Marketing politico: il marchio Partito Democratico
Nella comunicazione politica moderna ha assunto un ruolo fondamentale il marketing, nato in ambiente commerciale, ma oggi alla conquista di molti aspetti della comunicazione e dell’organizzazione sociale in generale.
La fase più importante di un’operazione di marketing è il posizionamento del prodotto, o meglio del marchio. Cioè attribuire, associare il marchio a delle caratteristiche (qualità) uniche e stabili, che lo rendano speciale e desiderabile.
Il marchio è essenzialmente un simbolo di differenza e distinzione per cui il cliente pagherà molto di più per un prodotto identico nella sua fisicità, ma diverso a livello emotivo – simbolico grazie ad un marchio con caratteristiche uniche, che si trasferiscono per associazione al prodotto stesso.
Si crea un orizzonte simbolico entro cui quel marchio vive. (es. Marlboro si muove nel mondo fantastico dell’avventura bucolica)
Il marketing ha invaso le campagne politiche in tutto il mondo.
Senza pretese di scientificità o esaustività, proviamo ad analizzare con l’occhio svagato e distratto dello spettatore odierno l’inizio della campagna elettorale Italiana dal punto di vista del posizionamento del marchio “Partito Democratico”.
La prima impressione, che si riceve, è una corsa spasmodica di tutte le formazioni politiche per occupare la posizione centrale dello schieramento. (discorso a parte per Sinistra Arcobaleno, la Destra e altre formazioni a loro vicine)
Questa corsa vede l’UDC saldamente in testa per fattori storici.
Il PDL è intento a non farsi scacciare per poter, come al solito, presentarsi come “moderati”; ma ammiccare alla destra. Strategia molto efficace, in passato, perché molti Italiani sono nel cuore molto più a destra di quanto ammettono.
Il Partito Democratico, con una svolta decisa, ha puntato tutto, proprio, sul centro.
Questo, però, ha significato abbandonare una posizione simbolica cmq vantaggiosa, quale era quella dei DS. I DS erano posizionati sicuramente al centro, ma con un alone di sinistra che riusciva ad attirare i voti anche di persone di sinistra “estrema”, scontente dei partiti a loro più vicini (e che oggi avrebbero potuto scegliere il cosiddetto voto utile)
Per di più, vista la polarizzazione delle appartenenze politiche, difficilmente riuscirà a scrollarsi, del tutto, quell’alone di dosso.
Gli analisti, ovunque nel mondo, sostengono che si vince al centro, ma affermano, altrettanto chiaramente, che si deve possedere e comunicare una chiara identità.
Il Pd rischia di ritrovarsi a combattere con avversari meglio posizionati nell’area desiderata e di presentarsi con un’identità confusa. (l’incubo di ogni esperto di marketing, i manuali consigliano in una simile situazione di ripartire dall’inizio)
La seconda cosa, che risalta, è un netto cambiamento delle modalità con cui il PD e il suo leader comunicano con gli elettori. (ogni aspetto di un prodotto influisce sul suo posizionamento)
Tradizionalmente la differenza tra Forza Italia e il centro-sinistra, da questo punto di vista, è stata:
Il Berlusca amava ed ama i raduni oceanici e i discorsi altisonanti, fatti da palchi che in ogni dettaglio sottolineano la statura e la solitudine del leader carismatico di fronte ad un pubblico indistinto.
Il centro-sinistra si affidava ad un discorso più corale, fatto di diverse voci, spesso poco chiare e tendenti al burocratico. Alle folle oceaniche, in genere, preferiva la tavola rotonda nei palazzetti dello sport, per poi sfruttare la massa nei momenti focali della campagna.
Oggi il PD sceglie discorsi pacati, semplici, molto improntati sul personale del leader, che spunta ovunque anche nei programmi politici con piccole allusioni; e, soprattutto, piccoli gruppi di spettatori presenti nel luogo della manifestazione e immense masse catodiche raggiunte indirettamente.
La scelta è anche efficace, ma alla fine sfrutta un populismo di rimando che sulla lunga aumenta il distacco con il pubblico che ora non può più, neanche, essere presente fisicamente. Questo in una formazione che tradizionalmente ha basato la sua forza sulla militanza diffusa e si propone come strumento di partecipazione popolare. In pratica i modi di comunicare contraddicono in parte ciò che si dice, cioè altra confusione e altri incubi per gli esperti.
