Il petroliere
Il petroliere è l’ultimo film di Paul Thomas Anderson, regista di Magnolia (se non l’avete visto muovetevi), che ci regala due ore e qualcosa intensissime e molto coinvolgenti visivamente.
I paesaggi diventano metafora emotiva e sociale, i corpi parlano di storie di vita, un contorno sfocato riempe lo schermo di indicibili sensazioni. Quasi una poesia scritta con piccoli frammenti di immagini.
Daniel Day-Lewi incanta come sempre sa fare l’attore inglese, entrando fino in fondo nel personaggio e donandogli una carica espressiva fisica, carnale, sofferente e umana. Travolgente e provocatorio.
I personaggi secondari sono tutti ben recitati (forse un minimo di esasperazione di troppo per il giovane prete), ben costruiti con poche rapide pennellate e di grande spessore. Finiscono per diventare complessa metafora sia di fenomeni sociali sia a volte di duelli interiori del protagonista.
Il film parla di un minatore, che cercando l’oro trova il petrolio, nell’America di fine ottocento inzio novecento.
Partendo da questa prima fortuita scoperta diventa un “cercatore di petrolio” e se ne va in giro per l’America, con il figlio piccolo come “socio”, a convincere i contadini a vendergli la terra, dove scopre giacimenti, e a trivellare sempre più su grande scala. Riuscendo a costruire l’agoniata mega villa.
Ma il film è tuttaltro che l’esaltazione di una vita vincente, piuttosto l’esatto contrario: la lenta discesa all’inferno di un uomo come infettato dall’oro nero, che deperisce lentamente negli affetti (colpiti dalla sventura), nel corpo e nel cuore. Sempre più richiuso nella sua brama. Solo e asociale.
Il lento inbrutimento morale di Daniel è a sua volta metafora della discesa infernale che il petrolio dona prima alle persone più direttamente coinvolte e poi all’intera società, che sembra scivolare lentamente, anche nel paesagio, verso la stessa asocialità e disperazione insoddisfatta.
Parla anche del legame tra petrolieri e sette ultra-religiose e dell’ inganno di molti predicatori, che sfruttando teatralmente la credulità delle persone semplici scalano la rampa sociale facendo da mediatore di consenso per i capitalisti.
Mostra da un punto di vista originale, diverso da quelli in voga, il legame oscuro tra oro nero e USA, ma ancor di più parla degli effetti del capitalismo più sfrenato sulla natura antropologica stessa dell’uomo.
Per di più nonostante la lunghezza della pellicola, è scorrevolissimo e coinvolgente.
Varrebbe la pena vederlo solo per le immagini stupende.
Da non perdere.
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Marzo 7, 2008 a 2:39 pm
[...] guerra di Charlie Wilson, come storia perché a livello cinematografico è molto più scarso, e con Il petroliere, che è il vero dubbio [...]