Le buste blu. (Lilac Wine)
L’autostrada ferrata sfila dagli oblò.
Le mille voci mi invadono.
Gli odori mi trascinano.
Parti scomposte di corpi mi circondano.
I volti baluginano tra le crepe.
Vago naufrago.
Parole incravattate, sorrisi ministeriali, snobismi borghesi mi bruciano dentro.
Gelo il sorriso in una domanda inattesa.
Mi squadrano.
Buckley sputa l’ anima.
“I lost myself on a cool damp night…” [1]
Lo sguardo segue le labbra tese nella negazione di qualcosa di se stessi che non si può accettare.
Violente parole mi investono travestite da ragionamenti logici.
Gli immancabili zingari sbucano come immancabile esempio di alterità premoderne e barbariche da cui guardarsi.
Zingari… erranti… incastrati da stereotipi opposti.
Criminali sfaticati dediti ad ogni bassezza.
Cavalieri erranti di gioia, baluardo di libertà atavica dalle costrizioni umane.
Finzioni narrative per nascondere l’altro nella sua interezza, nel suo essere storico.
Immagine atemporale, di qualcosa di incomprensibile al borghese puritano,
intento nella sua ascesa mondana verso Dio, verso la luce, la certezza la verità.
Il dubbio deve essere scacciato,
il corpo sofferente di un popolo cancellato,
in un’immagine colpevole o di immaginifica felicità.
La fame nascosta dietro il crimine ingiustificato frutto di bassezza morale e rifiuto del salvifico lavoro.
Sfaticati!
Terribile accusa.
Peccato mortale,
dissolutorio dell’ordine capitalistico del dovere e del piacere sempre rimandato, falsamente soddisfatto per meglio essere asservito.
“Ora et labora” [2]
Ricetta perfetta di asservimento eterno.
Nati siamo per spaccarci la schiena senza riceverne niente e genufletterci al castrante Dio cristiano?
Peccatori per ciò che siamo?
Puniti, castrati efebi inanimati, formichine laboriose, voraci pattumiere. Perfetti.
Servitori perfetti del capitale e del suo Dio mondano.
Imbelli asini che girano in tondo,
tristi e sconfitti.
Fredde macchine sorelle di sventura ci incatenarono,
luccicanti consol infiammano i nostri sogni… incatenati restiamo fermi senza saltare.
Catene…
catene nell’ anima “pia” …
catene nell’anima “narcisista”…
catene di antica religione armate…
catene di moderne religioni zombi, per sperduti tra villaggi virtuali e glocalizzazioni confliggenti.
Simboli incatenanti,
simboli per distinguersi e sentirsi rassicurati,
simboli frustranti e simboli liberatori.
Battaglie simboliche.
Eliminare ogni immagine stonante,
ogni dissonanza,
ogni vagito di differenza,
ogni alterità che metta in dubbio il sempre più fragile castello illusorio.
“Demonizzare l’altro per scacciare il dubbio e acquisire consenso”
Grido unico di orde di intellettuali in difesa dell’occidente,
di politici inamovibili,
e di preti castrati a parole.
Asessuati pedofili,
dimostrazione palese del ritorno del rimosso,
di razionalità interessata che sfocia nell’irrazionale negato,
dei mille veli opachi che nascondono ciò che dietro la scena nel buio dei camerini avviene.
La corte del re sole va in scena sempre identica a se stessa,
un parrucchino in più o in meno,
il diritto degli uomini o il diritto divino,
la pietas nobiliare e la crociata cristiana o la zakat [3] e il jihād [4] islamico,
recita simbolica,
rituale di potere.
“…gli zingari li abbiamo accolti, il comune dietro torpignattara gli ha messo l’acqua, la corrente… tutto e quelli spacciano e rubano…”
I Romani convivono con i rom da tempo immemore ma da quando la malavita cittadina è finita sotto il potere degli zingari qualcosa è cambiato.
Dai campi provvisori e sbaraccati, agli autosaloni di lusso.
Ascesa sociale malavitosa, da ladruncoli di portafogli a re della capitale.
L’espropriazione del territorio alla criminalità locale? E’ questo il motivo di tanta rabbia?
Boh!
Odiati proprio per questo?
Per il loro successo, inspiegabile per chi li vuole imbecille manovalanza, sfaticati senza speranza, residuo arcaico morente.
“Scarface” romanizzati e invidiati.
Borghesia mafiosa in ascesa imprenditoriale.
Criminalità che cambia.
Mafia che diviene liquida, scivolosa. [5]
Si infiltra come acqua nera nella pietra di bianca luce e rettitudine per spaccarla dal didentro, senza fatica.
Gli “zingari” di Cosenza sono da tempo accettati dalla ‘ndrangheta calabrese.
Le cosche se ne fottono.
Che tu sia bianco, nero, giallo o viola se sei buono per gli affari allora sei un uomo d’onore.
Nel loro essere spietate sono più sincere e meritocratiche.
Gli zingarelli trafficano bene in droga,
hanno le palle per assaltare i furgoni,
cooptati.
Zingari e ‘ndrangheta due residui arcaici per i borghesi progressisti.