Chiudiamo con un ultimo punto che ovviamente influisce tantissimo sul posizionamento simbolico dei vari partiti, ovvero i valori e le issues, i temi della campagna, che caratterizzano le varie formazioni.
(Mi riferirò solo ai valori e temi che più improntano e marchiano i vari partiti, quelli che l’osservatore distratto percepisce, comunque in qualche modo, facendo un collage di vari pezzettini di informazione e immagini)
L’UDC ha difeso con i denti la sua posizione centrista, moderata e il suo essere cristiano; erede di una tradizione politica che ha dato forma all’Italia repubblicana e che resta, nell’animo profondo di molti, legata ad una stagione di sicurezza e benessere. Un marchio chiaro ed incisivo.
Il PDL gioca sul suo storico marchio (forte, ma un po’ appannato), di moderati, con il cuore tendente ad un anima profonda di destra bonaria. Rivalorizza il tema forte della libertà, intesa come non interferenza di uno Stato vissuto, sempre più, come nemico da tantissimi Italiani. E cerca di conservare con qualche difficoltà una connotazione di imprenditorialità, self made man, ascesa sociale, rottura con il vecchio e cambiamento. Per ora gioca un po’ meno sul classico tema di difensori dal comunismo, causa lo smarcamento del PD.
Il Partito Democratico, come detto, ha un’identità ancora confusa.
Si presenta come il nuovo, la forza del cambiamento. Ha, dalla sua, le scelte coraggiose fatte, che hanno rivoluzionato il sistema partitico; ma sconta l’essere stato al governo nella scorsa legislatura. In più nelle candidature ha giocato in modo ambiguo, trasmettendo la sensazione di un cambiamento, al massimo, parziale. Quindi, per quanto il tentativo è in parte riuscito, non sembra una conquista stabile.
Oltre a questo il Pd ha davvero poco.
Si presenta come riformista, ma troppi lo vedono come centrista.
Contemporaneamente il centro è conteso e molti non associano il Pd a quest’area.
Cerca di differenziarsi dal PDL come radicalmente differente, ma si ha la sensazione di programmi quasi uguali; e i linguaggi usati sono similissimi, se non nei toni e nelle idiosincrasie personali dei leader.
Rispetto all’UDC avrebbe da giocare la carta della laicità per creare una differenza reale, ma non sceglie tra laicità e cattolicesimo, producendo una confusione assoluta e respingendo così sia molti laici che molti cattolici.
Sostanzialmente il marchio Pd oggi è connotato quasi esclusivamente da un alone di cambiamento e pur contestato.
In conclusione il PD non ha un posizionamento chiaro, non ha un’identità distintiva, unica e ben definita, a cui l’elettore associ precisi valori, temi e reazioni emotive.
Ogni processo di cambiamento comporta dei rischi, ma si nota una mancanza di chiara strategia nella comunicazione politica del PD. Si ha quasi l’impressione di dilettantismo.
Ogni esperto di marketing sa che per un posizionamento efficace servono pochi temi/valori forti (in grado di colpire l’attenzione e provocare reazioni emotive) chiaramente espressi. E’, per molti, addirittura più importante avere un’identità precisa, chiaramente definita, che il contenuto dell’identità stessa. (questo per me è troppo)
Il marchio Pd è sostanzialmente vuoto e indistinto. Da solo il cambiamento, non basta a riempirlo.
Ciò che serve sono uno o due temi – valori che lo caratterizzino fortemente, creando una chiara differenza con gli avversari.
Aggiungo che il PD non mi sembra aver considerato attentamente le conseguenze delle sue scelte attuali sul futuro del marchio PD.
A mio avviso, in un’ottica di lungo periodo, un posizionamento leggermente più a sinistra avrebbe chiaramente distinto il Partito Democratico, creando un patrimonio di differenza stabile, spendibile sul mercato elettorale.
