluzione è un attimo di rabbia insensata che inventa un nuovo modo di percepire e sentire, non una nuova realtà, non una nuova verità. Il primo passo di mille altri.
Marx scrisse:
“La storia di tutta la società, svoltasi fin qui, è la storia delle lotte delle classi. Liberi e schiavi, petrizii e plebei, baroni e servi della gleba, maestri capi delle arti ed artigiani addetti alla compagnia, in una parola, oppressi ed oppressori…” (Marx-Engels “Manifesto del Partito Comunista”)
Oggi molti criticano ciò come una visione semplificatoria di una società molto più complessa allora ed ancor più oggi. Certamente le classi sociali sono invenzioni, stereotipi, e certamente nella società attuale sembrano sparite. Come è altrettanto vero che tra patrizi e plebei ci fu alleanza, almeno quanto guerra. Molti altri fattori, soprattutto identitari, entrano in gioco nella storia e nelle scelte di campo degli attori sociali. Lo stesso concetto di classe stabilità in base alla proprietà è del tutto fuorviante e se proprio volessimo rincorrerlo, forse, le classi, oggi, dovrebbero essere rintracciate nelle attività di consumo e non di produzione.
Ma non ne vedo necessità.
La frase di Marx è errata perché troppo ottimista. Al di sopra del “comune capitalista”, al di sopra del “comune barone” c’è sempre stata e sempre ci sarà una ristrettissima elite che sempre più si configura come un vero governo ombra mondiale, che, anche quando finge di scontrarsi, tutto ciò che fa è accrescere il proprio potere. Potere non banale profitto. E il potere non ha forma è proprietà di un qualcosa di fisico o astratta conoscenza, ma più di tutto è relazione. Potere relazionale, potere di decidere, potere ogni cosa.
Potere di fare che dovrebbe rendere liberi. Ma la realtà del dominio imprigiona anche chi lo attua. Schiavi del proprio stesso potere e della paura di perderlo. L’individualismo possessivo al suo ultimo atto, la costruzione dell’IO in base a ciò che possiedi, mostra il suo limite intrinseco, la sua fragilità e falsa liberazione.
La schiavitù è un virus, la schiavitù è tristezza che si propaga.
Oggi siamo tutti tristi, perché siamo tutti schiavi delle nostre paure.
La storia della società è un caotico fluire di emozioni ed aggregazioni temporanee e mutevoli.
La storia della società non è un missile sparto verso il progresso, se questo termine ha senso.
La storia della società è ciò che il caso e l’uomo fanno di essa.
La storia della società dall’inizio dei tempi ad oggi ha creato e consolidato una frattura profonda tra chi domina e può e chi ha fame. Fame nel senso di fame fisica e reale e nel senso più complesso di deprivazione relativa, mancanza di un qualcosa, mancanza di potere, mancanza di libertà.
Mille altre fratture solcano la carne sociale, ma una spicca su tutte come umana costante. Padroni e schiavi.
Che l’uomo veda o no le sue catene, la storia insegna che nel mondo sempre esiste chi quelle catene le porta e chi le forgia, restandone a sua volta inconsapevolmente prigioniero.
La rivoluzione è rottura delle catene tutte, una per una e tutte quelle che ancora dovranno nascere.
CONTINUA
Questo post è stato pubblicato il Aprile 22, 2008 alle 9:12 pm ed è archiviato in Sinistra Nomade e Rivoluzionaria, comunicazione, cultura, politica e società con i tag Anarchia, anarchy, Appunti sparsi per una Sinistra Nomade e Rivoluzionaria, Avanguardia, bugia, classe sociale, comunicazione, conservatorismo, cultura, demistificazione, dogma, feticcio, frammenti, frattura, frattura sociale, guerriglia semiologica, libertà, Marx, media, Nuova Sinistra, pensieri sparsi, politica, rabbia, rabbia sociale, Rifondazione Comunista, rivoluzione, rottura, schiavi, schiavitù, semplificazione, sinistra, sinistra antagonista, sinistra arcobaleno, società, stereotipi, storia, uomo, verità. Puoi seguire i commenti a questo post con il feed RSS 2.0. Puoi lasciare una risposta, o mandare un trackback dal tuo sito.










Aprile 22, 2008 a 9:25 pm
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Aprile 23, 2008 a 11:56 pm
Ciap,
interessante questo articolo che hai scritto. Molto lirico. Su questo punto:
“Verità Assente
La verità è una costruzione sociale, un accordo sociale su ciò che è giusto. La verità è un armata pretesa totalitaria.
Rivoluzione è rottura, frattura con ogni verità e sperimentazione concreta dei sogni dell’uomo. Rivoluzione è un attimo di rabbia insensata che inventa un nuovo modo di percepire e sentire, non una nuova realtà, non una nuova verità. Il primo passo di mille altri.”
Non sono d’accordo. Tu intendi la verità come un concetto astratto, una ipostatizzazione. Non esiste la Verità, ma la verità di qualcosa. Una verità politica, una verità artistica, una verità sociale ecc. ecc. L’universale nel particolare. Dalla tua posizione si ricava invece un’abolizione anche dell’universale. Ma se abolisci anche l’universale abolisci l’ìdea e quindi la possibilità stessa del cambiamento.
Ps. Perchè dici che sono ottimista riguardo al post “filosofia e libri” ?