Due realtà dinamiche che sposando la reticolarità globalizzata alle reti familiari invadono il planisfero,
portatrici di valori altri e dirompenti,
ipermoderni nella loro apparente fissità.
Sbuffo all’incravattato ultime parole che cadranno nel vuoto,
mentre le porte sbattono e lui svanisce tra i cavalli che saltano giù frettolosi e iperimpegnati.
La ministeriale rossiccia tenta di rispondermi.
L’azzittisco brusco.
Dietro la maschera tirata a lucido, le crepe di una vita triste.
Ricordi di rivoluzioni culturali fallite trasformate nel loro contrario.
Odio in lei il fallimento del 68, il rovesciarsi su se stessi.
I pensieri si fanno cupi,
la mente è stanca,
stacco.
“…It makes me see what I want to see…” [6]
Fisso la stradina dove vivevo.
La casa misteriosa delle urla continue.
Tozzo e maschilista,
Moglie castrata e sottomessa.
Amante pacchiana e sboccata.
Figlia strana, gli occhi oltre, come se questa vita non fosse.
Prigioniera se non per buttare la spazzatura,
frenetica di evadere anche per un attimo.
Porte, finestre e cancelli sempre sbarrati.
Giardino incolto, mura che lentamente cadono.
Fuliggine inquinata ingrigisce le pareti.
Misteriose urla.
Indifferenza.
Nel bar-garage del quartiere lui è rispettato. “un po’ strano però…”
Quasi che quei vecchietti rimpiangano un tempo altro dove tutto era più semplice e la donna era cosa propria.
Perché così tante lo accettano? La sindrome del prigioniero? Le catene culturali? Il masochismo?
Incomprensibile
Un pensiero mi colpisce.
Non è che l’occidente odia gli islamici perché sono tutto quello che eravamo e vorremmo infondo essere?
Chiare risposte, domini e classi evidenti e non nascosti, sicurezze antiche in cui chiudersi e rifugiarsi.
Vago.
Seguo i contorni dei palazzi svanire in lontananza.
Seguo le linee dei corpi che si scontrano ammassati alla lamiera del convoglio.
Dei volti mi assalgono.
L’Indiano della pizza all’angolo.
La maestrina della settimana scorsa.
Un turista Inglese… l’ospizio delle suore, forse.
Un professionista che ondula al ritmo di chi sa cosa canticchiando in inglese perfetto.
Una rumena collassata contro il vetro.
Il cinese col volto felice e affaticato che litiga con le buste.
I due nigeriani che si conservano sempre il posto e parlano fitto fitto.
Lei corre a tutta forza appena si spalancano le porte sulla banchina di Termini.
Aprendosi la strada con mani possenti che conoscono fatica.
Lo aspetta.
Lui sale sotto l’arco dell’antica porta con la ventiquattrore e la faccia stressata,
poi sorride le sfiora le labbra e non smettono di parlare per un attimo.
Distolgo a fatica lo sguardo curioso e affamato di ciò che non comprende.
“…Lilac wine is sweet and heady, like my love
Lilac wine, I feel unsteady, like my love…” [7]
Appare improvviso,
Un lembo di suadente carne.
“…Was hypnotized by a strange delight
Under a lilac tree…” [8]
Fuoco e ghiaccio fusi insieme,
Desiderio improvviso,
Fascinazione oscura,
Aneliti di vita.
Eros irrompe improvviso.
Mi sfugge,
si nasconde inconsapevole dietro un corpo massa che non distinguo.
Sulle retini folgorate resta un alone, un’essenza fugace e fantasmatica.
Piccoli scoppi sul tetto,
gocce pesanti cascano violente e inattese.
Fisso il cielo che s’incupisce,
due ragazzini corrono già fradici,
gli ombrelli spuntano dal nulla nelle mani delle previdenti formichine pessimiste
e i grilli saltellano maledicendo il giorno che non son nate formiche.
Poi però sorridono,
rallentano, e si godono la pioggia che scivola sui loro corpi,
per un attimo dimentichi di ogni cosa,
godono della naturale bellezza dell’ inatteso.
Vagabondo istinto.
Inattese folgorazioni.
Rapaci apparizioni tra le masse informi di carne e metallo.
[2] “prega e lavora” motto dei Benedettini
[3] donazione, una tassa religiosa dell’islam
[4] letteralmente sforzo a secondo della scuola di interpretazione si dà più importanza allo sforzo interiore di comprensione del corano e di riflessione o alla partecipazione alla guerra santa tradizionalmente intesa più come guerra difensiva, oggi concetto in evoluzione aggressiva
[5] Relazione annuale della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare. “‘Ndrangheta” Relatore On. Francesco Forgione
[6] Vedi 1
[7] Vedi 1
[8] Vedi 1
Technorati:
Le-buste-blu,
frammenti,
diario,
simboli,
razzismo,
zingari,
68,
cultura,
società,
media,
religione,
politica,
Roma,
corpi,
metropoli,
multiculturale,
non-luogo,
globalizzazione,
mafia











Febbraio 28, 2008 a 11:08 pm
Ho messo il segno, domani riparto di lì
Febbraio 28, 2008 a 11:32 pm
beh in effetti mi sono allungato un pò. ciao