Come rimarcare una laicità moderata, avrebbe creato differenza sia da UDC e company, sia dalla sinistra che molti, per me a torto, ritengono anticlericale. (chi sa forse si poteva anche sfruttare la cosa per presentarsi come i veri moderati tra “neo-con” e “comunisti”)
In ogni caso il cambiamento, non mi sembra, un valore stabile su cui il PD può fare affidamento per un posizionamento di lungo periodo. Primo gli Italiani normalmente tendono all’apatia e al conservatorismo diffuso. Secondo difficilmente il PD potrà sostenere a lungo di essere forza di cambiamento, visto che le promesse elettorali non preannunciano nessun gran cambiamento, ma parziale adeguamento alle altre realtà europee su un numero limitato di questioni (considerando anche le bufale che si sparano in campagna!). Terzo il Berlusca non rinuncerà facilmente a presentarsi come il nuovo di rottura, quindi non sarà una posizione conquistabile una volta per tutte. Quarto anche nella migliore delle ipotesi il marchio PD propone un cambiamento vuoto e scopiazzato in malo modo, al momento dai non chiari contenuti. (non mi si risponda che c’è il programma perché è talmente vago da poter significare tutto e cmq non sono tantissimi a leggerlo).
Il marchio oggi è il capitale principale di un’organizzazione, ciò che la rende diversa, vincente. (è ovvio che il marchio da solo non può tutto, ma se si guarda alla Nike, una delle maggiori multinazionali mondiali che non possiede altro che il marchio, neanche una fabbrica, si capisce il valore del marchio nella società postmoderna)
Il marchio PD è confuso e non ben definito; e anche se è in una fase di ridefinizione interessante, non sembra che i vertici del partito abbiano capito l’importanza di un posizionamento duraturo per ambire a quel ruolo maggioritario di cui tanto si parla.
Se la campagna si dimostra efficace per vincere le elezioni, questo non significa automaticamente che sia efficace, anche sul lungo periodo, per creare un’identità forte Democratica.
C’è una certa miopia nel sottovalutare quest’aspetto.
Un’organizzazione segue il destino del proprio marchio e ad oggi il destino del PD è come avvolto dalle nebbie della confusione. A mio avviso, questo dipende dal fatto che, per comunicare qualcosa in modo efficace, si deve avere qualcosa da dire e una chiara posizione (ciò spiega la gravità della non scelta del PD sulla laicità ad esempio, cosa che, tra l’altro, comunica incapacità di decisione mentre si corre per una carica di cui il succo è proprio compiere scelte). Non si costruisce, inoltre, un progetto duraturo se si pensa solo in termini di convenienza del momento. C’è il rischio che una rimonta costi il deperimento simbolico del marchio PD.
E, in definitiva, non si può comunicare un’identità definita se non si ha un’identità.
Partito Democratico, campagna online, media e comunicazione politica










Marzo 6, 2008 a 2:07 pm
[...] Marketing politico: il marchio Partito Democratico [...]
Marzo 6, 2008 a 3:47 pm
Marketing politico: il marchio Partito Democratico « Frammenti nomadi
In conclusione il PD non ha un posizionamento chiaro, non ha un’identità distintiva, unica e ben definita, a cui l’elettore associ precisi valori, temi e reazioni emotive.
Ogni processo di cambiamento comporta dei rischi, ma si nota una mancanza …
Marzo 6, 2008 a 5:40 pm
Leggere questo post mentre sto scrivendo il paragrafo della mia tesi sul posizionameno di un nuovo prodotto mi ha fatto un pò strano, ma sono d’accordissimo con te, nulla da aggiungere.
Marzo 6, 2008 a 5:42 pm
beh il Pd è un nuovo prodotto capisco perché ti fa strano ciao
Marzo 6, 2008 a 10:30 pm
Il Pd rischia di ritrovarsi a combattere con avversari meglio posizionati nell’area desiderata e di presentarsi con un’identità confusa.
Questa frase riassume secondo me l’intera situazione. Comunque complimenti, esauriente come sempre.
Marzo 7, 2008 a 12:02 pm
ora iniziano pure con gli scioperi della fame. Se si rifiutano di fare scelte politiche chiare per forza non hanno una chiara identità.
ciao
Marzo 7, 2008 a 1:04 pm
[...] quel partito socialdemocratico che già mancava ai tempi di Craxi”. Esperto di marketing Frammenti Nomadi si occupa del marchio del Pd, mentre 90Meteo mette a confronto i programmi dei due maggiori partiti [...]