Ciao e buona giornata
Aprile 24, 2008 a 1:06 pm
Ottimista sulle potenzialità dei sistemi a rete, non eccessivamente si vede che non li intendi come la panacea di tutti mali, ma cmq io le vedo ancora più limitate, non in se, nell’attuale società.
beh hai pienamente ragione io non credo nell’idea come universale. ogni idea è un idea particolare che nasce in specifiche condizioni sociali. Non riesco a parlare di verità politica o sociale; a limite sforzandomi riesco a trovare nel particolare un “universale” temporaneo e cangiante che più che ad un concetto chiaramente definito somiglia ad un immaggine aperta e totalemente polisemica. Poi è vero così rischi il nichilismo e forse un pò lo sono, infondo l’idea è un astrazione semplificatoria che tradisce di per se la complessità del “reale”. Forse la mia concezione di verità è diciamo… una recita in cui ti sforzi di cradere per non fa cadere la maschera, per far proseguire la storia, per avere una narrazione che ti orienti. Infondo anche ora sto proclamando una “verità”, ma una verità mia che appare molto più netta di come è in me.
buona giornata anche a te
P.S: non so se mi sono speghiato bene spero di si
Aprile 24, 2008 a 3:16 pm
Facciamo un esempio. Riprendendo l’idea di oppressi-opressori di Marx, come già evidenziato da lui, è una lotta che attraversa tutta la storia occidentale e non. Allora il concetto opressi-opressori è l’universale (ma lo stesso si potrebbe dire di uomo-donna, giovani-adulti ecc.), mentre patrizi contro plebei o borghesi contro proletari sono l’universale nel particolare. Tu dici che la verità è una costruzione sociale e come tale va combattuta. Allora se io arrivo ad abolire (per ipotesi) lo scontro opressi-opressori e creo un ordine sociale senza stratificazione, tu combatteresti per abbattere questa verità. Per te verità e potere sono un tutt’uno. Ma siccome tu sei anarchico, potresti dirmi che il fine è l’uomo e la sua liberazione (come infatti dici). Si, ma per liberare l’uomo devo capire che è schiavo e in che cosa consiste la libertà. Lo schiavo è il particolare la libertà è l’unversale. Ma non un’universale astratto, ma libertà come processo di emancipazione storica, che procede attraverso momenti di rottura, ovvero l’EVENTO (quelle particolari condizioni storiche che creano una presa d’atto). Ma una presa d’atto è impossibile senza un’idea, cioè l’universale. La resistenza ci ha messo vent’anni per capire che si doveva combattere il fascismo. E nel frattempo il concetto opressi-opressori esisteva. Serviva la rottura-verità della guerra mondiale. La verità era la guerra che fondò un nuovo ordine. L’11 settembre è il processo-verità che ha fondato un nuovo ordine ancora. E mentre prima eri fascista o antifascista ora sei terrorista od antiterrorista.
Un pò macchinoso, ma spero si capisca.
ciao
Aprile 24, 2008 a 3:26 pm
Semplificando, per te (per come ho capito) la verità coincide con il potere ed è sempre da combattere, per me è una scelta da compiere al momento dell’evento che crea una nuova verità (e quindi accettarla o meno come tale).
Forse cosi è meglio
ciao di nuovo
Aprile 24, 2008 a 3:51 pm
“Si, ma per liberare l’uomo devo capire che è schiavo e in che cosa consiste la libertà. Lo schiavo è il particolare la libertà è l’unversale. Ma non un’universale astratto, ma libertà come processo di emancipazione storica…”
vero ma il punto è che non esiste uno schiavo o una libertà, cosa significa essere schiavo o libertà è una definizione personale e sociale. La libertà come processo di emancipazione storica presuppone un concetto di cosa è libertà e per me ciò non definibile se non in termini astrattissimi e vaghissimi in cui ognuno cmq finirebbe per metterci più che altro la sua verità personale; quando diventa verità pubblica si è semplicemente trovato un accordo sociale che sia con la spada o con il voto o in ogni altro modo
“Ma una presa d’atto è impossibile senza un’idea, cioè l’universale…”
beh questo è un tema difficile. Tranne quando parliamo di eventi assolutamente dirompenti sono d’accordo, ma l’universale di cui parli per me è… io decido che A è un universale e lo tratto come tale sapendo che non lo è e sperando di trovare presto B. diciamo che salvo le idee come una finzione necessaria, ma senza pretesa di “verità vera”.
“Allora se io arrivo ad abolire (per ipotesi) lo scontro opressi-opressori e creo un ordine sociale senza stratificazione, tu combatteresti per abbattere questa verità…”
l’accetterei temporaneamente, poi la rifiuterei perchè penserei che resta una verità parziale e ne possono esistere nuove da sperimentare ed inventare.
sempre semplificando anche per me è una scelta da compiere al momento dell’evento che crea una nuova verità, ma una scelta nel senso che accetti di recitare un ruolo senza crederci pienamente, un ruolo che è vero (tuo) nel contesto di quella specifica fiction narrativa che nasce dall’evento. Con questo non voglio dire che non è reale, ma è cmq una maschera socialmente costruita ed indossata.
Non devo combattere per forza la verità, perchè anche se si basa cmq in un qualche senso sul potere, posso accettarlo temporaneamente, definitivamente no sono anarchico. Accetto la verita storica del momento come una maschera progressiva ed in evoluzione in cui non posso credere pienamente ma mi serve, come una necessità di funzionamento diciamo.
Quindi si all’estremo combatto qualsiasi verità, semplicemente ne tollero e uso una temporanea… o più o meno così è un pò macchinoso di per se
ciao