Le buste blu. (Teschi inorganici)

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La luce si riaccende, passata la soglia.

Scintille. Cavi che si sfiorano.

Lo sguardo vaga dall’oblò.

 

I mattoni sgretolati e ammuffiti delle mura. Scenario della corsa folle verso la tana.

I mammiferi dopo la dura giornata di caccia si accoccolano al caldo tepore del moderno focolare catodico.

Orde in transito.

Lava che cola irregolare e strozzata verso l’inevitabile GRA.

 

Vago sui bordi irregolari dei mattoni.

Su verso il brunire della sera e la prima luna piena, che timida balugina.

Scia rossa della ferrovia che romba sull’arco delle mura.

La seguo sparire.

Sbatto folgorato contro il faccione sorridente che mi chiama dall’ultimo lembo di mura che riesco a incontrare, mentre spariamo in uno stretto passaggio tra palazzi.

 

Enigmatico e plastico,

i denti bianchi leggermente aperti a suggerire desideri carnali e lo sguardo, da bimbotto innocente, a rassicurare,

la pelle tirata e brillante da mummia rimessa a lucido a suggerire l’eternità del teschio inorganico e misticismo carismatico,

le movenze immobili parlano di sicurezza e brio, di dominare lo spazio;

incatenato in un immutabile storico, in arcaismi stereotipati da simpatica canaglia blocca lo sguardo.

 

Maschera potente di affabulatòrio intento.

 

Visi incorniciati sullo schermo caldo e tranquillizzante, fissati nella conferma dell’ovvio e nel rifiuto del vasto mondo,

Italici teschi che nell’eternità inorganica e storica di una possente immagine mitologica cercano la soddisfazione della brama di falso possesso.

 

Oggetti per essere felici, per amare, per non pensare, per scaricare il senso di colpa delle nostre mancanze;

oggetti per sentirsi sicuri della nostra identità, protetti dalle nostre paure;

oggetti per risolvere i nostri enigmi e problemi.

 

Oggetti sempre più soggetti,

oggetti sempre più con una storia e una personalità,

interi mondi di possibilità pubblicitarie ed illusorie.

 

Uno spruzzo del magico filtro, civilizzati odori, ammesso nella casa degli amori borghesi e per bene.

Barbare grida di amplessi ancestrali dimenticati e corrosi,

da simboli, falsamente trasgressivi,

catena della falsa soddisfazione del desiderio frustrato e di nuovo alimentato, per essere perennemente insoddisfatto in vuoti atti di material possesso,

benzina propulsiva.

 

Lavoratore: ingranaggio di produzione

Consumatore: pattumiera di produzione per lo smaltimento degli stock di merci

 

Simboli castrano la ribellione dell’ingranaggio.

Croci e teschi incatenano all’amore pietistico e alla rimozione collettiva del dolore in un fantastico sogno di eternità.

 

Eternità canonica di paradisi dove il dubbio non esiste nella pienezza della luce divina e dell’ infallibilità del suo demoniaco vescovo Imperatore;

Eternità erotica di vergine lascive e sontuosi banchetti,

Eternità immateriale, sogno oppressivo di un altrove dove il dolore di oggi trovi una consolazione e un senso, proprio accettando, oggi, il dolore. Zitti e soffrite. Obbedire e non parlare al conducente.

 

Eternità terrena di individualismo divino,

di inorganica fissità, carica di sussurri eterni,

carismatico carnefice.

Eternità simbolica di piaceri terreni e potere,

di vittorie cavalleresche uno contro tutti.

 

Don Chisciotte diabolico alle tue spalle l’inferno si apre,

e li ci trascini.

 

Sogni irreali,

resi reali dal cono di luce dell’unica realtà vera.

Incubi di fame e miseria ammantati di brillantini e fantastiche vallette.

Dietro la schiena, la lupara spunta.

 

Parole vuote accompagnano l’immagine,

strabilianti e fantastiche promettono ogni cosa,

ma non sono fatte per essere credute.

Per far sorridere e catturare.

 

“vedi che stronzata si è inventato stavolta” un sorriso e forse una nuova testa al macero.

Un altro convinto che i mille euro al mese sono l’oggi,

il domani grazie all’unto del signore saremo tutti felici.

 

 

Svanisce dietro il muro giallo del palazzo spigoloso.

Immagini di altri teschi mi avvolgono,

simili se non identici,

altri archetipi, altri miti,

altri simboli,

stesse vuote e consolatorie parole.

Stessa chiusura.

Stessa asocialità carnivora, stessa brama.

 

Mi respinge.

Sento il vuoto intorno a me, tra mille corpi sballottato.

 

“Rape Me”

(Continua appena ho voglia)

Le buste blu. Frammento I – Limen

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5 Risposte a “Le buste blu. (Teschi inorganici)”

  1. E’ un commento assolutamente off topic, scusami. Ti avevo già lasciato un messaggio in Marginalia, grazie per la dritta sul problema feed e per il resto : almeno ci proviamo …
    v.
    PS: ti ho linkato tra i “diversamenti pensanti”, ciao

  2. bello “diversamente pensanti”
    di nulla ciao

  3. ah vincere si dice che non è fondamentale ma vincere almeno una volta su temi come quello sarebbe bello

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