Marzo 7, 2008 a 5:25 pm
Ricopio un commento sul cannocchiale al post e la mia risposta.
commento di eucondrio inviato il 7 marzo 2008
Con tutto il rispetto, in modo sommesso, ma veramente credi che il problema del PD sia una questione di marchio? Ma le convinzioni relativamente ad un tema, ad un problema che sono? Questioni di parvenza o questioni di scelta che informano la propria esistenza? Se devo decidere ad esempio su un problema come i diritti per le coppie non eterosessuali ma questo non investe la sfera più intima delle mie credenze, non è connesso agli aspetti più profondi della vita ed in particolare all’aspetto della convivenza sociale, dei suoi principi e criteri? Dall’altra parte si pone il tema del populismo ed il ruolo del leader. Uno degli esiti della trasformazione della società in ordine all’avanzamento della nuova tecnologia elettronica è proprio il populismo (che non ha etichettatura di destra o di sinistra, tanto per tirare fuori alcune categorie obsolete del linguaggio politico). Gli osservatori più attenti della realtà statunitense lo hanno detto in tutte le salse.
Carlo Lavalle
Marzo 7, 2008 a 5:26 pm
Risposta in due tempi.
I Temi sono per loro stessa sostanza, oggi, in parte scelte concrete in parte immagine, traccia mediale. Se vuoi vincere devi saper comunicare le tue scelte, poi ci si augura che dietro l’immagine ci sia altro, ma resta che se vuoi governare devi prender i voti e quelli li prendi molto più per come la gente ti percepisce che per come sei. triste ma è così
Tanto più che ho chiuso scrivendo che se non hai un identità non puoi comunicarla
Marzo 7, 2008 a 5:26 pm
Per quanto riguarda il populismo e il leaderismo. Sono fenomeni sociali con una storia molto lunga che hanno trovato l’apice del loro successo nella cultura dei Mass Media e in particolare della TV, perché le caratteristiche intrinseche del mezzo e l’uso che si è scelto di farne hanno esaltato il singolo “eroe”.
I media hanno ognuno una propria grammatica, ma i loro effetti sono solo in parte intrinsechi e in gran parte dipendenti da l’uso che la società decide di farne.
La rete ha tradito le troppo roboanti promesse dei suoi inizi, proprio perché si erano prese in considerazione, parlando dei suoi effetti, solo le sue regole intrinseche mentre la società con i suoi interessi e i suoi squilibri ha teso a replicarsi in essa forzandone un pò le regole collaborative e verticali. (vedi i portali delle grandi Tv che sempre più cannibbalizzano contati)
Per di più non si è tenuto conto che il cavo non arriva in ogni casa e che non tutti hanno le capacità culturali e la curiosità intellettuale di sfruttare al massimo tutte le possibilità interattive offerte.
Così in rete c’è chi non entra, chi entra per visionare contenuti “classici” casomai dai grandi portali (cosa per niente partecipativa ed interattiva) e chi ne sfrutta tutte le possibilità, possedendone le capacità.
Oggi offre semplicemente a persone più istruite o ricche e particolarmente attive occasioni di ancor maggiore partecipazione ed influenza, rendendo ancor più grande lo squilibrio con i poveri di conoscenza.
Detto questo non credo che favorisca il populismo e il leaderismo più di tanto, visto che resta più aperta degli altri mezzi.
Viene quasi investita da venti che provengono da altrove, società e Tv, e finisce per fornire, a volte, ulteriore visibilità a simili fenomeni.
ciao.
Marzo 7, 2008 a 11:59 pm
Non ho capito il commento. Cosa significa “se potessero rubartela, lo farebbero subito”?
Ciao
Marzo 8, 2008 a 2:10 pm
Mi sono espresso male, scusa. Intendevo che se Ford fosse vivo, dopo aver letto il tuo post, lo candidavano sicuro rubandoti l’idea
Marzo 8, 2008 a 7:48 pm
Ricopio un commento sul cannocchiale al post e la mia risposta:
commento di NuovaMente inviato il 8 marzo 2008
Bologna, 6 marzo 2008, sala Re Enzo. Sembra di essere al concerto di un gruppo rock, c’è la stessa attesa tesa. La gente scandisce “yes we can” ma sommessamente, come se sentisse lo stimolo ma se ne vergognasse un poco. Manca poco che qualcuno si metta ad urlare “Fuori! Fuori!”.
Manca poco all’inizio del comizio di Walter, da sotto il palco parte una massiccia distribuzione di bandiere del pd e poi italiane, a pioggia. Poi partono i manifesti cartonati, passano di mano in mano in pacchetti sempre più sottili e dopo pochi minuti sembra di essere a una convention del Partito democratico si, ma di quello americano.
