Le buste blu. (Limen)

Le porte si chiudono lente, fiaccate da decenni di continui scossoni.

Scricchiolando sulle rotaie, il grigio convoglio lascia la coda estrema e nascosta della stazione Termini, verso l’antica porta e da lì le periferie: torpignattara, centocelle e ancora… avanti nella metropoli orizzontale e cangiante.

Linea Gotica urla nelle orecchie.

“…Di colpo si fa notte e s’incunea a crudo il freddo…”

L’incravattato, tra uno sguardo accigliato e l’altro verso un gruppo di teenager cinesi, continua a sfogliare con interesse una rivista tecnica sui sistemi di diffusione del suono, sbattendomi puntualmente col gomito nello stomaco ad ogni voltare di pagina. Tra casse Bose da 5.000 euro e uno strano mostro di fili e tasti, rialza lo sguardo accusatore sui ragazzini.

Odore di cipolle. Ti resta addosso per tutta la vita.

Odore strano penetrante.

Istilla il dubbio.

Tre uomini… Pakistani probabilmente.

Odorano davvero così? O è il mio naso, razzista contro la mia volontà?

Odore del vario.

Puzzerò anch’io altrettanto?

Quanto c’è nell’odore che percepisco di naturale e quanto di culturale? Quanto nella nausea della signora medio-pacchiana è reale? E quanto un gesto dovuto al sorriso dell’impiegata del ministero? Ciarlano del tipo cinese, che non può prendersi tutto quello spazio, e di una certa Anna, un moderno vampiro burocrate votato alla carriera.

“…S’alzano i roghi al cielo
S’alzano i roghi in cupe vampe…”

L’Ambra Jovinelli spunta con i suoi tavolini. Quasi nascosto, quasi fuoriposto tra la brulicante Piazza Vittorio e i binari ferrosi, contro le mura. Tra i mille commerci delle viuzze, dove spuntano negozietti difficili da far rientrare nelle dicotomiche categorie commerciali ufficiali, e il tunnel, che dopo l’asfissiate rombare, ti introduce in tutt’altro microcosmo, come una svolta improvvisa.

San Lorenzo. Le bombe, la guerra, l’università che come un virus lo contagia. Operai, studenti, mondo anomalo, gli studentelli cresciuti che non se ne vanno, le botteghe artigiane, i locali, la Roma ovunque sui muri, il 32. Manifesti impressivi e transumani annunciano festa e protesta. Corpi vari di ogni risma si incrociano e a volte confliggono… altre si fondono nell’amplesso.

L’odore svanisce nello sbattersi delle porte alla prima fermata.

Chi sa se Gia è a casa? Quasi quasi… no mi scoccio. Starà studiando. Febbraio, esami.

Cos’è che guardi storto cravattino? Odi sentirli parlare in romanaccio perfetto? L’occhio mi ricade sul giornale sotto il braccio. L’unità. Povero Gramsci. Egemonia?

Chi sa se la ministeriale e l’amica medio-pacchiana ci vanno nei negozietti cinesi dove tutto costa un decimo degli altri negozi e un sorriso; casomai di circostanza, ma pur sempre un sorriso, te lo fanno sempre.

“questi si credono che possono fare come vogliono e prendersi tutto lo spazio con le loro buste”.

Come cazzo credi che costa un decimo se pagano i trasporti come gli altri? Credi che la merce ci arrivi con le ali nei negozi? Ma no i cinesi quelli sono un popolo oscuro chi sa quale magia conoscono per moltiplicare gli oggetti.

“si sentono i padroni signora- interviene il tipo, mentre i ragazzini, avendo sentito, dopo una mezza occhiata curiosa, tornano a ciarlare- ormai non sai se sei in Italia o chi sa dove, parlano rom…”.

Mi perdo.

Tappo le orecchie.

Non ho voglia di litigare stasera.

In questo strano non luogo, dove i corpi stretti si scontrano costretti e il multietnico vive per necessità, gli sguardi e i corpi tesi parlano. Mille storie diverse, mille conflitti e mille felici incontri.

Fuori per le strade è tutto più distante, disteso. Un miscuglio colorato in continua trasformazione. Povertà e sviluppo. Creatività variopinta. Nuove vitali energie in periferie sempre più abbandonate a gruppi sparuti e spauriti di vecchietti, lì da sempre. E poche giovani famiglie che tentano di restare a galla, con la morsa economica a scavare rughe nella fronte. Poi l’invasione: studenti, immigrati di ogni razza e paese, lingue, colori e sapori mai visti, i primi giovani laureati oggi professionisti e le prime iniziative culturali… i locali al Pigneto, le associazioni, il cinema estivo all’aperto.