Poi arriva lui, e sorride. Ma sorride sul serio, e parla di cose vere senza concedere niente alla gestualità del leader, o alle sottigliezze del retore o all’incitamento della folla. Dice le sue cose e poi se ne va.
Mi lascia in palmo di naso. Ci metterò parecchio tempo per elaborare questa scena, e non sono di primo pelo.
Questo per dire, scusate la lunghezza, per spacciare una specie di morale; in una società in cui il concetto di spessore viene utilizzato per misurare i fermaporte o le mazzette vedere un politico con questo spessore mi fa sentire un poco meglio.
E sentire parlare di marketing applicato alla politica mi fa rabbrividire. Quando voterò un politico nello stesso modo in cui scelgo se acquistare un lavandino o un bidé allora saprò che forse è venuto il momento di suicidarmi.
nM
Marzo 8, 2008 a 7:48 pm
I tempo
x NuovaMente a me o a te può piacere qualsiasi cosa, ma oggi la situazione è questa e anche volendo cambiarla devi tenerne conto.
Per di più la politica è da sempre sostanza e simbolo, rituale. Anche tutte le rivoluzioni che ci sono state hanno usato fortemente i simboli, un es. per tanti la rivoluzione francese che addiritura creò “divinità” laiche.
Tutti i politici esistiti e che esisteranno, per buone o cattive intenzioni, in democrazia o anche in dittatura, cercheranno il consenso del popolo o almeno la sua acquiescenza al potere.
Questo significa che la comunicazione è alla base della politica, insieme alle idee. Tanto più che per esserci democrazia deve esserci comunicazione.
Ovviamente il marketing non porta a una comunicazione piena e di solito è un modo per inculcare stimoli nella mente dello spettatore, ma se invece di usurlo per fottere la gente lo usi per comunicare in modo semplice diretto il tuo messaggio non ci vedo niente di male e anche ci fosse, oggi se vuoi far politica sei costretto a ragionare in questi termini. In più niente nega, anzi tutt’altro, una comunicazione più di sostanza.
Marzo 8, 2008 a 7:49 pm
II tempo
secondo la manifestazione di cui parli è un rituale in piena regola.
X Lucas il rituale è “un’attività regolata di natura simbolica che concentra l’attenzione dei suoi partecipanti su oggetti cognitivi ed affettivi che essi ritengono particolarmente significativi”
Questo significa che se si scelgono attentamente quegli oggetti (cioè quello che nel post definivo avere un identità) e li si comunica efficacemete, anche il rituale è più efficace.
E che anche quello è un atto di comunicazione che può trarre vantagio dal Marketing se sotto c’è sostanza.
In più simili manifestazione di solito sono scarsamente indicative del clima di opinione del paese visto che di solito ci vanno attivisti o cmq simpatizzanti del partito in questione.
ciao
Aprile 10, 2008 a 5:56 pm
INTERVISTA CON NANDO DALLA CHIESA.
Dialogo sopra le diversità culturali.
di LAURA TUSSI
1. Come colloca la Sua storia di formazione, le esperienze culturali ed educative, rispetto al personale impegno sociale e politico?
Tutta l’ esperienza di vita è formativa. Quello che si è fatto, realizzato e interiorizzato durante l’infanzia e l’adolescenza diventa elemento ed evento che influisce in seguito sul modo in cui ci si comporta e ci si atteggia nell’impegno sociale, formativo e civile rispetto alle modalità con cui si considera la cultura.
Non riuscirei a togliere nulla della mia vita per capire e comprendere quali siano le scelte personali in un certo momento e pensare come impegnarmi su un tema o sull’altro, in un aspetto o nell’altro e perché compio una certa decisione.
Davvero possiamo considerare i ricordi, dai gesti e dalle parole compiute dalle persone care, dal ricordo dei genitori, dei libri letti, dagli insegnanti, all’esperienza universitaria, al periodo del sessantotto, appena mi affacciavo all’età adulta, alla vicenda di mio padre. Penso che tutta la vita mi ha forgiato e fomentato anche aggressivamente e spinto ad assumere determinati impegni in campo civile, politico e culturale.
2. Come può il centro sinistra far fronte alle nuove ed incombenti sfide dettate da una società e da un mondo sempre più globalizzanti, segnati da diversità multiculturali e dalla coesistenza di variegate culture e differenti modi di essere e di pensare?
Lo spirito di apertura, di interscambio e di confronto vicendevoli portano a considerare gli interlocutori, le culture altre, le biografie collettive di minoranze come dati di vita e di diversità intraculturali che devono essere interpretate con sapere e approfondite rispetto al futuro e al passato con esperienza e consapevolezza appunto.
Occorre essere responsabili e consapevoli che il futuro non è solo la somma di molteplici tradizioni e biografie, ma soprattutto una sintesi di valori che sembrano divisi e divergenti, ma si elaboreranno come uniti nelle rispettive diversità tramite la costruzione e la raccolta ed elaborazione di biografie e autobiografie intelligenti.
E’necessaria molta serietà perché non è un lavoro facile, perché ogni cambiamento incide sulle condizioni dell’esistenza, della vita di ciascuno, rispetto alle aspettative, sulle paure di chi è più debole, fattori che vanno considerati in questo momento processuale di costruzione del nuovo.
Questa è la fase più difficile per la sinistra perché si apre un innovativo percorso e si sviluppa un processo di evoluzione, di apertura, di confronto e condivisione, perché nessun cambiamento lascia le situazioni nuove uguali alle precedenti, con gli svantaggi delle condizioni che generano pregiudizio.
Le ondate migratorie sono così improvvise e repentine e incidono e coincidono anche con l’invecchiamento della popolazione portando paura, diffidenza e indisponibilità all’incontro, nel confronto con le diversità, attuabile invece attraverso un lavoro e un impegno concreti nel rimuovere le cause dei pregiudizi, attraverso l’informazione culturale, chiamando ogni persona alle proprie responsabilità civili.
3. Le ultime guerre in medio oriente fanno intravedere diverse tipologie di dittatura. Quali ne sono le caratteristiche e le negatività più salienti?
Le dittature vanno dai grandi emirati, ai potentati fondati sul potere delle dinastie, dalla Siria, ai leader libanesi e con forme di ingerenza terroristica. Tutto il mondo è impegnato nella ricerca della democrazia che è un valore da consolidare e da esportare.
Strategie internazionali sono necessarie e auspicabili, ma difficili da sviluppare, anche perché le questioni legate alle minoranze si scontrano con la real politic e le ragioni della diplomazia.
Occorre che ci siano entità sovranazionali capaci di riconoscere certi diritti e tutelare e salvaguardare nelle forme consentite dalla diplomazia le minoranze oppresse. I partiti possono avere ruoli diversi con iniziative incisive, creando movimenti di opinione anche per mezzo della stampa. Sussiste comunque un problema soprattutto culturale. L’idea di boicottare il salone del libro di Torino solo perché dedicato ad Israele è sintomo di intolleranza. A volte si mettono in circolo atteggiamenti razzisti e discriminatori. Occorre molta responsabilità.
4. La Shoah ha precipitato l’umanità verso un abietto declino. Cosa occorre attualmente per esorcizzare ogni spettro di genocidio, stillicidio, di conflitto armato e di negazione di ogni tipologia di diversità all’interno della società? Esistono strategie politiche certe e determinate da parte dei partiti progressisti per far fronte a queste terribili evenienze?
Sono motivato e spinto dalla mia vicenda personale a leggere i libri che riguardano l’accettazione sociale della violenza, la nascita del nazifascismo e la tragedia dell’Olocausto. Questi eventi sono realmente avvenuti dopo le convenzioni internazionali sui diritti dell’uomo e sulla tutela dei prigionieri di guerra. Non credo comunque che l’uomo abbia imparato dalla Storia. Occorre molta responsabilità da parte degli Stati, dei partiti, dell’opinione pubblica con l’intervento degli intellettuali, con cittadini responsabili che devono conoscere il teatro degli eventi storici.
Laura Tussi
Aprile 10, 2008 a 6:18 pm
x laura tussi
il tuo intervento è interessante, ma mi spieghi che centra? non mi sembra carino, cmq se ci tieni te lo lascio
Aprile 26, 2008 a 2:45 pm
[...] di una scomnfitta di rutelli sul PD che a suo avviso non ha alcuna identità(anche a mio avviso). Il Pd cerca di imitare la Democrazia cristiana ma non può. Molto [...]