Tutto stretto tra due grandi arterie sempre sull’orlo dello straripare, fiumi che dal lago minaccioso di Porta Maggiore straripano rumorosi e brulicanti di carne e metallo a ricongiungersi in un triangolo, in sommovimento, con la Togliatti. Ogni angolo un mondo. O tutti i mondi in rimescolamento. Palazzoni enormi e villette col verde e la piscina. Il degrado sconsolante, asfalto sopraelevato, abbandono e miseria, angoli quasi rurali al centro della capitale del regno; e, due metri dopo, le mille agenzie immobiliari, in una zona sempre più ambita per la sempre in procinto di essere realizzata terza Metropolitana di Roma (sic!!!!), che dovrebbe sgravare di un po’ di peso questo piccolo microcosmo in viaggio su binari scricchiolanti.

Dicono che negli anni ottanta quando gli immigrati iniziarono a trasferirsi nella zona, questo vecchio servitore delle ferrovie sia stato spesso ring per i giovani frustrati. Figli dei proletari o del ceto medio contro ultimi arrivati, diversi. Chi si sentiva minacciato in quel poco che ha dall’arrivo delle nuove masse di poveri; chi cercava un futuro e una sera non ce l’ha fatta più. Scontro di disperati. Oggi le occhiate restano, ma la ragazzina di ritorno da danza, appena salita con la madre, saluta sorridente i teenager cino-romanacci, sembra siano amiche di scuola. Oggi non si sentono nell’aria reali scintille. Fievoli bagliori non spenti. Manifestazioni del sabato pomeriggio… tutti insieme. Casomai in bici a bloccare il traffico verso la Tiburtina. I comizi ai megafoni che urlano in mille lingue la voglia di cambiamento di gente in perenne transito.

Comunità creole in rinascita e settarismi sempre lì sotto la cenere.

Il trenino, sfiorando le mura di San Lorenzo, riparte contorcendosi per aggirare un antico “coso” che sporge sulla strada, deve essere una specie di basilica. Boh! Prima o poi mi ricorderò di controllare. Scintille accompagnano la brusca frenata al semaforo, guardiano che concede o nega l’ingresso nell’arena circolare di metallo e petrolio che ha soffocato il verde e la porta in un grigio – verdastro – marroncino uniforme di indicibile desolatezza.

“…Bruciano i libri, possibili percorsi, le mappe e le memorie, l’aiuto degli altri.

S’alzano i roghi al cielo
S’alzano i roghi in cupe vampe
S’alzano gli occhi al cielo
S’alzano i roghi in cupe vampe…”

Lo sguardo, viandante metropolitano, incrocia il manifesto.

Ultimo testimone di una lotta.

Fino a pochi mesi fa dietro quel cancello vivevano famiglie, giovani e bambini di ogni tipo e colore che uniti, nell’unica fratellanza reale della fame, avevano occupato un vecchio palazzo, con un ampio cortile, da tempo in disuso, almeno da qualche anno. Il proprietario, però, decise che era arrivato il momento di utilizzare quella proprietà. Orde di blu antisommossa, camionette che sgommano, urla disperate, i funzionari comunali che promettono chi sa cosa; con aria di chi si schifa da solo a prendere per culo la gente, ma ormai ci si è abituato da tempo e prova solo fastidio per il fiato che spreca. Chiuso, sbarrato, inutilizzato, inutile, vuoto, triste… da allora.

Prima: un rasta strafatto che spuntava all’una da dietro il cancello mentre correvi all’università… i panni stesi a ravvivare il muro incolore… l’odore di cibo… odore sconosciuto da un pentolone in cortile, intorno al quale si affannano una signora italiana dal volto consumato dalla droga, di quelle che portano la Roma nascosta graffiata sulla pelle, e una signora, forse Senegalese, di spalle presa a fare qualcosa che mi sfugge. Due mamme intente a cucinare per bimbi nascosti di cui si odono gli schiamazzi.

Riparte. Frenata brusca. Bestemmie e urla del conducente, aldilà del vetro nel suo minuscolo gabbiotto. La Punto galeotta riparte sgommando, con un gestaccio del ragazzo alla guida, quasi ballando tagliente e carica di rabbia popolare ingabbiata interiormente in un circo Orwelliano al ritmo strano dei Flaminio Mafia.

“…Cupe vampe, livide stanze
Occhio cecchino, etnico assassino…”

Pochi metri e le porte si spalancano alla ressa dello snodo, sotto l’arco della piazza.

 

Fiumana in piena. Le porte non si chiudono, l’autista sbraita contro gli idioti che vogliono salire per forza e ritenta per non perdere il semaforo. Accelera in tempo.

A meta piazza le luci si spengono per un attimo, cala il buio, come sempre in quel punto.

Un cambio di linea elettrica.

Una soglia liminare a segnalare un passaggio.

 

 

(Continua appena ho voglia)

 

 

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Una Risposta a “Le buste blu. (Limen)”

  1. [...] Le buste blu. Frammento I – Limen [...]

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